Androgino e artsy. Drammatico e cristallino. Alieno e fragile. Trasversalmente epico, circonfuso com'è d'inquietante mistica transgender. Lo strano caso di Antony, l'ultima Drag Queen.

Negli ultimi due anni lo hanno voluto un po' tutti - dai tipi del Warhol Museum a quelli del teatro di Bloomsbury, dagli organizzatori del Summer Stage al Central Park a quelli del Nancy Jazz Festival e del Townhall di New York City, dalla terra d'Albione alla Grande Mela, dai cineasti ai performer -, ma in pochi prima si erano accorti di questo splendido artista londinese trapiantato a New York al tempo del debutto, sul calar dei Novanta.
A scoprirlo fu l'insospettabile e tormentato David Tibet, leader dei Current 93. Poi, altrettanto imprevedibilmente, Lou Reed se ne sarebbe innamorato al punto da prenderlo sotto la sua rispettabilissima ala, un aumento esponenziale di visibilità (devono ancora spegnersi i brividi provocati dalla Perfect Day cantata da Antony in The Raven), che ha significato il successo e la consacrazione in un colpo solo. Eppure i larghi consensi ottenuti dal cantante ormai newyorchese non erano e non sono per nulla scontati. Antony ha atteso anni prima di essere riconosciuto, e d'altronde non poteva essere altrimenti: l'ex late night singer (nel curriculum anche la militanza nei, o forse meglio nelle Blacklips - combo en travesti dedito a una specie di metal teatrale - e nella punk band Jennifer Honky Tits) era troppo androgino e artsy per poter piacere agli amanti dell'ossessione folk apocalittica di casa Tibet, e allo stesso tempo troppo omosessuale per convincere gli etero(dossi), tanto quelli del gothic quanto quelli del rock.
Insomma, non era per nulla detto che Antony sarebbe piaciuto e forse non sarebbe nemmeno diventato un'icona del pubblico gay adulto (lo stesso che compra l'antiquariato francese del secolo scorso): fin dall'esordio, da quel debutto fortemente voluto da Tibet per la sua etichetta (la Durtro), il cantante rivela una natura drammatica e trasversale (è anche un performer, avendo studiato e praticato teatro sperimentale), musicalmente cristallina ed epica da una parte, troppo ostica per i canoni armonici del raffinato pubblico dei teatri dall’altra.
Quelle di Antony potrebbero essere delle cover neoclassiche di brani di Otis Redding (ammessa ossessione del performer) e Nina Simone, preghiere gospel o addirittura arie liriche; ma se certo ricordano tutto ciò, non lo sono. Com'è altrettanto vero che la “musa” di Reed, con i suoi testi tragici e le sue pose al limite del melò, ha ben poco in comune con il gusto provocatorio e chic della controcultura omossessuale del suo tempo. Più che l'impersonalità sbarazzina di un Boy George (un mito dichiarato, tanto da essere ospitato nell’ultimo album I Am A Bird Now), la provocatoria libidine di Holly Johnson (leader dei disciolti Frankie Goes To Hollywood), o il falsetto di denuncia del cantante dei Bronski Beat, Jimmy Sommerville, Antony - lo si vede nel film di Steve Buscemi "Animal Factory" del 2000, nel quale recita se stesso in una piccola comparsata, oppure in "Wild Side" di Sebastien Lifshitz, in cui canta quello che è un po’ il suo manifesto, I Fell In Love With A Dead Boy - parte dalla solitaria e sconsolata dimensione del piano bar fuori orario per approdare a un senso di tragico universale, a un fato incombente (è forse proprio questo che ha colpito Tibet), come al tempo stesso - con quel particolare timbro androgino, nasale e vissuto, a raccontare caroselli di speranza e rassegnazione - non è così distante dall'epica della strada di reed-iana memoria. Con la pubblicazione del secondo lavoro - uscito a febbraio 2005 -, non possiamo che confermare questa magnifica dicotomia, caratura di un personaggio inimitabile.

