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Angels Of Light

di aa.vv.
sul PDF n# 35 un approfondimento su Michael Gira.

 

 

  • Lena's Song
  • The Kid is Already Breaking
  • My Friend Thor
  • On the Mountain
  • Destroyer
  • Dawn
  • My Sister Said
  • Michael's White Hands
  • To Live Through Someone
  • Simon is Stronger Than Us
  • Purple Creek
  • Jackie's Spine

The Angels Of Light Sing "Other People" (Young God / Goodfellas)

di Edoardo Bridda

Più che parlare dell’ultima produzione di Michael Gira, sarebbe forse più interessante rimandare il lettore all’ottimo album di Akron/Family che qui cura gli arrangiamenti.

Copiosi sono gli indizi in questo The Angels Of Light Sing "Other People" che evidenziano la calligrafia accattivante della travelling family e ne stimolano l'ascolto, e questo accade specialmente nelle buone sezioni d’archi che aprono la gioiosa solitudine di The Kid Is Always Breaking, e soprattutto per l’intaglio finissimo della trama di My Friend Thor (saliscendi di arrangiamenti fantasma dentro e fuori da una foresta, cori dalle chiare reminiscenze Wilson-iane), in quella fragrante di On The Mountain (banjo, chitarra al bottlenek e acustica in sublime sovrapposizione) e infine in quella country/magico-mistica di Dawn (che a sorpresa si apre sul finale in una calda brezza di cori e crepuscoli di violini). Diverse per ciascuno dei dodici brani, le soluzioni d'arrangiamento rappresentano altrettante intuizioni soppesate con gusto e grazia, che tengono conto delle storie, degli umori e degli intrecci vocali di quel songwriter che avevamo lasciato in un limbo cantautoral-amatoriale depresso e sdrucito.

Grazie al collettivo, Mike Gira, alleggerito di dieci zavorre, ritrova la forma in un folk-pop mai così orecchiabile, con il suo crooning a mescolarsi persino a coretti di beatles-iana memoria sullo sfondo di selci e grano. Sorprende dunque, sentirlo lievitare dopo tante contorsioni all'inferno e in terra, eppure l'ex Swans non rinnega certo il passato e la prevedibilità delle soluzioni canore adottate, da leggersi come continuità con una storia e un percorso, sono un lampante gioco di specchi che riporta a una medesima catarsi musical-esistenziale.

A fronte di un paio di episodi veramente validi come My Friend Thor e Dawn e altrettanti un po' abusati (Lena's Song e Michael's White Hands), The Angels Of Light Sing "Other People" non sarà ai livelli della produzione passata, ma sicuramente è un discreto album. (6.5/10)

  • Black River Song
  • Promise Of Water
  • The Man We Left Behind
  • My Brother's Man
  • Not Here / Not Now
  • Joseph's Song
  • We Are Him
  • Sometimes I Dream I'm Hurting You
  • Sunflower's Here To Stay
  • Good Bye Mary Lou
  • The Visitor
  • Star Chaser

We Are Him (Young God / Goodfellas, 28 agosto 2007)

di Antonello Comunale

Chi ha davvero bisogno del suo mignolo destro? Venderlo sarebbe un grande investimento per me e per il futuro della mia famiglia”. E’ Michael Gira che parla e sta alludendo alla cifra di $250.000 che chiedeva qualche anno fa a chiunque fosse stato interessato ad acquistare il mignolo della sua mano destra... Se con gli Swans economicamente non andava proprio di lusso, nemmeno con gli Angels Of Light si sbanca al botteghino e allora tanto vale perpetrare (scherzosamente) l’offerta di cui sopra e sviscerarsi come uomo e come musicista, ancora una volta, l’ennesima, con il nuovo disco degli Angeli. We Are Him per Michael è come una straziante salita al Golgota, coordinata dal profeta Joseph e dai fantasmi interiori che tornano ad agitarsi e a sbraitare. La chiave per capire un lavoro come questo sta tutto in quello “scomparire da se stessi” di cui si dice in sede di intervista. Trascendere per trasformarsi. Per gli Angels Of Light questo significa superare il tappeto strumentale messo in piedi dagli Akron/Family durante le prime sedute di registrazione, che non sembrava fotografare bene le ferite di Michael, di nuovo esposte in evidenza, di nuove bisognose di essere grattate via. Da lì il percorso si è fatto accidentato ed impervio, per quanto folta è la folla di ospiti e collaboratori: Christoph Hahn, Bill Rieflin, Eszter Balint, Julia Kent, Larkin Grimm, Paul Cantelon, Siobhan Duffy… ma per forza di cose è Michael a ritagliarsi la parte del protagonista, “The God Of This Fuckin’ Land”.

Sparge veleno su queste folk ballads da crooner e ingrossa il petto e i ritmi per blaterare visionario di Joseph e della sua missione. Black River Song  inizia maliziosa, con un piano da vaudeville come fossero dei Birthday Party in trasferta a Memphis e reitera malsana il concetto con quella ripetitività ossessiva così autografa, che il tirare in ballo certi Swans non pare proprio un’eresia. Fa anche meglio la successiva Promise Of Water, che avanza come una marcia funebre, macchiata di southern gospel e intona un sudario di colpa e redenzione: “There’s some people on earth and they scrape in the dust/If you kill them enough they will look just like us/ And just as it was is just how it will be/For the promise of water I’ll walk on my knees”. In Not Here / Not Now il tocco apocalittico dei cori di Larkin Grimm e Siobhan Duffy fa in qualche modo il verso a quelli che faceva Jarboe all’epoca dei "bunny records", anche perché il brano ha più di qualche dettaglio da condividere con White Light From The Mouth Of Infinity e Love Of Life. “Let him in / Let him in / Let him in” è invece l’invito esplicito che intona We Are Him al ritmo caracollante di un country incalzante e vigoroso, dopo che un drone introduttivo aveva preparato l’orecchio per il botto e la cassa toracica ad aprirsi. Ancora più country Goodbye, Mary Lou che è macchiata da un tono isterico e inacidito, tanto più che la canzone “è dedicata a molte delle mie passate ragazze. Vorrei che loro salissero attraverso il blu – in paradiso – in modo che potessero guardarmi dall’alto e continuare a torturarmi senza fine, per sempre”. E allora il testo non può che fare: Mary Lou, I renounce you/Mary Lou, fu-fu-fuck you”.

In questo disco c’è la nervosa malia delle migliori cose di Michael e come se fosse una cartina al tornasole, sulla copertina torna un dipinto di Deryk Thomas, che non vedevamo dai conigli e dai bambini in fiamme dai dischi folk degli Swans dei primi ’90. Ma l’essenza dell’ultimo Michael Gira non è quella di mostrare una coppia di stimmate con sacrale e monastico distacco. Michael Gira non è Nick Cave. Michael Gira è Joseph, un profeta per modo di dire, uno che non sempre viene ascoltato, anche se nell’ultima Star Chaser fa di tutto per farsi sentire, ripetendo incessantemente, fino alla fine: “You live on in me”.  (7.5/10)