Un occhio alla tradizione e uno all’attualità, per un percorso ellittico dai labili contorni free-jazz, rock e impro, che con l’ultimo Brevi Momenti di Presenza si allarga sino ai confini della colta contemporanea. Per festeggiarne i dieci anni di attività, ci addentriamo nel piccolo laboratorio musicale aperto degli Anatrofobia, ritornati in questa occasione al trio originario. La nostra intervista.
Anatrofobia. Nome bizzarro di un trio quasi intoccabile per una cerchia di fan e molto apprezzato dalla stampa specializzata. Formazione solida che etichettare semplicemente jazz-rock sarebbe riduttivo, oltre che fuorviante. L’uscita del nuovo, essenziale album col suo tornare ellitticamente alle origini di un percorso ormai decennale, è l’occasione per approfondire il discorso con una breve intervista e con un doveroso rewind critico su una discografia davvero invidiabile.
Quello anatrofobico è un discorso musicale che nasce come tanti in provincia, più precisamente in quella zona franca del Piemonte che volgendosi ad ovest vede l’ombra lunga delle Alpi, mentre ad est si allaccia all’ipotetico circuito musicale europeo di Milano. Come dire, un occhio alla tradizione e uno all’attualità. Che a ben vedere potrebbe essere il motto non scritto del trio + n che ha sempre unito improvvisazione e scrittura, tradizione e innovazione.

Il loro è un percorso dicevamo ellittico, dai labili contorni free-jazz, rock e impro che con l’ultimo Brevi Momenti Di Presenza si allarga sino ai confini della colta contemporanea. Il disco segna, infatti, un ritorno alle origini dell’organico, dato che Anatrofobia è di nuovo il trio originario (i fratelli Luca e Alessandro Cartolari, a basso e sax, e Andrea Biondello, alle percussioni); ma anche nelle composizioni, visto che la reductio a trio ha riavvicinato alle origini sperimentali dei primi album in cui dominava l’alternanza tra vuoti e pieni, la dispersione dei suoni, l’essiccamento delle strutture.
Prima dell’intervista ritorniamo dunque brevemente sui loro passi. La storia discografica inizia con Frammenti Di Durata (CMC, 1997; 7.5/10). Un disco contorto, incosciente ma sincero che offre un abbozzo di quel che sarà: 8 brani in cui lunghe pause e vuoti pneumatici contrappuntano svolazzi avant-jazz. Neumi In Campo è il paradigma di quest’attitudine: gorgoglii di sax appena udibili su un tappeto a-ritmico che cresce amorfo e claudicante fino a esplodere in un tripudio free.
Due anni dopo segue Ruote Che Girano A Vuoto (ZZZ, 1999; 7.4/10): la formazione si allarga (Mario Simeoni a flauti e tubi sonori), i vuoti si dilatano, espandendosi verso lidi lunari (Musica A Piccole Dimensioni) o in interiori introspezioni (Legatura In Pelle); i pieni al contrario mostrano una attitudine jazz-rock mai così esplosiva. I veri botti però sono dominio del biennio 2001-02 con l’accoppiata Uno Scoiattolo In Mezzo Ad Un’Autostrada e Lecosenonparlano per Wallace (entrambi 7.2/10). E di pari passo, una musica intimamente personale prende forma. È il “jazz-rock anatrofobico” di una formazione che nel frattempo si è espansa a collettivo con la tromba di Gianni Trovero, prima, la chitarra dell’ex Cardosanto Roberto Sassi e il fagotto di Alessio Pisani, poi. L’approdo è un jazz-rock muscolare e maturo tra avant-jazz e derive free-rock, elementi popolari e musica colta; uno spettro stilistico ondivago e onnicomprensivo. Unico.
La Tesa Musica Marginale del 2004 (Wallace, 7.5/10) tende le note, le spezza. Mette spigoli. La materia sonica diventa un’oscura frattaglia nella quale il jazz è libero di spaziare. Le strutture s’aprono e così l’improvvisazione si fa maggiormente free fondendosi con suoni non propriamente jazz come il fagotto o rileggendo l’Opera n. 87 di Shostakovich. Oscuro e denso, onnisciente e vorticoso l’album segna un altro vertice. È indubbiamente il loro Black Album. Dopo uno iato di 3 anni, l’ellissi si conchiude nel nuovo album, sul quale abbiamo scambiato qualche battuta con Alessandro.

