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Da qualche parte tra la new age, la musica cosmica, la drone music e la dark ambient con venature etniche. Lì in mezzo si trovano gli Arc, trio costituito da Aidan e Richard Baker e Christopher Kukiel. The Circle Is Not Round è un disco di lunghe passeggiate verso l’infinito scandite dal ritmo ancestrale di un tamburo. Il ritmo dell’uomo quando alza gli occhi al cielo e chiama ciò che non riesce a spiegare con il nome degli dei. La quintessenza del suono degli Arc è il lento deliquio pan-etnico, con i tamburi di Kukiel a dare il polso alle vertigini chitarristiche di Aidan Baker. Di quattro brani, il più breve dura 12 minuti, ma tutto il lavoro va preso come un’unica torrenziale vena di suoni che si apre lasciando cadere le note goccia dopo goccia fino a sfociare in oceano. Gli Arc sono i migliori candidati possibili per riempire un’affascinante terra di mezzo che sta tra l’ambient al peyote degli O Yuki Conjugate e i mondi (im)possibili di Steve Roach, tra una seduta di kundalini tantra e una preghiera pagana per il cosmo. (7.5/10)

Aidan Baker torna in veste solista, senza Nadja nè Arc, per aggiungere un nuovo titolo al suo sterminato catalogo. Una chitarra, dei tape loop e drum machine. Tre lunghissime tracce per altrettanti mantra sonori. Il lavoro si apre con la title-track costruita con un arpeggio solenne dal loop reiterato. Nell’eco contiguo si stende un drone iridescente; la chitarra lo segue e si accompagnano sino alla fine. When Sailors Die esibisce un drumming minuto, qualcosa di molto simile ai Talk Talk immaginifici di fine ’90. Sembra musica del quarto mondo, quello “possibile” supposto anni addietro da un vecchio allievo di Pandit Pran Nath… Davey Jones' Cocker è più articolata, molto musicale. Il tono è opprimente e pastoso. Un suono echeggiante un flauto si incunea nel gioco di nastri. Si levano riverberi epici e la cadenza, satura di riflessi shoegazer, si lega ai Nadja nel segno dei Black Sabbath. Se Jon Hassell oggi avesse trent’anni suonerebbe cosi.

cd 1
cd 2
L’Oneiromancer è colui che predice il futuro interpretando i sogni. Aidan Baker è del resto un assiduo frequentatore di tutti i territori che stanno sospesi tra concreto ed evocativo e per la sua prima release sulla tedesca Die Stadt, decide di cimentarsi con un piccolo concept sul tema, forgiando dal nulla cinque meditazioni sul sogno, i suoi significati e in definitiva sulla visione. E’ facendo ricorso ad un ampio spettro di strumenti, che vanno dalla chitarra trattata ai nastri registrati, dalle drum machines alle parti vocali, che si ottiene la pasta di cui sono fatti questi cinque episodi: una filigrana spessa, stratificata, impenetrabile, enigmatica.
Quello che Baker celebra qui è il momento in cui visione si traduce in allucinazione. Il dormiveglia inquieto, fatto di suoni d’ambiente con loop e drones in sciame d’ordinanza di Wake Up che cede il passo al fatalistico mid tempo simil Tangerine Dream di Death Too Wrapped In Dream. Si cade nel più impalpabile dei sogni con la mantrica Do You Remember Me (From Your Dreams), qualcosa che sta a metà tra i Massive Attack e la dark ambient della Soleilmoon. L'onirismo di Baker rischia di tramutarsi in un vero e proprio incubo nella successiva Dreams Of Broken Glass. Sussurri inintelligibili, pulsazioni elettroniche, un neppur tanto vago sentore di fine imminente che sfocia nella conclusiva Bêtes Noires: chiusura di sipario in 17 minuti di inquietudini agrodolci che concorrono progressivamente a costruire una melodia apocalittica alla maniera degli ARC.
La musica non termina qui per gli avventori delle prime 300 copie del disco. Infatti la Die Stadt ha licenziato un secondo cd per la prima tiratura dell’album che fotografa una performance dal vivo che Baker ha tenuto a Toronto nell’aprile del 2005. Il suono qui è completo appannaggio della chitarra elettrica. E’ il Baker che conosciamo meglio, quello che lavora sugli effetti e stende le corde come un’autostrada verso l’infinito. Le cinque composizioni, tutte senza titolo, non si allontanano mai dal progressivo e liquido fluire delle note, tranne quando nella terza traccia il delay viene usato come fosse una drum machine. La bellezza dell’ultimo pezzo lascia poi semplicemente annichiliti. Con una trentina di dischi all’attivo è difficile dire se Oneiromancer sia o meno uno dei dischi più belli di Aidan Baker, di sicuro è uno dei dischi più belli del 2006. (7.7/10)

