C’è un ideale di fare musica che possa assomigliare all’ideale di costruire case di Friedensreich Hundertwasser? E che posto occupa di preciso la nostra Penisola quando l’Internazionale dell’avant-folk decide di deliberare? Un viaggio alla scoperta della neonata CD-R label Akoustic Desease. Da una casa di Prato – terza pelle di Hundertwasser – alla quinta pelle planetaria.

Qualcosa si sta muovendo, in Italia, dalle parti dell’avant-folk, della drone music, dell’elettroacustica. E stavolta non sembra trattarsi dell’ultimo sussulto di un’onda generata da una sorgente sismica distante. Pare piuttosto un fenomeno osservabile a diversi livelli di granularità: l’atteggiamento più naturale è quello di abitarlo all’interno, lasciandosi disorientare dal puntiforme flusso di stimoli che ogni uscita rappresenta. Oppure lo si può guardare dall’alto, come se fosse un corpo organico: si finirebbe allora per accorgersi della sua dimensione macroscopica. E’ capitato a Rob Young che, recensendo le ultime uscite di Orsi/Becuzzi e MCIAA su The Wire, ha individuato nella connaturata predisposizione, tutta italiana, al sodalizio, una delle possibili ragioni di un simile exploit di uscite e progetti in ambito avant. Fa un nome grosso, Young, sebbene en passant e in forma retorica, ed è quello di Musica Elettronica Viva. Il concetto di vita, si sa, è legato a quello di nascita, ed è per tastare il polso di una scena musicale in stato di crescita che guardiamo alla neonata etichetta Akoustic Desease. Stanziata a Prato, fieramente autogestita, la Akoustic Desease è una CD-R label che nasce grazie alla passione di artisti che ruotano attorno ad Antonio Gallucci, musicista già attivo come throuRoof via CD-R e tracce su compilation.
E’ con lui che abbiamo parlato. «La scelta della cdr label», spiega, «nasce certamente con uno sguardo a realtà estere come Ruralfaune, Whistle Along, Digitalis, che negli ultimi anni si sono fatte latrici di una variopinta esplosione di creatività, con edizioni limitate ed handmadeche, oltre a suonare “storti e diversi”, parlano di questa maniacale ricerca di artwork fuori formato, di oggetti unici, quasi di feticci. In fin dei conti non è che la rinascita della filosofia dei tape network e del do-it-yourself che si rimaterializza ed espande nell'era della rete». Se gli si chiede perché una CD-R label, risponde così: «Sono mosso dal piacere di circondarmi di suoni e persone interessanti, ma ancor più da quello di vedere questi strani oggetti materializzarsi tra le mie mani, dopo ore ed ore trascorse a cercar di capire come funzioni la macchina da cucire che mi trovo in casa per preparare i sacchetti che contengono la nostra prima uscita. Ad ognuno le sue forme di masochismo…».
Trees In The Attics è la compilation inaugurale dell’etichetta, un tributo di16 artisti alla figura e all’opera del pittore, architetto ed ecologista Friedensreich Hundertwasser. «L'incontro con Hundertwasser avviene grazie ad una scoperta della mia compagna Laura, che si occupa di arte ed è co-responsabile della creazione degli artwork», racconta Antonio. «Sono letteralmente stato invaso da cataloghi e scritti sulla sua figura e sulla teoria ecologicacon la qualeè stato in grado di crearsi il suo piccolo mondo utopico ed affascinante». Si scorge molto dell’attitudine naif di Hundertwasser nelle proposte dall’etichetta: «Sebbene le nostre scelte non sono esplicitamente dettate da un'attitudine naif, possono scorgersi delle affinità. Non siamo interessati al mezzo con cui si realizza la musica o all'etichetta che le si affibbia: siamo attratti da un suono che sia il più emozionale possibile. Poi le nostre scelte personali ci avvicinano a produzioni legate alla terra, alla ruralità e alla ritualità del suono».
