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Amandine

di AA. VV.
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Foto: Amandine (di Jacob Andrén)

 

 

  • For All The Marbles
  • Halo
  • Fine Lines
  • Stitches
  • Blood And Marrow
  • Over The Trenches
  • Fathers And Sons
  • Firefly
  • Sway
  • Easy Prey
  • Heart Tremor

This Is Where Our Hearts Collide (Fat Cat / Wide, 19 settembre 2005)

di Marina Pierri

L' ottima etichetta inglese Fat Cat - la stessa dell'ultima Vashti Bunyan e degli Animal Collective, per intenderci - propone da diversi anni uno dei migliori roster tendenzialmente alt.folk in circolazione e fa per questo da autentico marchio di garanzia. E' comprensibile dunque che davanti alla sua ultima creatura, This Is Where Our Hearts Collide degli illustri sconosciuti svedesi Amandine, ci si metta all'ascolto con fiducia e impazienza. Le aspettative però vengono leggermente deluse. Il chamber pop/folk del debutto del quartetto, per quanto piacevole o gradevole, manca spesso e volentieri della scrittura incisiva e appassionata che pure ci si aspetterebbe.

Se le influenze più palesi a monte sono ristrette al circolo Molina-Oldham ed alle loro innumerevoli trasformazioni onomastico/sonore, a valle vengono in mente nomi valenti e più "recenti" come gli Zephyrs, cui si accostano facilmente per delicatezza e dolcezza della sezione vocale e ritmica. Le pretese sono poche e questo va probabilmente a vantaggio della band, ma la pena espressa in toni volutamente low-key di pezzi come Blood And Marrow o Fathers And Sons non colpisce veramente il segno, scivolando, piuttosto, lieve e un tantino annacquata per i canali auditivi. E se in altre zone della tracklist sicuramente i pianoforti o la voce strascicata di Olof Gidlof fanno egregiamente la loro parte (molto belle For All The Marbles, Over The Trenches o Heart Tremor), è pur vero che al di là di una certa, innegabile, qualità di fondo, le sensazioni suscitate complessivamente dall'ascolto di This Is Where Our Hearts Collide sono tiepide. (6.0/10)

  • Faintest Of Sparks
  • Chores Of The Heart
  • Silver Bells
  • Soldiers Hands
  • Iron Wings
  • Our Nameless Will
  • Better Soil
  • Secrets
  • Shadow Of Grief
  • New Morning

Solace In Sore Hands ( Fat Cat / Audioglobe, maggio 2007)

di Teresa Greco

La malinconia è di casa nella prolifica Svezia, non solo nel pop (Labrador docet); arrivato al secondo album su Fat Cat, il quartetto degli Amandine prosegue sulle coordinate - già percorse - di un folk umorale e a tratti oscuramente mosso, che ha le sue radici principalmente in terra americana; siamo infatti decisamente dalle parti della coppia Howe Gelb/Will Oldham, si ascolti l’incipit Faintest Of Spark, ballad per banjo ed organo e l’incedere nervoso di Our Nameless Will. Altrove il folk diventa country-rock elettrico d’ispirazione younghiana (Secrets, Better Soil), o scivola in un chamber-pop solo apparentemente statico (vengono in mente in più di un’occasione i Belle & Sebastian, come nella distesa New Morning). A fronte di un songwriting che non è mai stato particolarmente memorabile, le trame sonore rispetto al primo album si sono fatte man mano più inquiete acquistando in profondità ed espressività, fornendogli così un carattere più deciso e in sostanza più personale. (6.4/10)