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Akron Family

di Marina Pierri, Stefano Solventi e Edoardo Bridda
In alcune famiglie ci si scontra senza incontrarsi mai e senza produrre niente, in altre capita che l'unione faccia la forza. E' il caso degli Akron/Family: quattro teste distinte per un unico, inattaccabile, corpo sonoro.
Foto: la Akron Family fotografata nel 2005

We Are Family

di Marina Pierri

Sono le undici di una mattina sperduta nella provincia bolognese, dalle parti della Porrettana, vicino all'autostrada.
Ho seguito i quattro Akron/Family per due giorni, in occasione della data di Bari e di quella di Bologna, osservandoli alle prese con un estenuante tour europeo. All'indomani del concerto del Covo, sono pronti a issare le vele virtuali del loro furgone per salpare verso i lidi romani; ed io mi preparo a salutarli mentre il blu del loro (pare, scomodissimo) veicolo scompare tra le rotonde delle principali.

Ci fermiamo a un bar dall'aria poco amena, vicino un distributore di benzina, e tutti si prendono un espresso e ne ordinano a ruota un altro: "lo sai, ci sono band che fumano un monte di marijuana, o band che bevono fino ad andare in coma etilico tanto perché hanno da bere gratis; noi siamo diversi. Noi beviamo caffè. E' quella la nostra droga ufficiale!" mi aveva detto Ryan Vanderhoof, chitarrista e quasi lead singer della Family. E del resto, Seth Olinsky, secondo chitarrista e polistrumentista che dietro gli occhiali nasconde degli occhi grigi scintillanti, oltre a fare il musicista lavora a tempo perso in un caffè di Brooklyn in cui dice di trovarsi molto a suo agio. "Peraltro mangiamo tutto il tempo, specie a colazione, quando siamo a casa, negli Stati Uniti" specifica quest'ultimo "ci siamo ribattezzati Snack-ron/family".

Dana Jansenn, batterista composto e chic anche nelle prime ore spaccaossa della mattina, si gira una sigaretta e mi domanda come si domanda il prezzo in italiano. Gli altri tre - seguiti dal fedelissimo e torvo guidatore olandese del loro mezzo di locomozione - hanno un aspetto arruffato. Sono molto stanchi. E' il primo anno che si trovano ad avere a che fare con le bellezze e le nefandezze del passare la vita tra una città ed un'altra, tra un confine e quello che subito gli succede sulla cartina. Miles Seaton, bassista scalmanato che adora fare sketch da pirata fingendo gamba di legno e rivolo di bava dalla bocca, mi aveva già confessato di avere "il cervello spappolato. Non è una bella sensazione, sai? Mi sembra che le mie facoltà mentali si siano preservate quel tanto che mi serve a suonare. Per il resto finisce che ci troviamo a farfugliare delle cose senza senso tra di noi, come se le nostre funzioni vitali si fossero ridotte all'essenziale: mangiare, dormire, andare in bagno, suonare. Io mi sento regredito. Tutti questi stimoli diversi, queste facce sempre diverse di luogo in luogo, finisce che mi stonano. Non mi lamento, è chiaro. Tutto questo è splendido, molto più di quanto ci siamo mai aspettati. Però siamo distrutti, si. E non è che l'inizio. Dopo Bari, Bologna e Roma resteremo in Italia ancora un po’. Ci facciamo Tarcento, Bergamo, Padova e poi andiamo a Londra. Suoniamo all'Astoria. E sai per chi apriamo? Devendra Banhart! Dovremo essere bravi a scaldare la folla per lui. Cercheremo di essere cazzoni e rumorosi come meglio possiamo".

