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Adam Green

di AA.VV.
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  • Gemstones
  • Down On The Street
  • He's The Brat
  • Over The Sunrise
  • The Crackhouse Blues
  • Before My Bedtime
  • Carolina
  • Emily
  • Who's Your Boyfriend
  • Country Road
  • Choke On A Cock
  • Bible Club
  • Chubby Princess
  • Losing On A Tuesday
  • Teddy Boys

Gemstones (Rough Trade, 2005)

di Antonello Comunale

Adam Green era il ragazzino dispettoso che qualche anno fa con i Moldy Peaches si divertiva a smontare il lo-fi pop di ascendenza Beat Happening; dopo aver chiuso quell’esperienza, oggi è un crooner sbarbato giunto al terzo giro di boa in versione solista, questo Gemstones, in virtù del quale può dirsi ormai autore maturo e navigato. La giovane età e il richiamo alla tradizione cantautorale americana (Dylan, Young, Cohen) lo accomunano all’altro grande giovane del rock contemporaneo, quel Conor Oberst che a nome Bright Eyes si è ritagliato un proprio spazio ben frequentato dal popolo indie di questi anni, anche se tra alti e bassi.

La stessa cosa non sembra accadere ad Adam Green, abbastanza ignorato in Europa e appena più conosciuto negli U.S.A. La differenza maggiore tra i due sta nell’atteggiamento: Adam Green non metterà mai la testa a posto. Troppo ironico e sopra le righe, laddove Oberst si prende dannatamente sul serio, il Nostro lascia che la verve dissacratoria dei suoi testi corroda come un acido il folk pop partorito dalla sua chitarra. Se nel precedente Friends Of Mine la parte del leone la faceva Jessica, dedicata a Jessica Simpson, teen star per cervelli ingabbiati da MTV, su Gemstones si possono ascoltare rime baciate dall’indubbio effetto satirico come “Carolina/vagina” o giustapposizioni come “Choke on a cock”. Il pericolo maggiore semmai, è proprio quello di trasformarsi in un commediante da cabaret di terz’ordine, di quelli che per strapparti un sorriso riccorrono al turpiloquio. Sarebbe comunque un peccato veniale vista la scrittura smaliziata e cristallina, che prosegue nello stile ormai maturo (non troppo dissimile da quello di Josh Rouse) mostrato in Friends of Mine. Gemstones centra quasi sempre il bersaglio, tra ritmi sincopati (Down On The Street e Over the Sunrise), suggestive intro che richiamano Burt Bacharach ( Before my bedtime), e filastrocche acustiche dai toni coheniani ( Who's Your Boyfriend e Country Road) . Adam Green continua a possedere la malizia dell’adolescente provocatore dei Moldy Peaches, ma ormai riversa tutto il suo sarcasmo nel formato classico della canzone pop con risultati altalenanti, ma mai scialbi. (6.8/10)

  • Pay The Toll
  • Hollywood Bowl
  • Vultures
  • Novotel
  • Party Line
  • Hey Dude
  • Nat King Cole
  • C-Birds
  • Animal Dreams
  • Cast A Shadow
  • Drugs
  • Jolly Good
  • Watching Old Movies
  • White Women
  • Hairy Women

Jacket Full Of Danger (Rough Trade/ Self, 10 marzo 2006)

di Teresa Greco

Se non ci fosse, il buon Adam Green bisognerebbe inventarlo. Strapazza da par suo e gioca con il genere cantautorale classico, passando agilmente di citazione in citazione. Sembra di vedere in azione simultaneamente un Randy Newman in acido, uno Scott Walker sarcastico, con aggiunte di Bacharach e Jonathan Richman, mentre sta irridendo l’universo e l’ennesima incarnazione di se stesso si sta prendendo amabilmente gioco di noi.

