Autenticamente e genialmente “punk”, nel senso profondo dell’attitudine, spontaneo e diretto patrimonio di persone che restano se stesse, perché sono quel che suonano e quello che suonano vive in loro. Ecco perché Altro ti s’appiccicano addosso, smuovono qualcosa dentro e hanno un fedelissimo seguito. Non lasciano indifferenti, non appartengono alle troppe facce anonime di oggi.
Quando scrivi di musica, di regola accantoni le idiosincrasie personali e, se proprio non c’è verso, ti affidi a degli espedienti. Ironizzi, circoscrivi, fai il distaccato. Non con gli Altro, band unica in Italia per come suona e di conseguenza divide: si amano o si odiano, li si trova fantastici o inetti (ma da quanto lo stile implica l’abilità tecnica?). Una cosa, tuttavia, non ci si può esimere dal notare: quanto siano autenticamente e genialmente “punk”. Nel senso profondo dell’attitudine, spontaneo e diretto patrimonio di persone che sul palco restano se stesse, perché sono quel che suonano e quello che suonano vive in loro (“Alla volte ti capita di conoscere gente nuova che dice di conoscerti dal primo disco, e allora gli chiedi sempre perché ci conosciamo soltanto ora!”) Ecco perché Altro ti s’appiccicano addosso, smuovono qualcosa dentro e hanno un fedelissimo seguito. Sentiti una volta, non te li scordi. Non lasciano indifferenti, non appartengono alle troppe facce anonime di oggi.

Pesaro, anni Novanta: tre ragazzi ascoltano musica nei “vent’anni e qualcosa” e nello stupore di dischi che cambiano loro le cose attorno. Iniziano come tanti dalla stanzetta di provincia, prima di internet e Myspace (dove - evviva! - non li trovi) e prima dei gruppetti d’incapaci brufolosi che come li spieghi altrimenti. All’epoca, insomma, delle fanzine cartacee spedite per due soldi (così Alessandro Baronciani - cantante, chitarrista e talentuoso “fumettista” - ha a lungo gestito le sue pubblicazioni: con l’abbonamento postale), quando una certa indipendenza italiana era in divenire creativo oltre i risibili orticelli, quando pensavi che qualcosa stava cambiando e forse davvero è successo (indizio: un loro video - fulmineo e fulminante come la visione dal buco della serratura - finì in rotazione su MTV; poco dopo, Baronciani sedette sul divano di Brand:New a menar per il naso Paola Maugeri, accortasene solo a trasmissione inoltrata: “Tutti e tre possediamo uno spiccato senso dell'ironia, in maniera differente. Quando siamo in due, ridiamo sempre del terzo che non c'è.”) Si comprano gli strumenti dopo averli avuti in prestito, scegliendoli per la sintonia rivelatrice con l’individuo: la Danelectro leggera che si scorda, il basso secco (wave e grunge: un cerchio chiuso) simil-Thunderbird in mano a Gianni Pagnini e i tamburi di latta cui presiede Simone Sideri. Dal primo singolo registrato in un ristorante abbandonato, lungo la progressiva presa di coscienza del proprio valore si legge una scelta e non una necessità nel girare intorno a una proposta sonora solo apparentemente uniforme. Bisogna vederli dal vivo per capire: salti e canto a occhi chiusi, quel che s’ha da dire è detto con generosa partecipazione e allontanando gratuità ed eccessi. Perché se non hai un “come”, te lo cerchi, lo interpreti a pennello e guadagni il rispetto. Se non è punk, allora i modelli di stringata efficacia Minutemen che sono esistiti a fare?