Già, Devendra Banhart. Non esattamente uno qualsiasi dei nomi che accompagnano la nascita del giardino dell'alt.folk newyorkese negli angoli meno nascosti delle strade di una Brooklyn in crescente fermento - anzi, sicuramente il più fortunato dei nomi scovati dalla mente dell'angelo/demone della luce, l’ ex “cigno” Michael Gira, che dopo l'esperienza decennale nelle sue band ha canalizzato le sue forze nella scoperta di nuovi talenti. Secondo Seth "è inutile continuare a sparlare di Devendra. Tutto questo dire che è peggiorato, che si è esaurito, che non fa ripetersi, mi dà un po’ sui nervi. Non credere che lo conosca bene, perché così non è. Questa storia della ‘scena’ newyorkese è ridicola; non so cosa pensi la gente, ma ‘noi’ della Young God e tanto meno ‘noi’ a Brooklyn non facciamo feste in cui ci sbronziamo e ci diamo a baccanali VIP o cose del genere. Spesso a malapena ci siamo visti: magari una volta ad un concerto, ci siamo presentati, abbiamo scambiato due parole. Nient'altro. Non è che fare parte dello stesso movimento, se un movimento esiste, fa automaticamente di te il migliore amico di quell'altro. Musica o non musica, è come nella realtà - semplicemente a certe persone ci si lega ed a certe no. Nel caso di Devendra, ti ripeto che non lo conosco. Però penso che dovremmo un po’ smettere di prenderci in giro: in lui c'è qualcosa di più della musica. E' bello, per dirne una. Non si riesce a smettere di guardarlo quando è su di un palco. Cioè, io non riesco, ad esempio. E' questione di carisma. Magari c'è gente che fa musica migliore della sua, o fa meglio la stessa musica, ma non è Devendra. Non vedo che problema ci dovrebbe essere ad accettare questo". Gli chiedo cosa ne pensi, del resto di questo movimento che pure non esiste. E mi risponde che "gli Animal Collective sono favolosi. E chi altro c'è? Ho l'impressione che tu ne sappia molto più di me delle band newyorkesi". Non so, Joanna Newsom o le Cocorosie. "Joanna la conosco pochissimo, è davvero bella...credo che sia la donna di Smog, quel furbacchione (che mi piace molto). Le Cocorosie non mi fanno impazzire. Ma Bianca sta ancora con Devendra?". E per il resto, sono curiosa. "Adoro gli Oneida" mi dice, ed io penso anche che dal vivo la Family condivida anche più di qualche elemento con loro. Ma non mi accontento. Per curiosità, voglio sapere cosa ne pensa dei Clap Your Hands Say Yeah, il fenomeno di Brooklyn del momento. Seth arriccia il naso e sbuffa con eloquenza, poi scuote la testa. "La fama ha le sue proprie coordinate. Hai presente gli Interpol, vero? E hai presente i Calla?" Rispondo che si, conosco entrambi; i secondi peraltro sono stati, anche loro, scoperti dal buon Gira. "Beh, il cantante dei Calla è un mio amico. Ci credi che all'inizio gli Interpol andavano in tour assieme e aprivano per i Calla? E poi guarda che è successo".