Alla fine di uno show newyorchese dei Current 93 datato 1999, uno sconosciuto e corpulento ragazzo alto quasi due metri, di nome Antony, diede al leader di uno dei suoi gruppi preferiti, David Tibet dei Current, un demo intitolato Blue Angel, collezione di nove tracce composte assieme al suo gruppo (i Johnsons). Per Tibet fu un instant classic, un'autentica folgorazione. Inserì quell'album nella lista dei suoi evergreen e volle assolutamente pubblicarlo per la Durtro, l'etichetta da lui gestita. Il disco, questo disco (le cui prime session risalgono addirittura alla fine del '97), si presentò - non proprio al mondo ma piuttosto a chi ebbe la fortuna di ascoltarlo all'epoca – come un piccolo capolavoro, un gioiello rannicchiato nel cupio dissolvi di quella fine decade-fine secolo solo apparentemente luminosa, in realtà foriera più di timori che di speranze, convalescente dal trauma provocato dall’impatto con l’Aids e pericolosamente alla deriva verso sordidi pensieri unici e famelici estremismi sociali.
In questa scenografia tutt’altro che gaia, appare per contrasto ancor più splendida la voce del performer di origini inglesi: per l'estensione e per il vibrato, per l’ampollosità diafana e malsana, per la posa statuaria da soulman pietrificato su un palco d’opera, per il senso di urgenza continuamente stemperato in un’aura senza tempo. Molto lontano dall'estetica apocalittica della famiglia World Serpent e ancor di più dalle sue caligini industriali, Antony incarna il corpulento angelo-cantore di quelle lande: dentro, i dolori e le miserie, le lacerazioni di un mondo malato che si consuma in se stesso; fuori, la maschera, la diva d'altri tempi, la splendida decaduta, la divina emarginata.
Signore e signori, la Drag Queen: con tutto il carico di tragedia consapevole e farsa militante, con il corpo che si traveste di meraviglia, anzi, con quel suo viversi meraviglia in fieri, eterna crisalide a un passo dal compiersi. Un processo perennemente critico, energia che si libera senza soluzione di continuità, costeggiando profondo disincanto e mistica esaltazione, malanimo stagnante e irrefrenabile dolcezza (ciò che sostanzia la conclusiva, struggente Blue Angel, blues-soul a cavallo di un romanticismo di piano e archi).
La voce è un pennello portentoso pronto a dipingere l’incanto azzurrino e l'inferno dantesco (metafora di quell'apocalisse che fu l'Aids per la comunità gay di New York fino a i primi anni Novanta), cui l’ottimo ensemble costituisce adeguatissima “bottega”: ben dieci i musicisti, impegnati alla batteria (Todd Cohen), all’arpa (Baby Dee), al basso (Francois Gehin), al clarinetto (William Basinski), al flauto (Mariana Davenport), al violino (Cady Finlayson e Liz Maranville), al violoncello (Vicky Leavitt), al sassofono (Barb Morrison) e alla chitarra (Charles Neilson).
Dieci anche le tracce, come dieci farfalle crocifisse nel pieno della propria meraviglia, le dinamiche ora veementi ora farraginose (come nel malanimo in punta di piano di Rapture, dove flauto e arpa indagano il lato scuro del proprio splendore), il mood da melodramma glam che si estenua sul sofà della suite in miniatura (la teatralità tumultuosa e problematica di Hitler In My Heart, quasi un incrocio tra Total Eclipse Of The Heart di Bonnie Tyler e gli Alan Parson Project di Ammonia Avenue). E soprattutto l’interpretazione, sempre un po’ sopra le righe, un po’ meno che esasperata e un po’ più che accademica (come nei singulti e nei decolli abortiti di Deeper Than Love, tra riccioli stretti di violino, amarezze inghiottite e una liturgia gospel-soul conclusiva da un'altra dimensione), quasi in gioco ci fosse ben più che la musica e a un tempo non ci fosse più molto da giocare, in equilibrio sul filo di rasoio tra rassegnazione e speranza.
É bravo Antony a fare proprie le sfumature comprese fra tutti
gli estremi fin qui citati, sfuggendo così senza fatica al
rischio della caricatura. Questo spiega la disarmante bellezza di Divine -
impagabile elegia alla madre di tutte le drag queen in un vasto miraggio
di sacralità terrena (che è già in quel nome-titolo,
in quel fare idolo il proprio stesso sognarsi) - e Atrocities,
la madre d’ogni doglianza soul, non lontana dal Boy
George di Victims (e sarebbe senz’altro piaciuta
al Jeff Buckley di Lilac Wine).
Preziosismi, impellenze e sfumature sono ben distribuiti in tutto il programma.
Tuttavia, gran parte del patrimonio complessivo di bellezza si deve alle prime
due fenomenali tracce: quella d’apertura, Twilight, è un
valzer intorpidito con un piede nella fiaba romantica e l’altro in un
pantano blues, la voce uno struggimento cristallino, un marmoreo languore quasi
come il Nick Cave più confidenziale,
mentre la successiva Cripple And The Starfish può contare su
un indimenticabile riff di violino, su refoli d’angoscia dolciastra,
su quell’avvitarsi della melodia che diventa un decollo in prossimità dell’ultimo
chorus, quando si fa luce un’enfasi impetuosa, una disperata euforia,
il sax e l’arpa a dettare sottigliezze, abbandono, corposità.
É il dramma psichico di un cuore sanguinante, specchi che non riflettono come dovrebbero, voci che non si riconoscono, parole che acquistano la leggiadria del volo e il panico della caduta, mentre oltrepassano l’abisso che separa il destino dalla volontà. (8.0/10)