Il Green amato in Germania, Inghilterra e Stati Uniti è un crooner consumato, che prosegue sulla scia dei due ultimi dischi (Friends Of Mine, 2003 e Gemstones, 2005), miscelando rock, folk, pop, soul, senso per l’orchestrazione e per la melodia. Il giovane autore è perentorio nel rifiutare il ruolo del songwriter classico (“il genere del cantautore confessionale mi disgusta, è gente che vomita le proprie emozioni in faccia al prossimo”), e dallo statement si capisce perfettamente la sua attitudine sarcastica, le liriche surreali, tra satira sociale e goliardia, di chi non si prende sul serio e osserva il mondo dal suo punto di vista sbilenco.

Registrato alla fine dell’ anno scorso con lo stesso gruppo che lo ha accompagnato nelle ultime esibizioni live e con l’arrangiatore per archi di Friends Of Mine, Jacket Full Of Danger mette in mostra il suo campionario di rimandi, tra echi ledzeppeliani e doorsiani (il rock-blues di White Women), ballad alla Walker (Pay The Toll, Drugs), filastrocche sincopate (Novotel), una cover deliziosa dei Beat Happening (Cast A Shadow) - memore degli inizi con i Moldy Peaches - veloci cambi di ritmo e di melodie, queste ultime a fare da leit motiv dell’intero disco.

Il rischio che corre Green è, al solito, quello di restare ancorato a un cliché, come succede in buona parte di quest’ultimo lavoro, in cui l’attitudine parodistica prende il sopravvento; Adam gigioneggia, un Richard Hawley folle e senza regole, una parodia sfacciata del crooning, quanto voluta fino in fondo non è dato saperlo. Il rischio è anche quello di ripetersi sterilmente, finendo per stancare. Un (6.8/10) al talento, con l’augurio di vederlo maturare.

  • Festival Song
  • Tropical Island
  • Cannot Get Sicker
  • That Sounds Like A Pony
  • Morning After Midnight
  • Twee Twee Dee
  • You Get So Lucky
  • Getting Led
  • Drowning Head First
  • Broadcast Beach
  • It’s A Fine
  • Homelife
  • Be My Man
  • Grandma Shirley & Papa
  • When A Pretty Face
  • Exp. 1
  • Leaky Flask
  • Bed Of Prayer
  • Sticky Ricki
  • Rich Kids

Sixes And Sevens (Rough Trade / Self, 7 marzo

di Teresa Greco

Volevo fare un album da mettere in macchina e viaggiarci per il paese”. Parola di Adam Green, e ancora: “Nel penultimo disco pensavo di essere un buon cantante, mi piaceva; quest’ultimo invece è più rilassato, senza quel clima da music hall”. Un mood più tranquillo, a suo dire, per una cosiddetta “road trip compilation”. L’unità stilistica del precedente Jacket Full Of Danger (2006) è stata quindi abbandonata a favore di un melange variegato che fa in verità perdere coesione all’album.

Ben venti pezzi di durata medio-breve, in cui si passa dal crooning alla consueta miscela di rock, folk, pop, soul con l’attitudine scanzonata che gli si conosce, anche se abbastanza diluita, questa volta. La novità è rappresentata dall’uso di un coro gospel (in tutta la sua espressione nel soulglam di Getting Led, dal mood loureediano circa Transformer), e dall’uso di strumenti quali il flauto (la psych ballad You Get So Lucky, il blues di Leaky Flask) e più in generale di una maggior presenza di archi, dietro ai quali si celano gli arrangiamenti di David Campbell (Michael Jackson, Elton John, Beck). Il disco vira infatti verso un clima soul piuttosto accentuato (Twee Twee Dee dal deciso mood Al Green) nella maggior parte degli episodi, clima che diventa gospel in alcuni. Un cambio piuttosto deciso di prospettiva. Al Nostro manca però in questo caso la capacità di fondere armonicamente le sue varie anime, per rendere il tutto coeso. Disco riuscito solo in parte quindi, questo Sixes And Sevens, preludendo forse a un cambio più radicale, staremo a vedere. Le ultimissime lo danno verso lidi nashivilliani, addirittura. Per il momento un (6.0/10) con più di una riserva.