Il secondo disco dei Nadja suona tanto possente e ispirato quanto il secondo degli Jesu è una delusione. Il doom metal di marca drone portato in auge dal giro di Stephen O’Malley e James Plotkin trova con questo Touched un altro capitolo importante. I Nadja arrivano da Toronto e sono solo una delle facce del multiplo Aidan Baker, che qui si divide con il bassista Leah Buckareff. Per la seconda uscita su Alien8 i due ripescano un cdr del 2002 e lo rimettono totalmente a nuovo risuonando e registrando tutto ex novo. Il risultato è un tour de force per le orecchie nel suo compresso sound iperdistorto e saturato. Baker porta le sue qualità di grande architetto ambient anche nel doom metal di matrice sabbathiana.
I Nadja fanno doom della biosfera. Lenti e melmosi ma due metri sopra il cielo. L’approccio è radicalmente opposto a quello di Plotkin e O’Malley, Se i Khanate affondano le unghia e le ossa nel sotterraneo, i Nadja si innalzano nell’etere e premono dall’alto. In pratica quello che Justin K. Broederick ha cercato di fare con gli Jesu riuscendoci solo in parte. Stay Demons sembra proprio un pezzo di quest’ultimi. Uno shoegaze del giurassico, ma i Nostri ottengono I risultati migliori quando Baker mette direttamente mano ai drones mandandoli in un loop perpetuo a modulare le distorsioni colossali. Incubation / Metamorphosis come una variante doom dei brani di Oneiromancer. Flowes Of Flesh invece vanta anche l’uso di un piglio growl nella voce, tradendo affinità con gli Esoteric, anche se in assoluto il debito maggiore i Nadja lo pagano verso i Godflesh.
Aidan Baker come motore propulsivo del duo non risparmia niente e disegna un’altra opera di prim’ordine. Resta il mistero di come faccia a far convivere qualità e quantità, contando tutti i suoi progetti e le sue attività. Sembra fare quasi a gara con Richard Youngs a chi ne fa uscire di più. La media qualitativa è però straordinariamente alta e questo secondo disco ufficiale dei Nadja la rinforza ulteriormente. (7.2/10)

Che il doom metal andasse sempre più ad invischiarsi nella pratica del drone non era certo difficile da immaginare, soprattutto dopo la bollitura generazionale di Stephen O’Malley, che ha rappresentato una sorta di portabandiera per tanti epigoni. Un disco come quello partorito da Atavist e Nadja sarebbe stato impossibile da immaginare se prima non fossero arrivati i Sunn O))) e i Khanate. La novità semmai sta nel dimenticarsi quasi del tutto di essere delle metal band e di sprofondare letteralmente nella drone music. In questo i Nadja sono avvantaggiati perché guidati da un vero poeta del drone come Aidan Baker e infatti si sente soprattutto la sua inconfondibile mano in questo progetto. Come accade nei suoi dischi solisti è quel lentissimo e mistico crescendo di suoni a fare da tappeto per l’eternità a costruire letteralmente l’impalcatura dei brani. Gli Atavist gli vanno dietro come meglio possono, spargendo un po’ di distorsione, ma è il droning sound di Baker a rappresentare più della metà nell’economia di questa collaborazione. Finisce in pareggio invece con i Fear Falls Burning. In una collaborazione che vede quattro lunghissimi brani nella migliore tradizione doom, tra melmosi e cavernosi giri di bassi, distorsioni ribassate all’inverosimile, accenti minimi di growl e le impalcature aeree di Baker a risaltare come al solito. Rispetto alla collaborazione con gli Atavist, questa è molto più canonicamente doom metal, meno volutamente originale, ma anche molto più godibile. (6.5/10)