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A Hawk And A Hacksaw

di Edoardo Bridda
Foto: Jeremy BarnesDall'Inghilterra a Praga, dal New Messico a Istambul tra profumi mediterranei, kletzmer, mariachi, tradizioni americane e balcaniche senza dimenticare Minimalismo e Musique Concrète. Con Darkness At Noon, il progetto di Jeremy Barnes s'allarga a ensemble riuscendo proprio dove il precedente album falliva.

 

 

Copertina: S.t. (Leaf / Wide, 14 giugno, 2004)
  • Maremaillette
  • A Hack And A Handsaw
  • Romceasca
  • A Hard Row To Hoe
  • All Along The Tide
  • Black Firs
  • Cotton Woods
  • At Dusk
  • Quand Le Son Divent Aigu, Jeter La Girafe a La Mer
  • To Pine In Time
  • A Kernel
  • A Hawk And A Hacksaw
  • With Our Thoughts We Make The World

Self Titled (Leaf / Wide, 14 giugno, 2004)

© 2004 di Edoardo Bridda

Registrato a Samur in Francia, utilizzando una formazione improbabile comprendente un pollo, animali domestici e l'ausilio di vettovaglie varie - oltre a strumenti francofoni quali la fisarmonica e altri più classici come il pianoforte -, A Hawk And A Hawksaw - moniker dietro il quale si cela Jeremy Barnes, percussionista originario di Albuquerque (lo stesso paesino degli Shins), dal passato pop (Neural Milk Hotel) e sperimentale (Bablicon, Bright Eyes) - rappresenta un ruffiano melting pot massimalista nel quale si mescolano folk e vetusti vezzi avanguardisti.

Irrimediabilmente lo-fi e senza dimenticare la bottiglia di vino sotto il letto (e il vecchio trip formato francobollo Luigi XIV), Barnes registra tredici brani strumentali in presa diretta, sottoponendoli successivamente al proverbiale multitraccia e al mixing.
Gli arrangiamenti strizzano l'occhio tanto ai maestri dell'orchestrazione (Kurt Weill, George Martin) quanto a quelli collagisti (Residents) a favore di uno streaming acido, agreste, stonato e imprevedibile.
Sono piccoli castelli armonici, gli episodi di quest'album, schegge che durano il tempo di un bicchiere di vino alla festa del raccolto: ogni trovata muore per lasciare spazio a un'altra, e brevi inframmezzi cacofonici rifiniscono gli spazi lasciati incustoditi; il tutto senza un attimo di respiro, stordendo l'ascoltatore attraverso un'incessante proliferazione di note ordinate e disordinate, rumori elettronici e concreti.

Sebbene l'ex Bablicon si diverta nel triturare folklore mediterraneo (principalmente di derivazione francese e memore del Fred Frith trans-etnico degli Ottanta) farcendolo con irriverenti strimpellate pianistiche (spesso tratte da colonne sonore di film muto) e siringando a piacimento minimalismo à la Glass (Maremaillette), canti da osteria bulgara (Cotton Woods), melodie acide di stampo lennoniano (A Hawk And A Hawksaw) e, perché no, sampeling à la Sergent Pepper e irrinunciabili carillon (All Along The Tide), A Hawk And A Hawksaw è un album carino e accattivante quanto fine a se stesso.
È dunque il solito divertissement del musicista giocherellone cacofonico-massimalista che confida nella fortuna …e non c'è da meravigliarsi, storicamente la ricevuta di ritorno garantita per questo tipo di operazioni è che l'ascolto distratto ne rileva ideuzze piacevoli, quisquilie facilmente scambiabili per prodotti della pazzia o parti spontanei dell'artista e così via …ma gigionate come queste sono boomerang affilati: più che una irresistibile corsa attraverso la piazza principale del paese dopo aver rubato la pagnotta dal fornaio, l'album rappresenta poco più di un sterile copia incolla di suggestioni stereotipate.