Sulla falsariga dei vecchi 45 giri un lato a me e un lato a te, il disco esce sia come cd singolo, sia come 7’’ in mille copie, delle quali 940 in vinile rosso e 60 in vinile verde. A uno dei pezzi forti del primo album di Antony si accompagna un ipnotico brano dei Current 93 del suo mentore David Tibet (autore anche della copertina), tratto dall’album Sleep Has His House.

Sarà solo un ep, ma basta e avanza la presenza della canzone-manifesto I Fell in Love With A Dead Boy per renderlo unico e preziosissimo. Il disco è completato da una cover di Angelo Badalamenti, Mysteries Of Love, dalla colonna sonora di "Blue Velvet" (nella soundtrack del film compare in versione strumentale e cantata da Julee Cruise), e da una cover dei Current 93.
Si tratta di un 45 giri che vede la consueta coabitazione con i Current 93, tirato in sole 500 copie.

Live sempre della serie “una poltrona per due”, registrato a Londra il 5 e 6 aprile del 2002. Di modestissima durata (meno di 20 minuti), reca in copertina un disegno di Antony e i biglietti dello show. Antony è senza i Johnsons: siede al piano, accompagnato dal violinista russo della band, Maxim Moston. Per la prima volta, in una sorta di ping-pong con Lou Reed, compare su disco The Lake, il brano tratto dal poema del 1827 di Edgar Allan Poe, pezzo forte del successivo ep.

L’ep precede di qualche mese l’uscita del secondo album, del quale anticipa la sola Fistful Of Love, che si avvale com’è noto della voce e della nervosa chitarra di Lou Reed. In copertina - ritratta in bianco e nero sul letto di morte dal fotografo Peter Hujar - uno dei tanti miti, non solo iconografici, di Antony: la warholiana Candy Darling, morta di leucemia a 25 anni: è la Candy Says del brano dei Velvet Underground, che Reed aveva fatto cantare proprio ad Antony nel doppio Animal Serenade, il live del tour 2003 (Antony vi aveva preso parte nella veste di corista, dopo essersi fatto notare come interprete reed-iano in Perfect Day, ripresa per il progetto Reed-Poe di The Raven).