foto: Akron Family

Ad ogni modo, pare che il pupillo d'oro Devendra Banhart sia stato rimpiazzato nel cuore coriaceo di Gira proprio da loro: gli Akron/Family, la nuova e luccicante perla della sua Young God Records. Un gioiello così unico che l'ex Swan ha deciso di tenerli con sé a tempo pieno, facendosi da loro accompagnare in tour come componente fissa della sua band (li si può ascoltare in Sing "Other People"). "Non credo di aver fatto una sola intervista nella mia vita in cui non mi sia stato chiesto di parlare di Micheal" gesticola Miles. E continua "lui è straordinario. Io non posso che ammirarlo. Oramai è sposato, ha la sua età. Abbiamo fatto poche date con lui perché credo che il suo cachet sia piuttosto alto e del resto se non ce lo ha lui un cachet alto...è in giro da una vita. E' un genio. Io non posso essere che commosso pensando fino a che punto lui ci ha sostenuti ed elogiati in questi due anni. L'hai letta la pagina della Young God che ha scritto lui? Cioè, lui non è un giornalista. Non ha lo stesso sguardo su di noi che, ad esempio, puoi avere tu. Lui ci conosce, siamo giovani e inesperti per lui, voglio dire, abbiamo vent'anni e qualcosa a cranio; perciò è quasi paterno, è onesto, completamente spontaneo. Se qualcosa non va, non si fa problemi a rimproverarcelo ed il fatto è che è nella posizione di farlo non solo perché ha il dovere di essere più onesto degli altri, ma perché capisce fino in fondo quello che facciamo. Può dirlo, insomma, deve. Io, personalmente, gli sono attaccatissimo ma ti direi una cazzata se fingessi che è una persona facile da gestire. E' un uomo incredibilmente intenso e forse io negli Akron/Family più degli altri ho avuto dei problemi a relazionarmi alla sua intensità. Non so, lo vedi come sono, anche sul palco. Sono esibizionista, mi piace divertirmi, fare ridere, sorridere la gente; non so. Lui è una persona affabilissima, ma anche molto cupa. Ha qualcosa negli occhi che tradisce la sua facciata, quasi sempre impeccabile. E' bello, non trovi? Ed ha 52 anni!".
Più tardi, restando più o meno sull'argomento, faccio notare a Seth che su quella famosa pagina web del sito della Young God Records, nella descrizione che il santo patrono Gira fa di loro viene menzionato ed attribuitogli un modo di suonare particolare, quasi mistico; si chiama "AK-AK". Gli chiedo cosa voglia dire esattamente e se è vero. Lui ride e mi risponde che "no, non vuole dire assolutamente niente, è una cosa che non esiste". Un po’ stupita replico cosa mi avrebbe risposto alla domanda se gliel'avessi fatta in un'intervista formale e senza battere ciglio replica "ti avrei detto la stessa cosa; è uno scherzo!".

Mentre, a saluti ultimati, mi allontano nella mia macchina in rotta verso il centro di Bologna, mi sembra di essermi costruita un'immagine mentale abbastanza nitida di questa famiglia così fuori dagli schemi. Sebbene manchi un legame di parentela tra i quattro componenti, mi è parso che tra di loro esista una vera e propria alchimia caratteriale e persino fisica. Superata la fase delle lunghe barbe degli esordi e dell'uscita dello splendido S/T, dai quattro volti invernali coperti da cappelli e quant'altro delle foto promozionali sono emersi i visi da ventiduenni/venticinquenni di tutti i componenti. Ed i loro bei sorrisi nutriti dalla parlantina sciolta classificano ognuno di loro maniera differente: Dana, sincopatissimo dietro la grancassa, è classy, ha sempre un po’ il piglio del lord inglese (le ragazze gli cadono ai piedi!); Miles è il più divertente ed il più divertito ed è energetico, chiacchierone, vivace; Ryan è il "bello" della band ma è anche il più calmo, il più dolce; anche Seth è molto tranquillo e sebbene possa apparire a prima vista il più introverso e complicato è in realtà solido, loquace e spiritoso. In altre parole, si tratta di individui diversi, che si completano a vicenda e che a ben guardare formano un unico temperamento multi-sfaccettato, complesso, difficilmente descrivibile a parole. ma poco importa: è sufficiente ascoltare la musica eloquente di questi Akron/Family, dalla cui tavolozza nascono dipinti sonori ora figurativi ed ora astratti, nei quali, così come dovrebbe essere, i quattro colori principali si confondono in sfumature inedite, rare e per lo più ineffabili.

Copertina:  Self Titled (Young God, 2005)
  • Before And Again
  • Suchness
  • A Part Of Corey
  • Italy
  • I’ll Be On The Water
  • Running, Returning
  • Afford
  • Interlude: Ak Ak WasTthe Boat They Sailed In On
  • Sorrow Boy
  • Shoes
  • Lumen
  • How Do I Know
  • Franny/You’re Human
  • Untitled

Self Titled (Young God, 2005)

di Stefano Solventi

Quando pensi che la tua cartina geografica sia una cosa su cui contare, quando l’hai ben stesa e appena incorniciata, ecco che cambiano i confini, talvolta pure le coordinate. Un piccolo particolare fuori posto e salta tutto. Gli Akron/Family fanno proprio questo: introducono il loro minuscolo, sconvolgente elemento di novità.