Le altre due dell’etichetta sono una l’ennesima conferma del talento di Fabio Orsi; l’altra la prima manifestazione di quello, finora inespresso, di Donato Epiro. Uno sguardo in Italia, uno alla situazione internazionale e la consapevolezza di alimentare uno spirito di confraternita che si spande attraverso gli Oceani, Stati Uniti ed Italia, Francia e Australia, di far parte di una sorta di sodale Internazionale del suono. I progetti futuri dell’etichetta lo confermano: «Non è nel mio stile fare programmi a lungo termine», precisa Antonio, «si programmano due uscite per volta e nel frattempo si instaurano nuove amicizie, si lasciano affiorare affinità ed innamoramenti dell'anima. Le prossime imminenti uscite sono i Monks of The Balhill, un duo francese dedito ad un suono che sa di rituali panici, tra nenie antiche e passaggi schizofrenici, e il francese aManAguitar con le sue improvvisazioni per chitarra acustica e paesaggi invernali. Poi oltre, che con alcuni dei nomi comparsi nella compilation, avremo il piacere di realizzare qualcosa anche con Marcel Turkowsky, NaturalSnowBuildings ed Anla Courtis, il tutto con i tempi da artigiano innamorato del proprio lavoro».

Che abbiano le sembianze di collage dada (quelli di (etre) e Donato Epiro) o di semplici folk ballad (il napoletano K-Conjog); che profumino di Oriente (lo scontro tra il sax di Valerio Cosi e la chitarra di Wilson Lee a nome Cold Solemn Rytes In The Sun, il progetto Brad Rose/Micheal Donnelly Alligator Crystal Moth) o si sporchino di rumore (Die Stadt Der Romantische Punk, Jukka Reverberi in libera uscita dai Giardini di Mirò); che siano bozzetti di psichedelia sognante (il collettivo Stonebaby) o divagazioni improvvisate (il giovanissimo terzetto bergamasco dei Clan), i brani della compilation inaugurale Akoustic Desease condividono tutti con il pensiero – o meglio sarebbe dire la poetica – di Friedensreich Hundertwasser afflato mistico e suggestioni teoriche, trovando dunque nella dedica al grande architetto, pittore e pensatore viennese il comune denominatore - di certo molto più che un semplice pretesto.
Trees In The Attics è uno sguardo rivolto dall’Italia alle sorti di un movimento artistico difficile da immortalare perché in un momento di massima crescita. Lo scotto da pagare è dunque per certi versi quello di dover fare i conti una scaletta (composta da ben 18 brani di artisti diversi) che può disorientare, soprattutto ad un primo ascolto. Ma non sarà difficile prendere confidenza, incoraggiati dall’appeal melodico di Fabio Orsi (Sometimes The End Of Something), dagli ammiccamenti al glitch-pop di Mark Hamn (The Passenger Of A Little Summer), dalla neniea stralunata di A Man & A Guitar (Monkey On The Moon), dagli ultimi contatti con il rock di (VxPxC), anche con proposte più ostiche ma dotate di grande fascino (Valerio Cosi, Seth, throuRoof). Trees In The Attics va dunque visto più come manifesto firmato, alla vecchia maniera, da artisti uniti da una sensibilità comune, che come prima vera e propria uscita; più come comune dichiarazione d’intenti che come documento d’archivio. Ciò precisato, non resta che rallegrarsi per la nascita di un’etichetta audace come la Akoustic Desease. (7.3/10)

I primi due titoli - se si eccettua la compilation inaugurale - nel catalogo Akoustic Desease lascerebbero quasi pensare ad una scena nella scena: entrambi provenienti delle parti di Taranto, Donato Epiro e Fabio Orsi condividono intelligenza musicale e percorsi di vita, sebbene all’ascolto si scorgano, evidenti, le differenze d’approccio. Faded On The Blowing Of Winter, il nuovo brano di Fabio Orsi, è diviso in due parti che occupano per intero il 3 pollici elegantemente ornato da un artwork minimale ma di grande impatto. La musica stavolta, indugia meno sulla componente melodica: il brano si apre con dei campioni di cornamuse distesi su uno strato percussivo che genera uno stato di attesa panica. Ben presto si scopre di cosa: il seguente stadio è un maestoso paesaggio di trance sospesa e quasi cosmica che si protrae fino a tutta la prima sezione. La seconda consiste in un classico drone sinusoidale senza spazio e senza tempo stemperato appena dalle note di una chitarra, la prima vera e propria concessione alla melodia di un Orsi più essenziale che mai (7.5/10)
