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Afterhours

di Stefano Solventi

 

 

 

 

  • La Sottile Linea Bianca
  • Ballata Per La Mia Piccola Iena
  • La Fine La Più Importante
  • Ci Sono Molti Modi
  • La Vedova Bianca
  • Carne Fresca
  • Male In Polvere
  • Chissà Com´È
  • Il Sangue Di Giuda
  • Il Compleanno Di Andrea

Ballate per piccole iene (Mescal, 2005)

di Stefano Solventi

Nonostante le perturbazioni soniche (i riverberi angolosi, gli organi crudi, la “normale anomalia” del violino amplificato…), lo stile Afterhours si fa sempre più quadrato e prevedibile, funzionale al progetto di elettro-muraglie carismatiche erette a barricare l’irrequieta sensibilità di Agnelli. Proprio come la di lui voce - così refrattaria alla misura, sistematicamente votata all’esplosione emotiva – contraddistingue più d’ogni altra cosa il sound dell’ensemble.

Sembra proprio che il buon Manuel intenda riempire, con lucida sagacia, una casella pressoché vuota nel panorama italico, quella del rocker selvatico e scafato, in bilico tra mondanità alternativa e crudo wild side, uno che lo shobiz preferisce cavalcarlo prima di farsi ingroppare. Chiamatelo pragmatismo, oppure opportunismo, dipende da quanto siete ben disposti verso l’uomo. Altrimenti potreste vederlo come l’esito più ovvio per le attitudini di Agnelli, da sempre tese alla quadratura dell’urlo primordiale, alla strategia raziocinante (e quindi anche beffarda) come camicia di contenimento per una smaniosa, febbrile disanima della situazione. In ogni caso, gli riconoscerete una certa abilità nel conseguire l’obiettivo.

In questo quadro, non stupisce che le velleità “sperimentali” abbiano ceduto il passo, e che i testi all’insegna di un cut-up shockante siano divenuti gli smerigliati esercizi di cinismo d’oggidì. Feedback e distorsioni, ballate e scorribande, ipnotiche delicatezze folk-blues e deflagranti acidità definiscono quindi un ibrido tra dimensione autoriale e psichedelia, tracciano una strada che non manca d’intrigare, per quanto adombri una sorta di compromesso. Di cui non resta che accontentarci, consapevoli cioè che ad ogni manifestazione convincente (la sordidezza incalzante di Ballata per la mia piccola iena) si contrapporrà un ordigno volenteroso ma didascalico (come la nocchiuta filastrocca de La vedova bianca) oppure formalmente irrisolto (come la scabra alternanza tra sussurri e grida nella languida Ci sono molti modi). Sembra rispondere ad un disegno naturale anche la collaborazione-amicizia con Greg Dulli, co-produttore del disco, almeno a giudicare dall’overdose drammaturgica Afghan Whigs ben metabolizzata nella torbida Il sangue di Giuda e nella decadente Carne fresca (infetta e spietata, la controparte soul di Punto G).

Ed è altresì rimarcabile la presenza di John Parish al missaggio, che di sicuro contribuisce a rendere la trama intensa, squamosa, cigolante (si sentano i barbagli di violino e slide in Male in polvere o i feedback concitati della processione mefistofelica La sottile linea bianca). Tuttavia, non si esce dal quadro, la cornice è invalicabile, la calligrafia – seppure splendidamente livida – non ammette tralignamenti. Per dire, Chissà com’è sta nel mezzo tra un funk rock turgido e un glam irsuto, mentre E’ la fine la più importante fa heavy fuzzante e vitaminico come dei Blue Cheer posterizzati Lenny Kravitz: entrambe sono la riprova, il segno evidente, di una rigidità compositiva e formale ormai più che presunta, malgrado si tenti di spacciarla per muscolare manifestazione psych.

