Tavola rotonda attorno al gruppo chicagoiano che ha
diviso critica e pubblico. Recensioni di tutti gli album della band

Se c'è un luogo che possa essere legittimamente indicato come
la culla del fantomatico post-rock, questo è sicuramente Chicago
(il nido, casomai, è Louisville). Non a caso proprio sulle
rive del lago Michigan si trasferirono i 90 Day Men, trio di St.Louis
dedito ad una forma sonora aspra e angolosa affine alle strategie
di June Of '44 e Tortoise, un post-rock versante "matematico" e
new-new wave. Questo spostarsi significò altresì un
cercare e cercarsi, evidentemente a disagio o comunque non del tutto
soddisfatti dagli abiti indossati fino a quel momento.
La band comprendeva dunque il chitarrista e vocalist Brian Case, il
bassista e vocalist Robert Lowe e il batterista Cayce Key. La
loro proposta, già ibridata di scatti black e malferme derive jazzy,
conteneva in nuce quella grana romantica che l'ingresso in formazione del tastierista Andy
Lansangan farà definitivamente sbocciare.

Ai tempi del primo album, anno domini 2000, l'impatto di Andy nella
cifra sonora del gruppo era ancora in boccio, tuttavia il peso del
rodhes e degli organi è già decisivo sullo sfondo di
un suono altrimenti fin troppo risaputo.
Le trame di chitarra denunciano infatti l'incandescenza rugginosa e la propensione
sghemba degli apripista cittadini June Of '44, idem dicasi
per i rovelli aspri e corposi del basso e lo sfarfallio mitragliante del drumming,
mentre le canzoni oscillano tra forma e informe, sembrano dissimulare strutture
e tonalità per poi tornarvi magari dopo un colpo di coda noise (vedi
la nevrastenica visionarietà di Jupiter and Io).
Non si tratterebbe altro insomma che dell'ennesima elucubrazione sulle macerie
della rock-song abbattuta nelle sue consuetudini, nel suo rassicurante tendere
verso prospettive di affrancamento, per la qual cosa tornano utilissime le
tattiche tremebonde di certa new wave, dai Pere Ubu ai Bauhaus passando
per Killing Joke. Tuttavia fin dall'iniziale Dialed In i riverberi
delle tastiere accolgono e avvolgono, l'invettiva ombrosa Slint-style è un
abbraccio narcotico e sognante che promette di accompagnare lontano, così come
il piglio dark marionettistico di Exploration Vs. Solution Baby sembra
sbattere morbidamente sul cuscino di organi, mentre la mini suite centrale
di Super Illuminary rivanga le cavalcate psichedeliche senza meta dei
seventies (ad un tratto quelle pennate scabre nel brodo di synth fanno addirittura
balenare il fantasma dei Grateful Dead!).
Certamente un'opera prima il cui principale difetto va ricercato nella eccessiva
riverenza ai modelli in corso, da cui episodi compositivamente scarsi seppure
intriganti come l'esagitato incedere noise-funk di From One Primadonna o Hans
Lucas - quest'ultimo curiosamente contagiato da stilemi hip-hop - oppure
il piuttosto noioso cincischio post-psych di Sort Of A Country In Love.
Ma è comunque un esordio denso di promesse, dalla cifra sonora a tratti
personalissima, istantanea precoce di una metamorfosi incipiente. Un battito
di ciglia e ciò che vedremo sarà già un eclatante "dopo".
(6,5/10)