Stiamo parlando di folk, di quello che sembrava essere di nuovo e non essere più, di come trasfigurasse attraverso le maglie dell’elettronica o si perpetuasse come una sorta di monito consapevole della propria obsolescenza. Il folk come ingrediente d’un filtro ipnotico, monito antico nel cuore di meccanismi ipermoderni. Oppure il folk-feticcio che gioca a negare il trascorrere di anni, decenni, epoche, al solo scopo di rendere evidente uno scarto, una distanza facile da colmare – diciamo così – “culturalmente”, tuttavia irriducibile, ben presente ad ogni attimo dell’ascolto. Il folk impossibile quindi come puro mezzo espressivo, perché anche esercizio di modernariato, perché anche unguento per afflitte (o peggio derelitte) nostalgie. Gli Akron/Family, invece, fanno un folk senza “anche”, un folk, di nuovo, possibile: ecco la loro piccola rivolta. Un folk che parla il presente al presente e con voce propria, con urgenza e scienza, con sensibilità aspra e sottile. Un folk carrozzone che ha attraversato gli anni, i decenni, le epoche. Un folk che è folk e basta, senza prefissi né suffissi, perché quelli che porta addosso altro non sono che i segni del guado (barbagli acidi, squarci wave, frattaglie sintetiche).

La mistura si compone di ingredienti diversissimi eppure fratelli: slide e sintetizzatori, chitarroni martoriati e violini, tapes e trombe, fisarmoniche e campanellini, una voce che armeggia con disinvoltura tra flemma polverosa e apatia indolenzita (si ascolti lo struggente finale di Franny/You’re Human), i cori che si disimpegnano con padronanza insospettabile (la bettola iridescente imbastita in coda a Shoes, i fantasmi Beatles – quelli di Because – ammiccati in Before And Again). Li aiuta il fatto d’essere ragazzi nord europei trapiantati in America, tempo e spazio e totem inevitabilmente sbaragliati. Assolutamente degno di menzione anche il loro mentore, quel Michael Gira già al lavoro sull’asteroide “prewar” piovutogli addosso nelle ineffabili vesti di Devendra Banhart.

Avrete capito però che con quest’ultimo ci sono ben pochi punti in comune: qui infatti può capitare d’imbattersi in ciondolanti peregrinazioni Red House Painters trafitte d’ebbrezza Incredibile Strings Band ed epica Mùm (la stupenda Italy), in chincaglierie The Books tra arpeggi ipnotici e geremiadi Thom Yorke (l’impressionante Running, Returning, la solenne Lumen), in filigrane Black Heart Procession che schiantano al suolo dolceagre doglianze Sodastream (la già citata, ectoplasmatica Before And Again) o in fragili, nude, crude, diafane angosce Roger Waters (i found sounds di Interlude: Ak Ak Was The Boat They Sailed In On e la lucida irrequietezza di How Do I Know). E poi ancora ecco sbocciare le escrescenze Eno di A Part Of Corey e Sorrow Boy (quest’ultima un’allibente ninna nanna soul sintetica), il lieve cartiglio M. Ward di Afford, la gravità nostalgica e visionaria della ghost track (come se Radar Bros., Jason Molina e Early Days Miners si fossero dati appuntamento ai confini del mondo conosciuto), e infine i Waterboys stravolti, gli ectoplasmi Barrett, i Simon & Garfunkel impagliati di Suchness.