Dopo il bagno di notorietà provocato dalla collaborazione con Lou Reed in The Raven e la conseguente riscoperta del fenomenale album d’esordio (datato addirittura ’99), tornano Antony and The Johnsons con un disco che infonde anche prima dell’ascolto - ovvero dalla lettura dei credits - un senso di ammenda per la tardiva consacrazione. Ben quattro gli ospiti “eccellenti”, due giovani alfieri sulla cresta dell’hype (Devendra Banhart e Rufus Wainwright) e due iconosauri come Reed e Boy George, che solo a pronunciarli uno accanto all’altro sembra di chiudere un cerchio. Nel mezzo del quale c’è appunto Antony, la sua teatralità accorata ai limiti del mélo, la sua mistica transgender che scompagina le carte e confonde gli appigli. Il suo corpo sempre al centro di una spiritualità che vuole manifestarsi pura, per quanto intensamente consapevole della propria impura, problematica cifra espressiva.
É un bel disco, per quanto non raggiunga il pathos sconvolgente del predecessore, vuoi perché i miracoli accadono di rado, vuoi per una precisa scelta poetico/formale, come se i nostri (il nostro) avessero scelto di intraprendere una strategica “normalizzazione”, un contenersi nei ranghi della ballata pianistica con qualche scappatella rappresentata dall’agro errebì Fistful Of Love (storia d’amore violento introdotta dalla voce e grattugiata dalla chitarra ritmica di Reed) e dalla sconcertante coda di Hope There's Someone (dove la più angelica delle malinconie è triturata da un pressante conglomerato di piano, organo e voci fantasmatiche). Per il resto, l’impeto struggente di un’anima alla ricerca di sé (l’ombrosa e vibratile Man Is The Baby, forse l’unica concessione a un certo autocompiacimento), caroselli di speranza e rassegnazione (la vibrante For Today I Am A Boy), stille di orgoglio e mestizia (la toccante My Lady Story, vellutata d’archi e flauto). Eppoi malanimo vertiginoso (la tanto breve quanto splendida What Can I Do?, dove Antony è solo un lieve controcanto e Wainwright procede caracollando su ritmica obliqua) e nenie che gonfiano il cuore (l’empito rinfrancante di Spiralling, cui Banhart concede una memorabile intro con la sua tipica voce accartocciata).
É insomma come se il lato più scopertamente freak
di Antony fosse già stato socialmente metabolizzato, e
il problema si fosse spostato a un livello meno visibile, più profondo,
nel dissidio tra sentire ed essere, nel divenire in una traiettoria
confusa, ingovernabile, spiritualmente conflittuale. Per questo,
malgrado la sensibile normalizzazione formale, si continua ad
avvertire chiaramente l'anomalia di questa voce incantevole e
aliena, efebica come riusciva ad esserlo certo Jeff Buckley,
cioè ansiosa di sfuggire alla presa e contemporaneamente
alla ricerca febbrile di un posto tra le cose del mondo.
E in questo senso Your Are My Sister sembra risuonare di un vero e
proprio passaggio di testimone, col timbro di Boy George mai
così rugoso, la voce di uno che ha già speso battaglie sullo
stesso identico fronte, scomparso dai riflettori per volontà di non
sprecarsi più del troppo già compiuto. Ed ecco che la conclusiva Bird
Gehrl, con il suo traslucido incedere da soul atrofizzato, con la sua
teatralità sfatta, esausta, declinante, sembra l’approdo di tutti
i desideri e i timori. L’assoluzione e l’esalazione, il volo. Verso
il meritato paradiso. (7.4/10)

