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Aidan Moffat recita uno dei suoi slogan. Inspira, sputa il secondo verso. La sua voce si rompe in mille pezzi sulla rete metallica del microfono mentre le mani di Malcolm Middleton galoppano sulla chitarra. È sempre così che gli Arab Strap prendono per mano e trascinano in una delle indimenticabili cavalcate emotive a cui, in dieci anni di musica, ci hanno abituati. E siccome, si sa, le buone abitudini vanno mantenute e curate gelosamente, il duo esce oggi, dopo quasi due anni di stasi, con il suo sesto disco, The Last Romance.
Il nuovo lavoro striscia ancora sul margine di quella evoluzione personale che ha riversato la qualità abulica e pietosa di Philofobia (1998) ed Elephant Shoe (2000) negli andanti/allegri quasi stupafatti di Monday At The Hug And Pint (2003), tanto che Stink ed (If There’s No) Hope For Us potrebbero facilmente inserirsi nella scaletta del disco precedente. Non solo: Don't Ask Me to Dance, in cui si rintraccia il nucleo tematico che da il titolo all'album (You’re No Angel From Above, You're The Last Girl I Will Love) suona come una The Shy Retirer riscritta anni dopo, come se il tempo dell'avventura avesse lasciato il posto al vero amore, all’ultimo, al più tragico, al più grande.
In casa Arab Strap, tuttavia, non si tratta mai davvero di abbandonare la via vecchia per quella nuova: le ballate soffici, scritte in penombra nel più classico dei registri non mancano e Come Around And Love Me o Fine Tuning restano pienamente all'altezza di un passato costellato di suites notturne straordinarie. Persino quando sembra che, schioccando le dita, si passi dal patetico all’energetico, dal decadente al perfetto con un accelerata quasi troppo brusca, nelle canzoni permane uno strato profondo di atarassia - cui la splendida voce di Moffat dà corpo - che mangia qualsiasi tipo di slancio: ne sono esempio i pianoforti di Dream Sequence (primo singolo), Speed Date e There Is No Ending, clausola sonora che nega, con tutta la forza del paradosso, l’esistenza di quel concetto di “ultimo amore” che fa da impalcatura narrativa al disco intero.
Sembra che gli Arab Strap si riassumano in The Last Romance: la Scozia, la Chemikal Underground e l’anima romantica che contraddistingue una delle migliori creature del post-folk internazionale sono sempre dietro l'angolo. Ritroviamo i “lochs” e le pinte amare che danno sbronze moleste, i locali semibui della periferia di Glasgow popolati da ragazze in bustini che servono maliarde ai tavoli mostrando i decolletés, l’accento storto con tutte le sue vocali strizzate, la smania di raccontare delle storie ordinarie nei toni caldi e sfumati di una camera da letto disordinata. Ed allo stesso tempo gustiamo quel genere che non cessa di deviarsi o manipolarsi sul filo della voce dirotta, del sound pieno, drammatico ed intenso che è marchio di fabbrica, oltre che della band, di una delle migliori etichette indipendenti in vita dallo scorso decennio. Ancora una volta, applausi. (7.5/10)

Niente pinte di birra e niente whiskey per Aidan Moffat e Malcolm Middleton, questa sera a Bologna, in un’Estragon stipato fino all’inverosimile. Solo acqua - o quasi - e canzoni, quelle del recente The Last Romance. Partono bene gli scozzesi, così sobri eppure vivaci, con la voce limpida di Moffat a declamare/lamentare versi e la chitarra di Middleton a ricamarci sopra melodie ovali, che tendono alla spigolosità, ma si fermano un attimo prima che possano far male - così le iniziali Stink, ebbra di malinconia, e Fucking Little Bastards, post-sbronza dal sapore fortemente amaro. Veloci come un treno, diretti, questa volta in quintetto, si muovono con grande agilità e competenza nelle trame sonore, robuste e ben sostenute da una batteria puntuale, ma mai in primo piano, che lascia spazio alle deflagrazioni di Don’t Ask Me To Dance e fa da cornice alle suggestive scene bianco/nere di Dream Sequence.
Strano, però, che l’entusiasmo provato alle prime battute perda pian piano terreno: con il passare del tempo i brani lasciano lungo la strada quella verve, quella consistenza che, seppure nella similarità dei toni, riesce comunque a mantenerli solidi ed eretti. È così che il live pare spezzarsi in due, con una parte centrale che guarda al passato (Piglet, New Birds), ma non brilla, anzi, fatica a rimanere impressa nella memoria, per poi riprendersi nel finale, in cui spicca in chiusura - e non a caso - una corale There Is No Ending. Affiatati e talentuosi musicisti, se per un verso gli Arab Strap hanno reso al meglio le atmosfere chiassose da pub, agevolati anche dal chiacchiericcio generale e dal caos di gente presente, dall’altro hanno sacrificato il lato più introspettivo e personale, sovrastato da voci troppo alte, un suono non sempre pulito, mancanza d’aria e luci accecanti tipo interrogatorio di terzo grado, puntate direttamente sul pubblico, che costringevano ad abbassare lo sguardo sistematicamente, provocando un irritante senso d’alienazione. Un vero peccato per un gruppo in eccellente forma, che avrebbe meritato una location più adatta a raccogliere e mantenere l’attenzione.