Gli anni formativi sono importanti e spesi nel distacco oggettivo della provincia: Sensefield, Hüsker Dü, dolce “trance” californiana - Indian Bingo, Shiva Burlesque - e nuova onda che riaffiorerà, assieme all’introversione Smiths e un fiero spirito che diresti dei Franti (“Abbiamo iniziato ad ascoltare Sex Pistols e Buzzcocks prima dei Nirvana, perciò quando arrivarono fu una festa. E tanto trash metal che ho riscoperto solo adesso: al tempo ascoltavo i Cocteau Twins.”) Cercateli, chi più e chi niente nel suono ci sono; nella visione del mondo e delle cose però sì, sempre. Bassa, dunque, la fedeltà del terzetto inaugurale di 7”: l’omonimo (autoproduzione, 1999; 6.6/10) si esprime spiccio ma peculiare come l’autarchico split coi Contrasto (autoproduzione, 2000; 6.8/10) e il conclusivo Altro (Love Boat/Smartz, 2000; 7.0/10). Tra la foga leggi in nuce l’ossimoro che sarà, le influenze di cui sopra accolte dentro un alveo Beat Happening e Cure “immaginari”, quasi una Manchester trasferita a Olympia, ma c’è di più. I testi sono in italiano, tra i pochi nostrani che reggano l’ascolto: istantanee elusive di rapporti interpersonali che lasciano in sospeso come Raymond Carver, per il quale scrivere significava tagliare fino all’osso e dopo cercare il midollo. Come quei cromatismi sottilmente ribaltati sulle copertine dei singoli i particolari “rivelano” (“Cattedrale di Carter è bellissimo! Quest’estate mio fratello mi regalò la raccolta con tutte le sue poesie: gli diedi più di uno sguardo, ma trovai soltanto poesie che parlavano di lui che andava a pesca. Poi, una sera, mio fratello prende il libro e legge una poesia bellissima. Mi piace ascoltare canzoni in inglese, cercando di intuire quello che dicono con quel che riesco a capire. Vengono nuove associazioni di idee che non hanno niente a che fare col testo della canzone.”) I tre tirano dritto, mentre studio e lavoro li allontanano nelle metropoli dalle quali tornano per scrivere i brani (provarli e riprovarli, a che pro?) che compaiono sul cd d’esordio Candore (Love Boat 2001; 7.5/10). I distratti lo catalogano nella voga “emo”, con la quale ha ben poco da spartire per le influenze suddette e una matrice prossima a dei moderni Diaframma, non indifferente a degli Wire privati di britannico autocontrollo. Penna ed esecuzione essenziali tuttavia franche, nonostante o più probabilmente grazie all’ordinato frastuono, epifanie d’umanità in formato canzone, riassunte nel coro “Io credevo che noi fossimo uno, soltanto uno” di Pitagora, centoquarantatre fragorosi e innodici secondi subito classici. Le fanno ottima compagnia il senso d’attesa strozzata che accenna a sciogliersi in Documento I, l’up-tempo funk candeggiato Ripresa, i martellamenti sfaldati di Capitale, il grigiore autunnale della smithsiana Persa.
Seguono altri concerti, tra cui il prestigioso il passaggio ad Arezzo, presupposti di un attesto secondo disco d’importante esito. Della rifinitura di Prodotto (Love Boat 2004; 7.8/10) si occupa Bugo, permettendo il quid che affina ulteriormente la scrittura e lo svolgimento rodati dal palco. Ne risultano undici episodi nevroticamente vitali, brevi e viscerali approfondimenti di un debutto cui sottraggono il fiato a volte corto. Lavoro rutilante (Ripasso) e incalzante (alla Gang Of Four senza groove: Rumba), convulso (Interquartieri) e struggente (Minuto, Ancora) malgrado i diciotto minuti di durata, decolla deciso con la lirica Canzone del Gabbiano; da lì inanella il saliscendi Posta, lascia latente malinconia a innervare Ipotesi e dipinge quadretti di post adolescenza con la sferragliante Astio, ponendo la compassata Circostanza saggiamente in disparte. Dopo la defezione di Simone, fronteggiata con l’energico Matteo Caldari (“Suonava già con noi quando Simone o Gianni non c'erano. E’ stato sempre il quarto Altro.”) si giunge al “difficile terzo album”, sempre in giro per la penisola con umiltà. Di Aspetto (La Tempesta, 2007) illuminano la trasparenza dei suoni e la consapevolezza delle fasi creative, dalla produzione al mixing, dei quali si è occupato Rico degli Uochi Toki (“Io ancora un po' di difficoltà a farmi il suono nell'amplificatore ce l'ho. Comunque è bello scoprire cose nuove quando suoni, soprattutto che puoi fare con le canzoni le stesse cose che fai con Photoshop. E’ una questione di conoscere i termini: non esistono persone disposte a capire che vuoi una batteria che faccia “tah” e non “tuh””). Cogli echi ben gestiti nell’ascolto, tanto P.I.L. e funk-punk, lontano dalle rotondità “hit indie” di Disco Drive e più fedele alla fonte originaria, più cruda e acuminata ma allo stesso tempo introspettiva. Soprattutto riconosci la maturità unita a un impeto che non viene mai meno anche nei rari momenti riflessivi, quella cifra stilistica personale che è più di tutto riluttanza all’omologazione (“C’erano tanti nomi in lizza per il titolo: volevamo trovarne uno a metà strada tra "candore" e "prodotto". C'è un momento in cui scopri che puoi far passare per verità una bugia: ti accorgi che le cose hanno un significato diverso, che puoi dire cose non vere e farle passare per reali. Da lì in poi non si è più puri, ma nemmeno corrotti: diciamo che scopri la malizia. Solo che è una parola brutta, non puoi chiamare un disco “malizia”. Poi arrivò "aspetto”, ci piaceva anche perché eravamo sfiniti dalla ricerca ed era quello che stavamo cercando, alla fine.” Come alla fine è valsa la pena aspettare tre anni per degli Altro adulti e perciò fedeli alla loro (non) identità. Del resto, come cantava un “certo” Federico “Chi fa da sé, farà sempre molto più di tre.”