Non ci avventureremo nella descrizione dell'album traccia per traccia, la patetica rivisitazione di una Francia campestre e avvinazzata tutta fisarmonica e botti di spumante, di una Vecchia Europa che si consuma nelle colonne sonore di Chaplin, non ci piace affatto.
Inevitabile la risibile immagine dell'entusiasta americano affamato di cultura, liberté e fraternité, in gita sulla Costa Azzurra dopo essersi armato di registratori audio e video al mercatino dell'usato di fronte a casa… Quanta nostalgia per gli istrionici Residents degli esordi, loro sì egregi maestri del collage! (4.8/10)

Copertina: Darkness At Noon (Leaf / Wide, 2005)
  • Laughter In The Dark
  • The Moon Under Water
  • The Water Under The Moon
  • A Black And White Rainbow
  • For Slavoj'
  • Europa
  • Pastelka On The Train
  • Goodbye Great Britain
  • Our Lady Of The Vlatva
  • Wicky Pocky
  • Portlandtown'

Darkness At Noon (Leaf /wide, 28 marzo 2005)

di ©2005 Edoardo Bridda

Essere cocciuti a volte aiuta, nel caso di Jeremy Barnes premia.
Rimanendo focalizzato sulle suggestioni folk che lo avevano rapito nel precedente lavoro, il musicista di Albuquerque, dopo aver trascorso settimane tra Praga, New Messico e Inghilterra studiando strumenti e generi folcloristici con la passione di un etnomusicologo, approda, grazie soprattutto a una serie di bravi musicisti conosciuti (o contattati ad hoc) durante il percorso, alle undici tracce di questo Darkness At Noon.
Con Dan Clucas (tromba), Mark Weaver della Kosmos Spoetzel Orchestra (tuba), la musicista kletzmer Heather Trost (canto, violino e pianoforte) e l'ex compagno di avventure Jeff Mangum (dei Neutral Milk Hotel), l’album, uscito a neppure un anno da A Hawk And A Hawksaw, è un discreto esempio di ensemble trans-folk-acustico “sporcato” – in post produzione – da sporadici inserti di field-recording, tape-loop e interventi minimal-tronici. L'aspetto live risulta dunque preminente e le influenze maggiormente calibrate e variegate: più che una girandola di feste francofone con l'occhio dell'avanguardista amatore (come accadeva nel debutto), Darkness At Noon è una vera e propria tournée di profumi e colori che va dall'America al Medio Oriente, tra piazze francesi, ceche, turche, israeliane, rumene e persino messicane.

Non manca neppure un certo piglio politico anti-Bush: Laughter In The Dark (in apertura), che si avvale di uno stereotipico momento precedente a una fatidica pistolettata morriconiana (ottenuta con un misto di musica mariachi e ritualistica), è basata su liriche spettrali estrapolate da un discorso del presidente americano, mentre, Portlandtown (la closing track) è una delle tipiche canzoni folk anti-militariste dei ’50 (era suonata al tempo da Woody Guthrie e Pete Seeger ndr.), nel mezzo c'è tutto il piacere dell'ascolto della kletzmer e del tracotante brio Goran Bregovich-iano di The Moon Under The Water e Wicky Pocky, delle arie dell'Est per violino di The Water Under The Moon, dei profumi ebraico-mediorientali di A Black And White Rainbow, delle intime melodie per piano, glockspiel, campanacci, theremin e flauto dedicate al filosofo Slavoj Zizek di For Zlavoj e delle splendide fanfare di Europa e Pastelka On The Train.
Non sarà all’altezza dei Masada di Zorn (i famosi mix tra kletzmer e free-jazz), né tanto meno avrà la magia turco-zigana dell’Istambul Oriental Ensemble o la tracotanza di Bregovic, ma se continua in questa direzione Barnes potrebbe riservare delle sorprese. Per il momento quel che abbiamo è un buon album di (avant?)folk mediterraneo… (6.3/10)

  • In The River
  • Way The Wind Blows
  • Song For Joseph
  • Fernando's Giampari
  • God Bless The Ottoman Empire
  • Waltz For Strings And Tuba
  • Oporto
  • Gadje Sirba
  • Sparrow
  • Salt Water
  • There Is A River In Galisteo

The Way The Wind Blows (Leaf / Wide, 9 ottobre 2006)

di Edoardo Bridda

Prova numero tre per l’etnomusicologo balcanico dell’indie rock, l’esegeta del melting pot mediterraneo con una predilezione a Est. Immerso fino al collo nel trip ottomano-dark-francofono-messicano (ecc. ecc.), Barners questa volta porta con sé la Fanfare Ciocarlia e la compagna Heather Trost (violinista) verso una terra di nessuno piratesca e zigana per sòli e campi arsi, ulivi rigogliosi e datteri rinsecchiti. Tanti colori, tutti di terra ovviamente e tante le storie da raccontare, alcune intense altre forse troppo indulgenti, certe fragorose come il cibo di Istanbul, altre ancora note a tutti come la musica incantatrice per serpenti, in generale cibo per stomaci avvezzi alle spezie e all’acqua sorgiva.

