

Tra i princìpi indiscussi e indiscutibili del rock, c'è che non bisogna mai aspettarsi cose comuni e/o banali dalle band numerose. A cominciare dai Centipede di Septober Energy per arrivare ai Polyphonic Spree e via dimezzando, fino a questi buontemponi australiani dal nome che sembra la sezione di una rivista d'interni e design: moltitudine è bello, ma soprattutto lo-fa(mo strano).
Frank Zappa a braccetto con Flo & Eddie, i Chicago che si sono scambiati le maglie con i Blood Sweat & Tears, "West Side Story" e il "Rocky Horror Picture Show", i Buggles di Video Killed The Radio Star e gli Aqua di Barbie Girl, Talking Heads e Tom Tom Club, e mettiamoci anche i B-52's che magari c'entreranno come i cavoli a merenda - non è detto - ma fanno tanto Eighties (e però non aspettatevi cofane cotonate e unghie da gatte in calore, le ragazze qui hanno altro per la testa): tutto questo e naturalmente altro potrete trovare scoperchiando In Case We Die, il fratellino che gli otto AIH (ma per registrare l'album ci si sono messi in quaranta, e non ho contato il ragazzo del bar e le donne delle pulizie) hanno deciso di dare al disco di esordio del 2003 Fingers Crossed.
Comunque, se per voi la musica non è (anche) divertimento, astenetevi e cercate qualcosa di indie duro, puro e pallosissimo. Se invece volete girare in auto armati di un sorriso invece che del dito medio, a dispetto del titolo, "Nel caso che schiattiamo" è il cd che fa per voi. Stralunati esorcismi e motivetti da pubblicità per casalinghe americane, vedi la strepitosa confezione di barrette energetiche lanciata sul mercato come Whisbone; uccellacci, uccellini e Small Furry Animals finalmente liberati dalla testa di Roger Waters in Need To Shout; i sussurri alla Alan Parsons di Maybe You Can Owe Me; il sitar dimenticato in un angolo da George Harrison in Do the Whirlwind, e se la serie "Six Feet Under" ci ha insegnato che anche i becchini hanno un cuore, Funeral degli Arcade Fire che la morte ha un futuro, con Cemetery gli AIH fanno di più, mostrandoci come ci si possa rotolare dalle risate pure fra le lapidi. E allora lunga vita a Cameron Bird e Sam Perry, a James e Gus, Jamie, Isobel, Tara, Kelly e le loro trombe e tube, i loro tromboni e i loro clarinetti. Come dire: cento di questi dischi. (8.0/10)

E dopo il disco di remix, di un’inutilità veramente sopraffina, ecco finalmente giungere alle nostre orecchie il seguito dello strepitoso In Case We Die del 2005. Gli otto folletti australiani questa volta hanno puntato tutto sul piglio dance di alcuni dei pezzi del precedente disco, focalizzandosi sui beats e sugli svariati synth, proponendo un polpettone ritmico essenziale e senza sbavature, che però tira il fiato proprio sulla freschezza e sulla solidità lo-fi che pervadeva il precedente episodio. Qui abbiamo a che fare prevalentemente con pseudo b-sides. Tutta la vitalità è racchiusa in un pugno di canzoni: il singolone Heart It Races, una cosa fra il dubstep/grime alla M.I.A. e lo scazzo pop più evocativo, una marcetta conturbante fra tribalismi e singalong ruffianissimi, poi abbiamo Like It Or Not un altro carosello per gruppi di girotondi ubriachi e Lazy (Lazy) un numero simpaticissimo alla Talking Heads post Speaking In Tongues.
Ma parliamoci chiaro: It’s 5, Wishbone e Cemetery erano veramente su un altro pianeta. E questo quando va bene, perché altrove l’aria che tira non è per niente intrigante e incoraggiante: Hold Music è un possibile singolo tutto coretti stufanti e synth grossolani, Feather In A Baseball Cap è un riempitivo stanco e declamante e la finale The Same Old Innocence palesa uno svenevole esperimento punk-funk senza verve e fuori tempo massimo.
L’eredità di un disco passato riuscito deve aver fatto tremare le gambe ai nostri e il passaggio alla Polyvinyl magari li ha portati a forzare un po’ troppo la mano nell’atto di dimostrare necessariamente qualcosa… Si spera che la prossima volta decidano di prendersi tutto il tempo a disposizione per partorire qualcosa di più organizzato e frizzante, cosa che hanno dato prova di saper fare benissimo. Per adesso, Places Like This è un passo falso e basta. (5.3/10)