C'eravamo quasi cascati all’inizio, e ripensandoci s’era preferito pensarla una simpatica boutade, la descrizione di quest’album fornitaci dai diretti interessati con un sardonico “shoegaze, ma col cantato punk". Al solito, non sai con che pinze pigliarli, Altro, e questa volta sgusciano con ancor più agilità. C’è molto Settantasette “trent'anni dopo” in quell’autarchia fiera, nello spirito che fa sì che restino gli stessi sul palco e fuori, al punto che li potresti vedere tra il pubblico a osservarsi mentre suonano. Non gli impedisce di essere diventati grandi, però, di fargli sottoscrivere che non è così male, in fondo, quella strana faccenda chiamata maturità artistica. Questo è Aspetto: undici brani che smatassano il bandolo del “terzo disco, quello definitivo” smentendo l’assunto con sottigliezza, esibendo suoni finalmente adeguati senza snaturare l’indole che da sempre accompagna i tre marchigiani. Di conseguenza, la calligrafia sonora ha necessariamente smarrito qualcosa in immediatezza, riparando con la padronanza degli scenari new wave che furono e che sono di nuovo tra noi.
Non pensate ad una mossa dettata dal conveniente opportunismo o ignoranza della storia, ché non è da loro: a questo già provvede la maggioranza della stagnante scena musicale italiana. Il linguaggio inconfondibile degli Altro, infatti, ha tuttora modo di emergere costante al di là delle influenze, che non si possono evitare ma nemmeno calpestare. Lo trovate cristallino e peculiare come la regola esige, dentro l’ugola da primi Public Image Limited in cui il gruppo si specchia spesso, volentieri e in Canzone di Andrea, Quadro A. e Passato (dove sei, Memories?) più che altrove. Non manca nelle spolverate di paranoia, stemperata da un respiro malinconico che diresti appartenuto al Morrissey ribelle da cameretta (ma pure al Fiumani cinicamente acustico: l’accoppiata piovosa Smettere e Chiuso). Tuttavia, qualcosa sfugge come sempre e per fortuna, perché quale ruolo giocano la fratturata, falsamente impassibile Federico o la scheggia Gang Of Four di Ramirez? E lo shoegaze che davvero affiora dai riverberi di lontane chitarre nella cingolata Stefano, l’eco sulla voce in stile Pornography di Colpito, o la toccante 31/12, nuovo classico nel solco di Pitagora e Canzone del Gabbiano?
Crescendo alla distanza, l’avvincente rompicapo quasi fornisce una chiave: era già tutto potenzialmente custodito dai due lavori precedenti, aspettava solo di poter emergere, ma forse ci stiamo sbagliando. Gli Altro, più che fornire risposte, paiono propensi a inventare domande da lasciarci in eredità. Al solo scopo di continuare la magia e per rispetto del loro seguito, ne siamo (abbastanza) certi. (7.7/10)
Arriviamo allo Spazio211 in clamoroso ritardo, convinti di aver perso un concerto che inseguiamo da anni e invece gli Altro attaccano in quel momento. SOCK! L'effetto è quello di un pugno in faccia, inaspettato.
Un pezzo dietro l'altro, senza tregua, istantanee sonore e emotive come su disco, senza concessioni alla dimensione live con dilatazioni strumentali o intermezzi parlati. Uno due tre quattro. Basso batteria chitarra voce. BaronKarza e soci non si risparmiano, essenziali e intensi. Alessandro che urla, gli strumenti che urlano, corde e pelli torturate oltre i limiti.
Mezz'ora di Altro. Mezz'ora d'altro. Un pugno in faccia, appunto, di quelli che lasciano il segno per giorni.
Incredibile la reazione del pubblico: indie-ciondolante come se fosse sul tram 18 o intento a scattare foto digitali per il Flickr personale.
In un altro tempo, in un altroquando avremmo visto più stagediver sul palco che gente sotto. Tutto qui.