

Desmond Dekker e i Mods, i Clash ed il rocksteady, Wilson Pickett ed i red skinhead. Questo l’immaginario estetico, sociale e musicale al quale gli Aggrolites fanno riferimento, in linea esatta con quella che è la tendenza di casa Hellcat Records, etichetta fortemente voluta da Tim Armstrong dei Rancid per dare sfogo alla propria incontrollabile passione per i ritmi in levare.
Già molto nota nell’ambiente della musica reggae statunitense, la formazione californiana arriva al suo debutto discografico su Hellcat con un disco omonimo che non concede niente alle moderne derive ska-core o ska-punk, restando fedelmente ancorata al sound originale giamaicano degli anni sessanta.
Memori tanto del grande Jackie Mittoo quanto del sound proveniente dalle cantine piene zeppe di fumo dello Studio One, figli illegittimi di molto rhythm and blues fuoriuscito dalla fabbrica Stax, gli Aggrolites mettono infila diciannove pezzi uno più bello e groovoso dell’altro che faranno la gioia di tutti gli appassionati. Episodi come Thunder Fist, The Volcano, Love Isn’t Love, Work To Do e, soprattutto, Fury Now, rappresentano infatti quanto di meglio è stato prodotto in ambito ska-rocksteady nel corso degli ultimi anni, più o meno dalla pubblicazione di quel piccolo capolavoro che è stato Out Of Nowhere degli Hepcat, anno di grazia 1994.
Nel suo genere, un album di grandissimo spessore. (7.0/10)

Nati nel 2002 come backing band del leggendario Derrick Morgan e dell’ex Rancid Tim Armstrong, i californiani The Aggrolites rappresentano oggi una delle punte di diamante della scena revival reggae statunitense. Fieri e rispettosi delle proprie radici, i cinque californiani ricamano il loro terzo album in studio con la solita mistura di rocksteady, (northern) soul, funk e pop, macinata in passato da leggende come Skatalites, Alton Ellis ed Ethiopians ed oggi tornata prepotentemente di moda alla faccia di elettronicismi e sperimentazioni varie.
La parole che comandano da queste parti sono sangue e sudore, intesi come passione e voglia di lottare senza però dimenticarsi che il ritmo è in levare è, soprattutto, ballo e divertimento e quindi via con una title track sospesa tra James Brown e Jackie Mittoo, una Free Time estremamente soul, una We Came To Score che tutti i kid possono cantare all’unisono e tanto, ma tanto, original reggae (Lets Pack Our Bags, Fire Girl, Work It) Reggae Hit L.A. è un disco che potrebbe fare sfaceli tra i reggae maniaci, tra gli (red)skin e tra parte del popolo mod, difficile però che riesca a spingersi oltre e per questo non possiamo far altro che sconsigliarlo ha chi non ha molta dimestichezza con i generi o i musicisti citati nella recensione. (6.4/10)