Densità e leggerezza, complessità che si liquefanno in quadretti tanto stranianti quanto familiari. Canzoni che smaniano per essere qualcosa di più, per liberare gli ormeggi, ma poi finiscono con l’accontentarsi della loro natura. Che è folk. Friabile e solenne, innocente e selvaggio, tenero e derelitto, visionario e disperato. Scritto col siero – formidabile e malsano - del tempo in cui nasce. Oggi. (7.8/10)

Copertina: Akron/Family - Angels of Light (Young God Records, ottobre 2005)

Akron/Family

  • Awake
  • Moment
  • We All Will
  • Future Myth
  • Dylan Part II
  • Oceanside
  • Raising The Sparks

Angels of Light

  • I Pity The Poor Immigrant
  • The Provider
  • One For Hope
  • Mother/Father
  • Come For My Woman

Akron/Family - Angels of Light (Young God Records, ottobre 2005)

di Marina Pierri

A diversi mesi dal più che esauriente Self Titled, la band scoperta da Michael Gira torna con uno split che, paradossalmente, li vede a lavoro da entrambi "i lati", sia come solisti che come parte strumentale degli Angels of Light.

Dall'incipit della Side A la stanza viene riempita dal canto a cappella di Awake, reminiscente di Because dei sempiterni Beatles di Abbey Road, tra le fonti d'ispirazione dichiarate del quartetto. Le succedono la ben più noisy Moment, che si muove leggera al di fuori della forma-canzone nel terreno bene arato del country psichedelico, e Future Myth che è una lunga e per lo più tranquilla cavalcata (otto minuti) melodica, sorretta ancora una volta dal cantato corale. Tra i momenti migliori di questa piccola nuova raccolta di brani vanno sicuramente annoverati, da un lato, l'impatto di Dylan Pt II che riecheggia i Built to Spill di Keep It Like a Secret e, dall'altro, quell'episodio compatto, piacevolmente e genuinamente anni settanta che è invece Raising The Sparks.
La zona Angels of Light, la Side B, è molto più "classica". Si parte con la cover di Dylan, in pieno stile Gira, di I Pity The Poor Immigrant e si prosegue in grande stile con il disordine regolato dei sette minuti di The Provider, fino ad una Mother/Father dai ritmi tribali che ancora una volta riprende le fila del decennale discorso idiosincratico e tematico dell'autore/talent scout ed ad un'accorata, potente, Come For My Woman.

In molti hanno parlato degli Akron/Family accostandoli a The Band di Bob Dylan, personaggio qui omaggiato a più riprese. Il paragone si regge essenzialmente su di un'analogia fin troppo semplice: gli A/F come la Band negli Angels of Light di un Bob Dylan che è Gira. Eppure, come successe alla Band, il quartetto resta in piedi anche da solo, cammina bene, fa passi da gigante. In certi casi supera il maestro. E forse lo supera anche in questo split: i risultati sono quasi all'altezza dei rispettivi lavori precedenti, ma la parte degli Akron/Family nello specifico sembra muovere da coordinate leggermente differenti, finendo per risultare la zona davvero saliente del disco. Il cantato, ad esempio, lasciato solitamente a Ryan Vanderhoof oppure a Seth Olinsky, questa volta coinvolge più pienamente tutti i membri della band fatta eccezione per Oceanside, intonata dalla voce sorprendentemente tonda e piena di un Miles Seaton finora ufficialmente silenzioso. (7.5/10)

Foto: Akron Family a Bari

Live: Akron/Family - La Bohemienne, Bari (8 novembre 2005)

di Marina Pierri

Ci si aspettava un gruppo alt.folk, una pila di melodie ispirate e più o meno strutturate, appena spruzzate di effetti e giocattoli vari ed eventuali - quello che la band definisce "bric à brac" - così come compaiono su disco. E invece, sulla piattaforma del club jazz barese La Bohemienne (locale su cui, dopo vari spostamenti di location, è caduta la scelta degli organizzatori), gli Akron / Family propongono un set basato essenzialmente sull'alternanza programmatica di crescendo e diminuendo, silenzi acustici ed orge spaccatimpani costruite ad hoc, che li avvicinano notevolmente alla psichedelia o al noise.