Dovevamo aspettarcelo. The Last Romance era un titolo inequivocabile. Eppure non si può non provare una punta di amarezza nell’apprendere dello scioglimento degli Arab Strap, che – notiamo - arriva a un anno circa da quello dei compari Delgados. Come se una generazione di indie rock scozzese si stesse estinguendo, o meglio, crescendo decida di intraprendere altre, nuove strade. Bando alle malinconie, in ogni caso: sono gli stessi Aidan Moffat e Malcolm Middleton che ci invitano ironicamente a salutare il loro “pensionamento” con Ten Years Of Tears, non certo il solito greatest hits – dalla Chemikal non ci si poteva aspettare altrimenti - quanto un regalo per i più fedeli e affezionati.
Diciotto tracce tra singoli, demo, live, alternate take che, aldilà del valore filologico e rappresentativo, finiscono per fornirci un ritratto particolare della band: più sporco, punk e divertito (vedi le prime cose: Islands, l’esordio neworderiano First Big Weekend, I Saw You – “dedicata” a Isobel Campbell - e su tutte Gilded, tra Fall e Joy Division) e non necessariamente depresso e tristissimo come fama vuole. Certo, poi le perle sono tutte lì a ricordarci quanto meravigliosamente tristi hanno saputo essere i due: Packs Of Trees, Turbulence, Shy Retirer, (Afternoon) Soaps... Mancherebbe Here We Go, ma va bene uguale.
In fondo basterebbe soltanto la cartolina d’addio che i due hanno scelto per suggellare il tutto: una versione meravigliosamente ubriaca di It’s A Heartache di Bonnie Tyler e il divertissement per casio e voce Bon Voyage – le trovate entrambe come ghost track dopo There's No Ending-, uno sberleffo e omaggio insieme, a se stessi anzitutto. Fosse un necrologio – in fondo lo è – diremmo: “vogliamo ricordarli così”. (7.2/10)

Dip non è soltanto la terza prova solista di Aidan Moffat, ma anche un prima testimonianza musicale in proprio del dopo Arab Strap. Sciolto il sodalizio con Middleton, il cantante riprende in mano il consueto moniker con il quale aveva iniziato alcuni esperimenti elettronici con loop e drum machine, ma questa volta l’impegno è maggiore e soprattutto l’obbiettivo comprensivo e oltre il sintetico. Dip infatti punta a un cinema sonoro fatto di folktronica, new age, chamber music essenziale e minimalismo. E Moffat questa volta non fa tutto in proprio ma, oltre a suonare percussioni, harmonium e tastiere si fa dare un contributo da alcuni amici quali Alan Barr, Stevie Jones e Allan Wylie (sublime la tromba wyattiana in Gullsong).
Le scenografie viaggiano da un cauto manierismo a soffici slanci celestiali, con un risultato mediamente buono anche se soltanto la titletrack Gullsong è in grado di catturare pienamente. Lì è tutto un fluire di pensieri attorno alla propria terra (la Scozia) come anche Weir's Way in undici minuti accarezza dapprima un romanticismo mattutino quieto e solare, per poi passare di là, alla luce bianca in una sorta di day after dell’after last drink. Il resto s’ancora un po: Gust, con tanto di pseudocori gregoriani in loop invoca i Popol Vuh nell’idioma dell’ambient-tronica, Ache, è un affare da Rachel’s dimessi, Hike si sgancia da quella serietà con un divertente rondò tra girotondi d’archi sotto una buffa drum-machine in sottofondo. Ma è un gioco e il resto, pur apprezzabile, non supera la più che sufficienza. (6.5/10)

Che Aidan Moffat fosse un vero zozzone lo avevamo ben chiaro, sin dal memorabile incipit di Packs Of Three (“It was the biggest cock you’d ever seen, but you’ve no idea where that cock has been…”, probabilmente il verso degli Arab Strap più citato in assoluto nelle recensioni - questa non fa certo eccezione). Ora, prima di lanciarsi nel primo reale progetto solista, Aidan Moffat & The Best Ofs (debutto discografico previsto entro la primavera), soddisfa un capriccio che – immaginiamo - covava da tempo: un disco di poesia in spoken word. Poesia porno, ovviamente, mista a un po’ di tutto: soft pop, muzak, elettronica, inquietanti messaggi lasciati in segreteria telefonica da boyfriend cornuti, mugolii, gemiti e vagiti di piacere che in confronto Je T’Aime è roba da educande. Con lungimiranza e furbizia, la Chemikal Underground ha pure allestito un mini-sito vietato ai minori di 18 anni (niente sconcezze in realtà, solo una versione digitale del booklet e un paio di tracce esclusive).
Lungi dall’essere un’operazione pretenziosa (a dire il vero, non mancano affatto gli spunti comici, per come la vediamo noi), questo è solo un altro pretesto che Moffat usa per raccontare un po’ delle sue storie. Che poi sono le solite storie che conosciamo dai dischi della sua vecchia band: sordide, malinconiche, finite quasi sempre male; con la differenza che, senza il filtro delle tessiture di Middleton e la “costrizione” della forma canzone, Aidan può andare a briglia sciolta e abbandonarsi completamente a un’indole rancorosa e perfida come non mai (nel rivangare storie vissute in prima persona), ma perlopiù triste e disperata come il mal di testa dopo una brutta bevuta. In quest’ottica para-letteraria, la musica – molto spesso pre-registrata, tratta da vecchi vinili - è solo un sottofondo al recitato; inutile sottolinearlo (ma lo facciamo lo stesso): chi ha poca dimestichezza con la lingua inglese - e men che meno con lo spigoloso accento scozzese – è libero di passare la mano senza troppi rimpianti. Voyeur poliglotti, è il vostro turno. (6.6/10)