Mi prendo tutte le responsabilità del caso, ma dei mille volti, dei mille corpi, dei mille costumi, a lasciarmi con tanto d’occhi non è stato il Sant’Antonio dei pettorali di Blue Angel e neanche il Mr. Tit Head messo all’angolo di una notte niuiorchese, ma l’Antony-Lorenzo - sì, Lorenzo, lo studente non proprio intelligentissimo partorito dalla mente malata di Corrado Guzzanti - che fa capolino da una delle ormai innumerevoli pagine Web dedicate alla Drag Voice più trendy del nuovo Millennio. Capita a quelli che guardano troppa tivù, mentre fortunatamente di musica non se ne ascolta mai troppa, altrimenti quando mai si potrebbero fare i paragoni e le similitudini ardite che ogni scrittore rock (che si rispetti o no, mica questo è il punto) deve sciorinare come la tabellina del 2?
Ecco allora Antony figlio di una notte d’amore tra Nina
Simone e Jimmy Scott, ecco Antony
più donna di Marianne Faithfull nella
poco conosciuta, pietrificata cover di As Tears Go By della
premiata Brontosauri Spa Jagger, Richards & Pronipoti (mai
donna, però, come Mick che la canta in italiano mordendosi
la coda o forse qualcosa d’altro).
Ecco ancora Strange Fruit (mioddio, Strange Fruit!), ecco Be
My Husband di mammà e nientepopodimenoche So Young delle Ronettes (le Ronettes!),
con l’immancabile contorno di colpi di tosse e scusa-vado-a-pisciare
e tintinnar di bicchieri (le manette dopo) dei mille live di Antony.
Ecco il Dolore e la Cartapesta e tette improbabili e stoffe da Mille e una notte, ma non le notti della Grande Mela, ed ecco farsi strada l’ultimo stravolgimento: adesso che Old Blue Eyes è solo vinile pesantissimo e molto, molto rigato, via i mille volti, via i mille corpi, via i mille costumi, Antony è pura Voice, è Stranger in the night, è il buio oltre la siepe e dietro un cespuglio, è il primato irrinunciabile del Lato Oscuro. “A modo mio”, ma soprattutto a modo suo.

Se c’è un artista che ha messo d’accordo critica e pubblico convincendo la prima in virtù delle notevoli doti canore e conquistando il secondo grazie ad una musica febbrile e intensa come poche, quell’artista è Antony Hegarty. Un musicista cresciuto sotto l’ala protettrice di un paterno Lou Reed, ma ormai talmente originale da diventare più di una costola dell’Adamo di Heroin, nonché il “caso discografico” dell’anno. Ne sono testimonianza le sue apparizioni italiane, sempre toccanti e capaci di richiamare un pubblico numerosissimo, non ultima la data di Ferrara Sotto le Stelle.
A vederlo sul palco non si direbbe e invece sotto la parrucca dai lunghi capelli neri stampata sul volto pallido e una doppia t-shirt che nasconde a fatica un corpo ingombrante, c’è un artista così innocente da sembrare quasi finto, così trasparente da tradire un certo timore reverenziale anche nei confronti di una platea letteralmente rapita.
Davanti al pianoforte a coda e circondato da chitarre, violini, fisarmoniche e viole, il musicista americano delinea melodie a metà strada tra un Marvin Gaye folk e un J.J. Johanson plagiato dal soul, stropiccia ricordi dolorosi e si lascia sovrastare da frammenti di emozioni, mette a nudo l’anima e la dà in pasto al pubblico. E il pubblico è lì, certo d'aver di fronte l'Elephant Man di turno, pronto a cogliere ogni respiro, impegnato a tradurre i sussurri in battiti o magari deciso a seguirlo in gospel improvvisati voce e clapping hands come il divertissement conclusivo Water And Dust, rilascio primordiale dopo tanta lirica bontà.
Il concerto ripercorre gran parte degli episodi dei due album dell'artista - Antony & the Johnsons e I’m a bird now -, arricchendosi di alcune cover - Leonard Cohen, Nico, Reed - e dell'immancabile Cripple and the Starfish, per una durata complessiva vicina alle due ore. Un lasso di tempo che ha esaltato ampiamente uno stile in bilico tra femminee latitudini e intimismo espressivo in vibrato, contorni strumentali essenziali (spesso ridotti al solo pianoforte) e crescendo vorticosi, grazie anche a un ensemble calibratissimo nel suo essere presente e al tempo stesso invisibile.
Potremmo ricordare Hope There’s Someone, You Are My Sister, ma è doveroso annoverare anche le tre cover (che dopo il lungo tour sono perfettamente integrate nella scaletta live del cantautore): le velvettiane Candy Says e Afraid (di Nico) e The Guests, una dolente ballata di Leonard Cohen.
Trattasi soltanto di citazioni estemporanee: quella di Antony è sublime poetica, slancio sincero e incorrotto, che tuttavia - come si è visto - rischia, in una contemporaneità che divora il talento come un lollypop all'arancia, d'esser principio di fine, inizio di cristallizzazione, soffocante visione di un Donkey che si spegne di perfezione tra lacrime di ragazzine e plausi della sinistra radical chic.