Il compleanno di Andrea è, invece, la misura del rimpianto: sorta di fantasma claudicante e accorato, diafano e denso, stremato e misteriosamente febbrile, fa ciò che Agnelli/Afterhours potrebbero e dovrebbero fare più spesso. Spacca, subdolo e pietoso, il cuore. (6.1/10)

 

  • Naufragio sull’isola del tesoro
  • È solo febbre
  • Neppure carne da cannone per Dio
  • Tarantella all’inazione
  • Pochi istanti nella lavatrice
  • I milanesi ammazzano il sabato
  • Riprendere Berlino
  • Tutti gli uomini del presidente
  • Musa di nessuno
  • Tema: la mia città
  • È dura essere Silvan
  • Dove si va da qui
  • Tutto domani
  • Orchi e streghe sono soli

Afterhours - I milanesi ammazzano il sabato (Casasonica / EMI, 29 aprile 2008)

di Stefano Solventi

In occasione del sesto album d'inediti (l'ottavo, considerando anche le prove anglofone) gli Afterhours si espandono, si scompaginano, sbrigliano l'estro sulle tracce di un'attitudine libera di concretizzarsi garrula e bieca, delirante e asciutta, beffarda e feroce, suadente e insidiosa. Si dirà - lecitamente - d'un ritorno alla sarabanda versicolore di Hai paura del buio?, e in un certo senso l'invasamento mefistofelico di E' solo febbre, gli scapaccioni unghiosi (come un Lenny Kravitz selvatico) di Pochi istanti nella lavatrice e l'assorta doglianza tra palpiti fantasma della title track - tanto per dire - sono episodi che indulgono a pensarla in tal senso.

Con la sostanziale differenza che oggi la scrittura di Agnelli sconta un'amarezza sordida e sferzante poco propensa al lirismo, più incline semmai a buttarla in morbosità mefistofelica, come quando in Naufragio sull’isola del tesoro certi residui di meraviglia e mistero danno vita a un sogno pop garrulo e incarognito, oppure come la dolciastra consapevolezza tutta svolte e sottintesi in Dove si va da qui, col rhodes, la drum machine e le corde distorte ad ipotizzare una struttura cibernetica post-eniana e para-warpiana.

Metastasi da rocker cinico che ha già smesso i panni turgidi e internazionalisti di Ballate per piccole iene, ormai saturo d'imbastardimenti creativi e (perciò) assetato di spasmi a vuoto, di formula impastata come suggerisce l'istinto prima di qualsivoglia algoritmo. Prevale dunque un senso d'impurità per non dire di casualità timbrica e formale, un configurarsi autarchico di vitalismo estemporaneo e mestiere famelico, capace di mettere in fila sconcertanti situazioni come quella Riprendere Berlino che sgrana funk tribale e folk-psych (l'arpeggio The Who, l'hammond fragrante, l'assolo acido) sgommando robotica come gli U2 altezza Zooropa, o ancora una E’ dura essere Silvan che mitraglia un siparietto art-wave-punk tipo i primi Roxy Music su binari Velvet Underground, e infine la giocosa amarezza di Tema: la mia città, veemente impertinenza sonica Flaming Lips applicata su un beffardo germoglio folk.

Organi, percussioni, fiati e coretti ebbri sono solo alcune delle entità che imperversano nel plasma sonico irrequieto, degna infusione per testi che impattano con franchezza scorbutica, sboccati d'innocenza marcita nel marciume, di sentenze che scudisciano brandendo ironie amarissime (come evidente - fin dal titolo - in Neppure carne da cannone per Dio e Tarantella all'inazione) o abbandonandosi al disarmo di un'imprendibile, obliqua dolcezza (una Orchi e streghe sono soli dai sospetti aromi ital-prog e una Musa di nessuno che tra andazzo malfermo e fiati ubriachi sembra piovere più o meno in diretta da Non è per sempre).

Maturità, nel vocabolario Afterhours, significa alzare le mani dal volante e godersi il pompino dell'ispirazone. Per vedere se poi è tanto difficile vivere. (7.3/10)