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Tra le peculiarità di quel mondo a sé che è il Giappone, quella che più impressiona chi traffica con la musica è la capacità di assorbire – fagocitare addirittura – elementi delle (sotto)culture occidentali per estremizzarli, ottenendo in tal modo risultati unici. Ne deriva, ad esempio, che i gruppi pop scintillano di cosmesi, il noise sia tra i più incompromissori e la psichedelia oltrepassi ogni porta del cosmo. Altrettanto naturale, allora, che da un tal Paese dei Balocchi si ricevano in dono opere di genio alternate a sconcezze e orrori.
In questo panorama, il Tempio Delle Madri Acide Eccetera è consolidata istituzione underground, capace di metter d’accordo attempati passatisti ed esteti della ricerca, cultori del sommerso e specialisti del bizzarro, e negli anni ha visto crescersi attorno una solida cerchia di adepti pronti a seguire ogni mossa. Questo nuovo disco va ad aggiungersi a una nutrita serie e, se già avete buttato l’occhio sui titoli e adocchiato la copertina “deadiana”, avrete inteso dove si va a parare: acid-rock trasbordante nel prog, visionario ma più spesso prolisso, col resto mancia di variazioni cosmiche e hard (gli Hawkwind evocati in I Wanna Be Your Bycicle Saddle elargiscono nondimeno l’episodio migliore), bucoliche oasi etno folk, orgasmi vocali alla Gong e bric-à-brac rètro di prammatica.
L’attitudine, diversamente dai compatrioti Ghost, è più enciclopedica e imitativa, così che nonostante lo sforzo apprezzabile di fondere i rimandi storici, le pur discrete intuizioni finiscono per disperdersi in confuse e nostalgiche cartoline. Alla fine, sempre più perplessi sulle fondamenta del culto, si fa strada la convinzione che Kawabata e nutrita compagnia siano una folkloristica curiosità ben lontana dal lasciare il segno. E se fosse tutta una burla ? (6.0/10)


Yoshida Tatsuya, Tsuyama Atsushi e Kawabata Makoto. Un power trio che, almeno sulla carta, promette faville. Giunti al loro secondo album assieme, gli Acid Mothers Tsuyama e Kawabata si giocano ancora una volta l'asso della stramberia psichedelica. Certo è che un guitto del freak-noise quale Tatsuya (dei famelici Ruins) ben aiuta il motore del nuovo Stones, Women And Records a carburare quel carburante felicemente psyched out da sempre proprio del japanoizu più famigerato e creativo. SWR è un disco multisfaccettato. Davvero, ed anche ad un primo ascolto, quella che emerge è la pista lisergica seguita dal terzetto, ma condita di tutto un armamentario di trovate armoniche progressive. Compito non dichiarato: illuminare i Sixties drogati attraverso il classicismo canterburiano, il prog italiano e francese. Area, Magma, i tanti eroi di culto di casa Vertigo, e poi i soliti eroi psichedelici di sempre: Hawkwind, Hendrix e quanti altri. Salvo poi far stramazzare il sound del power trio in quadretti di rumore astratto e free (Very Very Very Jazz), o in numeri di math rock cosmico (Little Stone Little Woman Little Record) o ancora, in Fairy Music Of Foolish Sushi Bar, proponendo una loro versione, fuor d'ogni regola, dell'iperpsichedelia folle di marca AMT. Fatto di tracce le une (in)conseguenti alle altre, il disco descrive la propria bizzarria per brevi cartoline sfasate (un genere viene preso e suonato con le tecniche di un altro) della durata media di un paio di minuti.Ci sono episodi voce e mellotron, svaghi ondivaghi e percussivi, mumbling astratti della voce solista su ritmi pseudo funky, effetti chitarristici d'epoca di ogni tipo, mellotron a profusione, flautini orientaleggianti. Nella valiga di questi attori kabuki devoti ai Gong e scaraventati nello spazio interstellare con sottobraccio una copia di Arbeit Macht Frei ed una di Do Re Mi Fa Sol La Ti Do non manca di certo un manuale del perfetto patafisico quale l'Ubu Roi di Jarry. Superato a sinistra per eccesso di “fantasticheria”. (8.0/10)
Psychedelic Navigation è invece un album più sulla scia dei “classici” deliri guitar-expanded di casa AMT. Stonerrock Socks stabilisce da subito il climax dell'intero album. Vertigini interstellari d'acido chitarrismo saturo d'elettricità, linee di basso dure e funkeggianti, spurii interventi vocali dementi. Mani Neumeier (batterista e voce nei Guru Guru) è della partita. Ed infatti l'album fa proprio un po' del collante chitarristico magmatico e denso che fu di album come UFO negli anni '70. Il terzetto si completa con Tsuyama Atsushi (Gong) e il solito Kawabata. Basso e chitarra rispettivamente.Nella sostanza, nulla che non sia già stato udito qualche dozzina di volte in uno dei tanti (troppi!) dischi disseminati da Kawabata con i suoi AMT in corso di carriera. (6.0/10)

Quarto tassello per la serie solista INUI di Kawabata Makoto. Il disco contiene un unico brano di poco più di 67 minuti. Il musicista nipponico altro non fa se non ri-frequentare gli eterei paesaggi cosmic folk già battuti nei precedenti capitoli, in un territorio che è molto più intimista di quello conosciuto insieme ai compagni d’arme degli Acid Mothers Temple. Un arpeggio circolare che reitera se stesso in un loop incessante, infinito e via si parte. Si da il là alla trance, al viaggio da nuovo corriere cosmico che prevede (ed ottiene) un inserimento sempre più progressivo di suoni e rumori d’ambiente. Il climax lungamente cercato si interrompe bruscamente all’altezza del 46° minuto e la lunga piece di Ryo si cala in uno estatico e raggelato humus ambientale. Kawabata Makoto cerca, per quanto gli è possibile, di protendersi fin oltre l’orizzonte osservato dagli Ash Ra Tempel e di guardare un po’ più in là. INUI 4 altro non è che il consueto osannante mantra alla cara, vecchia e sempre moderna, estetica kraut. (6.8/10)