Donato Epiro, classe 1981, è, per sua stessa ammissione passato attraverso le canzoni dello Zecchino d'Oro, la musica sacra e gli studi classici, i Black Sabbath ed il post rock. Ha collaborato con Maisie e Larsen Lombriki e con After Dinner Black Out giunge ad una matura forma di musica concreta ed elettroacustica. I diciotto minuti del suo 3 pollici (altra splendida confezione) vivono di un cut-up acusmatico - ma in cui sembrano convivere campioni processati e musica suonata - assemblato con precisione chirurgica e cura nei particolari. Se si fatica a trovare una costante narrativa, la si cerchi in quel continuo stato di tensione che protende continuamente il brano in una dimensione in-finita. La tecnica è largamente debitrice dei grandi padri della musique concrete e dell’elettroacustica - il primo nome a venire in mente è quello di Luc Ferrari -, la sensibilità quella, straordinaria, di un famelico e lungimirante ascoltatore nel pieno dell’era di internet (7.3/10)


A Man & A Guitar
Monks Of The Balhill
La risposta della Akoustic Deseasealla slide guitar folk. E dunque: una chitarra acustica strimpellata tra quattro mura di un’abitazione privata, o nel giardino dirimpetto, un concept-album sine flexione sul tema del sentirsi a casa propria, una piccola opera velata di tenue ispirazione. Un sussurrato intimismo che rischia talvolta di apparire - e non si può che pensare ad un Daniel Johnston - incomunicabilità ricercata ed autismo ostinato. L’uomo con la chitarra è Bruno Duplant, da Waziers, mediocre musician, big heart, come ama definirsi all’esordio su AkDe e al lavoro su un album pop per Dust Wind Tales. Le sue sono stralunate nenie di natura improvvisata abbozzate al calar della sera, in una stanza bagnata da raggi di pallido sole, all’imbrunire di un freddo pomeriggio; timidi abbagli di melodia dal sapore folk (Elsewhere) che si premurano di far addormentare bambini (Piece For Albert, Piece For Ali), accarezzare l’attenzione dell’ascoltatore distratto (Sun, But Cold In The Afternoon), commuovere l’animo di quello assorto (Mother). Assorto in un disco che non ha un inizio, non una fine, che è una raccolta di canzoni, pur non contenendone alcuna: quello che si ascolta è solo il flusso di ricordi, di promesse e confidenze autunnali sussurrate a mezza voce da un uomo – e dalla sua chitarra. (6.5/10)
Discorso diverso, se si vuole speculare, per l’altra - la quinta - uscita della Akoustic Desease, anche stavoltain trasferta transalpina. Qui, con il primo album dei Monks Of The Balhill - Vincent Fribault da Rennes, già in Prester e The Cosmic Mandoliners, e Vincent Caylet da Langogne, gia al lavoro come V -, la dimensione si fa pubblica, l’ambientazione selvaggia ed ancestrale, perché Cormoran Sophistryè musica di riti sciamanici offerti a divinità pagane ormai assenti (Le Deuxieme Cornoel, Le Chant Du Dernier Cormoran, Grand Cornoel): incomunicabile anch’essa, dunque, ma per ragioni diametralmente opposte a quelle sinora incontrate. Il destinatario esiste stavolta, almeno nell’immaginazione debordante del mittente, ma è l’Altro-da-sé (la divinità, ma anche lo straniero: il sapore d’Oriente di Sic Corp Marenc) che non risponde perché non in grado di capire. Quando la richiesta si fa insistente diviene urlo, o rumore - la coda di Le Deuxieme Cercle -, sfrigolare di corpi ed oggetti-feticcio percossi (Sic Corp Marenc), rantolo doloroso di macchine ed animali (Le Premiere Des Cormorans). Disco difficile, ma dal fascino davvero inesauribile - mysterium tremendum et fascinans. (7.5/10)