Composto da episodi riconducibili alla indie song (seppur meticcia), The Way The Wind Blows è una collezione prettamente strumentale fatta di un canovaccio instabile, ubriacante come solo Kusturica ma anche apertoasvariatidivertissementdalle latitudini imprecisate (il valzer zigano di Waltz For Strings And Tuba). Quando il combo funziona veramente il fuoco arde per il gotico di Song For Joseph una song apocalittica fatta di ritmiche pastose ben cadenzate e un motivetto sull’ineluttabilità della vita, del mondo. Buoni anche gli stacchetti fanfareschi e bersaglieri (GaDJe Sirba), l’etno ska (The Sparrow) e i sempreverdi percussionismi turchi a guerra (God Bless The Ottoman Empire) ma quel che emerge, al di là dell’apprezzamento o meno del genere, è il gran dispiegamento di mezzi a fronte di un obbiettivo finale che sfugge puntualmente. È tipico di Barnes buttarsi nella mischia senza domandarsi troppi perché ma arrivati alla conclusiva There Is A River In Galisteo la sensazione è quella di lasciare riposare quest’ascolto per un bel po’. Forse questa volta i suoi Hawk avrebbero dovuto registrare live e basta. L’album pertanto va sotto la voce: talento – un po’ – sprecato. (6.5/10)

Disc 1

  • Kiraly Siratas
  • Zozobra
  • Serbian Cocek
  • Romanian Hora And Bulgar
  • Ihabibi
  • Vajdaszentivany
  • Oriental Hora
  • Dudanotak

Disc 2

  • Introduction To A Hawk And A Hacksaw - Hawk & A Hacksaw

A Hawk And A Hacksaw And The Hun Hangar Ensemble - Self Titled (CD+DVD, Leaf / Wide, 7 maggio 2007)

di Edoardo Bridda

Il doppio formato CD più DVD documenta sia il meglio della collaborazione del duo con l’Hun Hangar Ensemble - un quartetto di musicisti folk ungheresi per i quali Jeremy Barnes ha letteralmente perso la testa - e un documentario celebrativo per la serie: un’introduzione agli A Hawk And A Hacksaw come filosofia di coppia e vita on the road.

La parte audio non offre grosse sorprese: è molto est-folk (zone di riferimento dichiarate: ovviamente Ungheria ma anche Romania, Serbia e klezmer) con metà brani traditional e l’altra fatta di composizioni originali spartite equamente tra le due formazioni. La parte video invece è una narrazione estetica: nessuna intervista o parlato durante i suoi venti minuti, soltanto un occhio che cattura una manciata di live in mezzo alla gente (alcune curiose tappe con degli indie kid che non sanno se pogare oppure no) e alcuni backstage (primi piani della bella Heather, Jeremy che tamburella virtuoso, l’acquisto di un cappello con i campanellini). La forza di queste riprese sta nel mood e soprattutto nell’abilità del regista di raccontare l’interazione tra i due musicisti americani (uno che sembra più un meticcio e l’altra dai lineamenti franco-angloassoni) nel contesto trad-folk con il quale hanno deciso di sposarsi. C’è determinazione, semplicità e umiltà nell’approccio verso musiche così lontane dalle proprie radici e abitudini di vita, e ok la musica unisce e ok la morale, però vederli (vederli-ascoltarli assieme) fa effetto, aggiunge quel tocco in più, proprio come il loro scarto musicale rispetto alla tradizione, umile e rispettoso assieme (accade per dire nel bel lavoro ritmico di Barnes su Zozobra e in tanti altri anfratti). Tutto sommato, visto il prezzo speciale del cofanetto un pensierino ce lo farei. (7.0/10)