Si parte a cappella, con la beatlesiana Awake, dal nuovo split con gli Angels of Light (che sono poi sempre loro più il santo patrono Michael Gira), che a meno della metà si frantuma in una free-form/noise in cui la band pare trovarsi perfettamente a suo agio (il tutto ricorda molto da vicino i migliori Animal Collective). Dana Janssen picchia sulla batteria, mentre Miles Seaton al basso, al centro, si contorce come se fosse preso da un attacco epilettico. Dal vivo molte canzoni si capovolgono nel loro quasi-opposto formale, come succede alla splendida Suchness, cantata e scritta da Seth Olinsky, alla seconda chitarra, banjo, campanelle e persino, a tratti, percussioni. Nel caos programmato del quartetto qualcos'altro resta fedele allo spirito del lavoro casalingo del loro Self Titled: è il caso di Running, Returning, fiore all'occhiello dell'album. La canzone, scritta e cantata da Ryan Vanderhoof, ha fatto gridare agli Akron/Family come ai nuovi Radiohead e qualora la prova hi-fi non fosse stata convincente a sufficienza, ascoltarla stasera spaccata in una prima parte strettamente melodica (solo chitarra e voce) e in una seconda eseguita nel full sound delle sezioni al completo toglie ogni dubbio: è drammatica, tesa, dolcissima - condensazioni di pathos ed armonia del genere non si sentivano dai tempi di Kid A. Si prosegue con I'll Be On Water, momento di tranquillità che lascia spazio quasi immediatamente ad una tempesta ritmica largamente improvvisata in cui tutti e quattro i membri della band si alzano in piedi e cominciano a pestare il pestabile, condendo il tutto con feedback assordanti. Appena più tardi, fedeli allo schema della calma dopo la tempesta - e della tempesta dopo la calma - gli Akron/Family si spostano in mezzo al pubblico ed intonano senza amplificazione una sorta di salmo arrotolato attorno al verso centrale "love and space", ancora una volta rigorosamente a cappella. La capacità di fare silenzio del pubblico di questo locale jazz ben fuori dell'impero viene messa a dura prova, quindi praticamente il canto si riverbera soltanto nei primi schieramenti di tavolini.

La band ringrazia e a cose fatte si sposta ancora una volta, l'ultima, sul palco. E si cimenta con l'esecuzione di uno dei nuovi pezzi extra-album d'esordio, Raising the Sparks, cantata contemporaneamente da tutti i componenti, tra arrangiamenti profondamente 70’s e urlati onomatopeici. E' finita. E mentre la "famiglia" si sposta a raccattare qualche drink i più interessati sembrano piuttosto basiti.
Live dell'anno?

Copertina: Meek Warrior (Young God / Goodfellas, 2 ottobre 2006)
  • Blessing Force
  • Gone Beyond
  • Meek Warrior
  • No Space in This Realm
  • The Lightning Bolt of Compassion
  • The Rider (Dolphin Song)
  • Love and Space

Meek Warrior (Young God / Goodfellas, 2  ottobre 2006)

di Edoardo Bridda

Per chi li ha visti da vivo recentemente, non sarà una sorpresa ascoltare la compagine Akron / Family in una versione così debordante, bizzarra e fugsiana. Tranne qualche sparuto episodio folk (The Lightning Bolt of Compassion), Meek Warrior è un piccolo grande mostro avant freak, un album inciso nello stile estemporaneo dei Sessanta e con la forza destabilizzante dei jazzisti più audaci della decade successiva.

Trentacinque minuti a mescolare folk, rock, soul, gospel, jazz e dada suonati in isteresi collettiva. Il parto di quattro menti in un mix di delirio ed euforia dovuta – parole loro  - a due anni di touring incessante con immancabili interventi della cerchia amicale: i sodali The Do Make Say Think e Broken Social Scene e soprattutto una special guest come Hamid Drake, un titano del free che è un po’ il lume tutelare dell’intero lavoro.