Dopo anni di formazione variabile, quasi un trio + n, siete ritornati alla forma iniziale. Come mai questa scelta?
Dopo Tesa Musica Marginale abbiamo pensato che per poter fare un passo avanti, avremmo dovuto togliere piuttosto che aggiungere e quindi ci siamo concentrati sul trio, da sempre nucleo del nostro suono. Sapevamo che l’attività costante settimanale del trio avrebbe potuto aiutare a far crescere il nostro linguaggio improvvisativo e in particolare l’integrazione del crescente lato informatico.
Difatti il + n col quale ho definito il vostro trio aperto è ora rappresentato non da una persona fisica, bensì dall’elettronica; elemento peraltro da sempre accostabile a Anatrofobia… tuo fratello Luca si è laureato con una tesi sulla teoria generativa della musica tonale… Insomma quanto e come ha pesato questo inesistente quarto membro nella stesura di BMP?
Si, Luca si è laureato con Giovanni Piana (consiglio vivamente la sua “Filosofia della musica”) in filosofia ad indirizzo informatico, per poi coinvolgere anche me nella nostra società di informatica Mediaducks con cui tutt’oggi campiamo. Quindi per noi è assolutamente naturale la spinta verso un utilizzo consapevole dell’informatica applicata alla musica (registrazione, mixaggio e mastering), ma in particolare alla creazione di software che possa interagire nelle nostre improvvisazioni. Per creare questi ospiti virtuali abbiamo utilizzato come linguaggi di programmazione CSound e Pyton, condividendo sul nostro sito e sul portale www.live-electronics.com i risultati con chiunque abbia voglia di vivere l’informatica in modo creativo.
A giudicare dal flusso sonoro di BMP si può parlare a ragione di una nuova (vecchia) fase che si ricollega ellitticamente ai primi lavori, penso a Frammenti Di Durata e Ruote Che Girano…. Si ha però l’impressione che ci sia una nuova consapevolezza, quasi una maturazione di quei suoni/strutture…
Si, hai ragione, credo che Brevi Momenti di Presenza sia un passo in avanti guardandosi alle spalle. Il ritorno in trio chiaramente ci ha permesso di ritrovare essenzialità e coraggio; non senza fatica, abbiamo cercato di arricchire il nostro linguaggio improvvisativo. Sembrerà assurdo con un CD così scarno, ma è vero. La nostra consapevolezza in questo momento è sapere che agiamo per pura passione, conoscendo bene i nostri limiti, tentando di spostarli sempre un pochino più avanti, alla ricerca di una costante dialettica tra regola e caso, ordine e caos, silenzio e rumore, modernità e tradizione.
Ancora sull’essenzialità del trio. Nell’album si notano sconfinamenti nella colta contemporanea per i numerosi rimandi a Riley, Ligeti, tanto da sembrare una versione oltre-jazz dei 4’33’’ di Cage… C’erano questi presupposti nelle vostre impro in studio o il tutto è nato “casualmente”?
Siamo degli appassionati ascoltatori di musica contemporanea, come di tante altre musiche che vanno dal jazz, al rock, al blues ecc. Diciamo che in certe strutture improvvisative abbiamo dato molta più importanza al gesto e al timbro rispetto ad armonia e ritmica, lavorando anche tramite metodi matematici e programmi realizzati ad hoc e questo credo possa dar vita al “miraggio” di cui parli. Un altro dei motivi credo possa essere l’uso del silenzio come parte integrante del suono. La semplicità delle nostre strutture rende comunque queste ultime non avvicinabili a forme decisamente più complesse come quelle dei Grandi Compositori che hai citato.
Brevi Momenti Di Presenza è il titolo dell’ultima traccia di un lavoro precedente (Lecosenonparlano) ma anche del nuovo album. Come si deve intendere? Un legame col passato, un continuum stilistico…
Ci piace giocare con i nomi di brani passati, lo facciamo spesso. Brevi Momenti Di Presenza era per noi il nome perfetto per fotografare questo nostro periodo musicale. Riteniamo importante guardarsi dietro, nella propria “storia musicale”, per cercare di capire quale buona intuizione è stata persa, quali errori si sono fatti, per tornare ad affrontare certe idee con maggiore consapevolezza e maturità.
L’unica band italiana accomunabile a voi per “destrutturazione” (rock nel loro caso, jazz nel vostro) sono gli Starfuckers/Sinistri…Sentite questa vicinanza?
Gli Starfuckers hanno inciso un CD che consiglierei di ascoltare (Sinistri), un vero esempio di via personale al rock. Devo dire che spesso ci hanno fatto notare questa vicinanza, fin dai tempi di Frammenti Di Durata e quindi credo che qualcosa di vero per forza ci sia. Pensandoci credo ci sia una forte differenza: sono convinto che la straordinaria forza degli Starfuckers sia la freddezza delle proprie pause e la chirurgica passione per l’arrangiamento minimale. Nel nostro caso credo sia invece presente il più delle volte un calore lirico, anche quando questo non si manifesta ma rimane sottopelle. Tutti e due gli approcci rischiano di difettare in comunicazione nel mondo musicale di oggi dove tutto è tremendamente esplicito, ma è proprio questo equilibrio precario tra raziocinio e spiritualità che rende interessante la musica.

Prescindono i canavesi, anche da loro stessi, affidandosi non più unicamente alla loro peculiare sintassi jazz, ma riferendosi quasi alla colta contemporanea. E lo fanno consapevolmente alla luce di un percorso ormai quasi decennale che li ha visti e li vede tuttora trattare la materia fino a plasmarla a proprio piacimento. In questo nuovo episodio i tre sembrano procedere per sottrazione, giocando con silenzi e pause, vuoti pneumatici in cui far riverberare ancor più prepotentemente i brevi momenti di presenza che danno il titolo al lungo flusso sonoro. Richiedono coi loro spasmi l’attenzione dell’ascoltatore, costretto a vedere con l’orecchio frammenti di suono, sfilacciamenti di note, aborti di strofe che assumono il proprio senso se visti come continuum con i vuoti. La stimolante sensazione che se ne ha è quella di una versione oltre-jazz dei 4’33 di cageiana memoria o una rilettura di certi momenti rileyani in chiave anatrojazz. La certezza è che gli Anatrofobia hanno effettuato sul “jazz” lo stesso percorso che gli Starfuckers/Sinistri effettuarono mandando Infrantumi il rock. Entrambi, ovviamente con eccellenti risultati. (8.0/10)