

Sul web e sulle riviste specializzate se ne parla da mesi. Un loro LP di demo, Beneath The Boardwalk, impazza tra gli utenti dei peer to peer già da prima che firmassero per la Domino. Si sono già meritati la raccomandazione di David “Grammy alla carriera” Bowie. E ora eccoli finalmente in veste ufficiale gli Arctic Monkeys, quintetto da Sheffield che, analogamente ai Clap Your Hands Say Yeah, è già diventato un culto grazie al puro e semplice passaparola.
E’ facile prevedere che questi imperterriti emul rockers prenderanno il posto della sensation dello scorso anno (o meglio, di fine 2004/inizi 2005, Bloc Party permettendo), ovvero i Razorlight, campioni in patria, ma invero sconosciuti dalle nostre parti. Ma ancor più che a rompere le scatole a Johnny Borrel e co., gli Arctic Monkeys tendono piuttosto a insidiare il trono dei Babyshambles, signori indiscussi del post punk chitarristico in terra d’Albione. Di queste lotte di potere, in fondo, non è che ce ne importa tanto. E’ invece evidente che la formula si è a dir poco usurata, e se la nuova band di Pete Doherty riesce comunque a convincere (sarà più merito di quell’imperterrito scazzo Clash-iano, chissà?), sinceramente con questo ennesimo attesissimo debutto pare che, ancora una volta, qualcuno stia cercando di colmare il vuoto lasciato dagli Strokes un paio di dischi fa. Giochi chitarristici in botta e risposta stile FF, una voce acuta, tendente al grattato, tante accelerazioni e un bel sound ruvido. Insomma, prendete Libertines, Strokes e Babyshambles (già detto? oops), incattiviteli un po’, fateli un po’ più versatili nei cambi di tempo e avrete il gruppo del 2006 (di NME e non solo). Buon divertimento, o come diceva il loro più celebre mentore: Let’s Dance! (5.5/10)

Inutile negarlo, c’è stata una bufera. La comparsa sulle scene degli Arctic Monkeys ha rimesso in discussione un po’ di cose (magari non strettamente dal punto di vista musicale, ok). Che li amiate o li detestiate, c’è un prima e un dopo Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, il disco venduto più velocemente nella storia della Gran Bretagna, feticcio di un’intera generazione di indie kids d’Oltremanica. E così, forse anche più di altri sophomore records di questa stagione (Bloc Party, Maximo Park, Kaisers), Favourite Worst Nightmare ha il compito di dimostrare che non si è trattato solo di fortunate contingenze: pur nell’occhio del ciclone, questi quattro ragazzi si danno da fare sul serio, possono migliorare, evolversi, crescere; poi beh, ci sono i Klaxons alle calcagna, quindi meglio contrattaccare finché si è in tempo.
Allora, come complicare la trama di un plot già a rischio? Anzitutto, nel cestino le ballate (almeno in apparenza): c’è bisogno di un impatto ancora maggiore, di pezzi adatti ai concerti: il rullo compressore di Brianstorm è la partenza in quarta che ci vuole, così come le tracce seguenti, cartucce schizzate e anfetaminiche, con quel tocco di ruffianeria che non guasta affatto (il secondo singolo Fluorescent Adolescent, o Teddy Picker che cita tra le righe Save A Prayer dei Durans…). Poi, qualche corposa iniezione di p-funk, ché il dancefloor non può più attendere; e allora vai di Gang Of Four (D Is For Danger), scimmiottamenti – ehm... m’è scappato – Klaxons (This House Is A Circus) e Modest Mouse (Old Yellow Brick). Infine, via quell’attitudine slack, piuttosto maggiore attenzione a dettagli tecnici ed arrangiamenti: riffoni, break, crescendo, intrecci di chitarra e cambi di umore (Only Ones Who Know,Do Me a Favour, 505), con una produzione un po’ più levigata ma asciutta - per gentile concessione di James Ford / Simian e Mike Crossey - a completare il lavoro. E per i fan del primo disco? Ci sono sempre i testi di Alex Turner, uno dei migliori autori di liriche in circolazione a sentire i britannici (per noi verbosetto, in verità…), e le nostalgie Libertines / Smiths di The Bad Thing.
Tutto ok, quindi: Favourite Worst Nightmare è proprio quello che ci vuole per far restare su di giri il motore delle Scimmie. Occhio al retrovisore, però… (6.5/10)

E così, Alex Turner, hai provato a farcela sotto il naso. Ti sei smarcato dal ruolo troppo stretto di leader di una delle band più esposte degli ultimi dieci anni, hai fatto team con l’amichetto sconosciuto ma bravo – Miles Kane dei Rascals, primi cugini delle scimmiette artiche - e hai ideato e realizzato un’operazione apparentemente intelligente e cool, ma furbetta come poche. Un dischetto di pop orchestrale anni ’60, come non se ne ascoltava dai primi due dischi del divino Scott Walker, con tanto di curatissimi arrangiamenti simil-morriconiani e cinematici al punto giusto, gentilmente concessi dall’egregio Owen Pallet (Arcade Fire, Final Fantasy).
Non avendo la stoffa del crooner (anzi, grazie per non averci neanche provato – e grazie anche per aver ripescato In The Heat Of The Morning, gioiellino pre-Space Oddity di Bowie, anche se poi non l’hai inserita nell’album), hai fatto quello che ti riesce meglio: produrti in canzoni pop sì, ma per lo più verbose come al tuo solito, frenetiche, urgenti e vitaminiche, con quell’usuale carenza di melodia in favore di cascate di parole in metrica sciolta. In altre parole, ti sei solo cambiato d’abito: per quanto fascinose (My Mystakes Are Made For You, per dire, riprende The Old Man’s Back Again da Scott 4), queste ci sembrano per la maggior parte canzoni degli Arctic Monkeys, soltanto tirate a lustro e immerse in un’accattivante nebbia vintage; le eccezioni ci sono, certo, specialmente a fine programma (la deliziosa Meeting Place, la sognante The Time Has Come Again), ma confermano la regola. E così, aldilà dell’immancabile effetto sorpresa, della produzione impeccabile e stellare, della cura filologica che hai riversato in questo revival/omaggio ai dischi dei tuoi genitori, The Age Of The Understatement è una novelty, e nulla più. Un capriccetto che, comunque, condividiamo volentieri. (6.8/10)