Ancor prima che buoni songwriter, la band doppia le impressioni date su palco: sono tra i migliori act live in circolazione, gente che sa tenere e lasciare le trame, cani sciolti e in un lampo armata rossa, saltimbanchi e catechisti. Non avrebbero nulla da invidiare alle più pazze menti del Greenwich Village che fu e da una base à la Fugs potrebbero cambiarsi d’abito in un lampo e diventare i King Crimson. Ascoltando i quasi dieci minuti di Blessing Force (siringate di prog, cucchiai di gospel), e i deliri di Meek Warrior, c’è da credere che in questo momento avrebbero la forza d’incidere dozzine di questi special album, proprio come dei jazzisti. E, davvero, sarebbero tutti del miglior freak folk.

Occorre ammetterlo, se qualcuno avesse ancora dei dubbi, gli Akron Family hanno definitivamente gambizzato gli Animal Collective. Li aspettiamo a gennaio per il sequel ufficiale dell’omonimo album, sempre sotto l’egidia di Michael Gira. God Bless. (7.0/10)

  • Love, Love, Love (Everyone)
  • Ed Is A Portal
  • Don't Be Afraid, You're Already Dead
  • I've Got Some Friends
  • Lake Song/New Ceremonial Music For Moms
  • There's So Many Colors
  • Crickets
  • Phenomena
  • Pony's O.G.
  • Of All The Things
  • Love, Love, Love 2 (Reprise)

Love Is Simple (Young God, 18 settembre 2007)

di Edoardo Bridda

Battiamolo questo ferro. È rovente. Giusto un po’ di tempo nel New Jersey con Andrew Weiss (quello che ha prodotto quasi tutti i dischi degli Ween) e gli Akron Family hanno il master del loro quarto lavoro. Lo consegnano a Michael Gira e lui, Unkle Mike, pochi giorni dopo li guarda in faccia con quella brutta espressione che vedete sul sito e gli dice pressappoco: “Con questo misto di Beatles, Chicago Art Ensemble, Credeence Clearwater Revival, The Grateful Dead, The Hollies, The Butthole Surfers, Led Zeppelin vi confermate una delle migliori band sul pianeta”. Detto da lui è praticamente una garanzia e, sappiatelo da subito, non farò altro che dirvi quanto il boss della Young God non sia lontano dalla verità (sempre che esista, una verità). Per davvero, sarà prodotto del genio questa esplosione di canzoni folk (come pop Macca-Lennon) e questa savana di raga e orge tribali che mi sono esplose nelle orecchie come cento caramelle Haribo?

Lo ascolti e lo riascolti Love Is Simple e sei a cavallo dei ’60/’70, nel cosiddetto Eldorado del rock. Ci credi. E’ vero. Sì fratello, lo è! Tutto così sfavillante e fragrante. Amore universale e droghe che non ti prendono mai male ma sempre benissimo, ti mandano verso l’Eden. Niente Re Lucertola in paradiso, solo colori; e infatti There's So Many Colors dicono loro. Un viaggio, quella traccia. Otto minuti dove ti butti sotto il sole a pregare che quel peyote mandato da dio non smetta brillare. Due accordi di banjo e chitarra all’imbrunire, e le rime che cadono come le stelle e i cori sono lì dove servono. Elegiaci Creedence, e non da meno gli Akron. Crickets è una folky ballad pura. Bella. Semplice. Perché mai genuflettersi al free se si hanno le melodie? Per quello c’è I've Got Some Friends, con Zappa a sguazzare nel prog migliore. Per la libertà ci sono le chitarre in reverse e il jazz cosmico di Pony's O.G. C’è tanto oltre le canzoni, ma le canzoni come Don't Be Afraid, You're Already Dead, oppure quelle con il voltafaccia come Phenomena, che partono candide e poi si convertono al soul-blues dei migliori Settanta, sono belle come il tramonto sul mare. E come se non bastasse, il pot-pourri  di folk, rock, free, psych, carnival, freak tutto attorno ti manda proprio di fuori. Quaddentro non si bada a economie. Ai veri tempi andati con una session così di album ne potevi fare almeno tre. Gli Akron ce ne hanno dato uno. È il miglior regalo per chi ascolta quella bestiaccia chiamata Rock. Anzi, Musica. (8.0/10)