Il 2002 non è più tempo di post rock. Da tempo,
ormai, il giochino si è dissolto. È stata una partita
seria, da cui il rock - o meglio l'orecchio di chi lo ascolta -
ne è uscito irrimediabilmente cambiato. Forse la sua estrema
maturazione, forse la sua prima vecchiaia. La sua morte? Sia pure,
tanto, per il numero di volte che è stata decretata, annunciata,
profetizzata...
Il nostro quartetto è ormai chicagoano a tutti gli effetti, parte a
tutti gli effetti di una scena ormai scoppiata ma ancora capace di concentrare
su di sé le attenzioni di certa stampa.
Non è più il momento di abbattere, la parola d'ordine adesso è:
riedificare. Se band come i Tortoise hanno interpretato
la nuova missione scartando obliqui al confine tra prog, jazz e pop, se i L'Altra hanno
rovesciato la frittata celebrando il ritorno di fiamma per la più classica
della forma-canzone (la ballata), i 90 Day Men contribuiscono alla causa puntando
una specie di prog psichedelico venato di attitudine black e ad alto coefficiente
di romanticismo.
La parte del leone, vuoi perché il più preparato, la recita Lansangan
scrivendo la maggior parte dei pezzi, ma ancora di più mettendo il piano
saldamente al comando del convoglio sonoro. To Everybody nasce
con le sembianze di uno struggente, sgraziato, malinconico canto alla luna.
In questo senso liniziale I've Got Designs On You segna le distanze
da tutta le precedente produzione: Rob Lowe fa brontolare un basso trepido
e canta come una lama dallaffilatura straziata, le chitarre spandono
allarmi, il drumming destruttura retaggi blues/funky aspergendo sincopi e brontolii
marziali, piano e tastiere imbastiscono una farcitura ansiogena e claudicante.
Cupo ma screziato di pagliuzze immaginifiche, è lincrocio di coordinate
a cui i nuovi 90 Day Men aspirano, come dimostra appieno la vibrante St.
Theresa In Ecstasy, accumulazione e reiterazione di elementi (riff giustapposti
di piano e tastiere, samples di pseudo-mitraglie, quel giro di basso che sembra
piovere da un disco Motown era blaxploitation, la litania ombrosa del talkin)
in un crescendo emozionale impetuoso e calligrafico assieme, come dei Mogwai tenuti
al morso dai Gastr Del Sol.
Costantemente al limite tra forma pop e complessità prog, non ci risparmiano
episodi dalla visionarietà inusitata, come il bridge della strumentale We
Blame Chicago (in cui istanze funk e psych si concedono scelleratezze quasi
improv jazz) o il synth acidulo che nel chorus di Last Night a DJ Saved
My Life gira intorno alla disarmante amarezza canora di Brian Case.
Detto che Alligator disegna un arco voltaico tra Running Man e dEUS,
tra il teatrino del soffice assurdo Wyatt ed il vaudeville immaginifico
di certi Incredibile String Band (quelle improvvise epifanie polifoniche!),
la conclusiva A National Car Crash ci intrattiene per otto rispettabilissimi
primi e quaranta secondi, vera e propria suite costituita da: breve incipit
al sapor di reggae robotizzato, urgenza melodica soul-wave vagamente bowiana,
ampia dissertazione strumentale in cui la serialità (di un arpeggio)
va a braccetto con la fragorosa sbrigliatezza del drumming fino a spegnersi
in un loop di perturbazioni sintetiche e piano, struggente convergenza di tutto
larmamentario a supportare lepica disillusione della melodia, brevissima
coda strumentale della stessa. Un trip improbabile eppure, anno domini 2002,
credibilissimo.
Ha tutta laria di un lavoro di transizione consapevole di esserlo, ma
forse non del tutto cosciente di come questo senso di passaggio, di instabile
ponte tra realtà in divenire, consegua una cifra espressiva vigorosa,
persuasiva, trascinante, immediata pur nella strutturazione delle forme, mai
eccessiva. Di come, in altre parole, tratteggi il profilo di un capolavoro.
(8.0/10)

A fine 2003 esce questo ep che spezza e carbura allo stesso
tempo lattesa per la terza prova in lungo. Proseguendo
nel solco imboccato con To Everybody, gli ormai ex post-rockers
tratteggiano un pop-rock asperso di vaghe reminiscenze prog,
quindi strutturato e trepidante, oppiaceo e crepuscolare, languidamente
insidioso.
Il piano è ormai a tutti gli effetti la motrice del convoglio: suo infatti
il riff teatrale che innerva la guizzante title-track, tempo in levare che
ruzzola su piano inclinato, la melodia come un mormorio strappato alla tristezza,
calde unghiate di chitarra dal marcato accento seventies, una specie di clavicembalo
a mangiucchiare il finale, il tutto pervaso da una strana irrequietezza marziale,
incarnata - potremmo dire - nel minaccioso baluginare di synth sullo sfondo.
Un grandissimo pezzo.
Rispetto a questa, le altre due tracce svolgono un più che dignitoso
lavoro ambientale: Harlequin's Chassis vede piano, chitarra e coro arrampicarsi
su un germoglio gotico vagamente Black Heart Procession, intanto che
il drumming abbozza una trama di sbuffi e profondità; Eyes in the
Road - unico episodio puramente strumentale - è invece un rigurgito
post colto al crocicchio tra Mogwai (senza chitarra) e Mùm,
ring di riverberi cibernetici, una nebbia radioattiva di synth, batteria surgelata
e il piano che palpeggia una melodia di madreperla.
Breve e appagante, in pratica uno spot su un gruppo in bilico tra iconoclastia
e classicità, con la speranza che l'equilibrio si mantenga tale e quale.
(7.0/10)

Col terzo album i 90 Day Men decidono di forzare i limiti della
propria proposta musicale, un giochino rischioso che ahiloro,
ahinoi - riesce solo in parte. Il programma sciorina perlopiù un
prog romantico e impetuoso, debitore tanto dei crush emozionali
dei primi King Crimson quanto delle iperboli dolciastre
dei Pavlovs Dog, sfiorando congetture art-rock intanto
che sotto al pentolone brucia la congenita attitudine post-wave.
Piano e tastiere sono poste con decisione al centro di una strategia
epica e decadente, spesso sovrappopolata di timbri e motivi,
più stordente che incantevole.
Quale manifesto ed emblema si erge liniziale Even Time Ghost Cant
Stop Wagner: incessante tensione innescata tra un piano liquido e la chitarra
asprigna, drumming impetuoso sulle pelli e calligrafico sui piatti, un florilegio
mutante di organi e flauti, il canto nevrastenico di Robert Lowe, lenergia
che cristallizza e precipita provocando improvvisi scarti strutturali, insomma
una mini suite in poco più di sei minuti. Inverosimile ma emozionante,
coinvolgente ma eccessiva.
Chronological Disorder innesca invece una inconsulta altalena tra soul
e prog: la spiccata inclinazione black dei versi - in cui spicca il graffiante
ghirigoro del clavinet viene spazzata via dal languore art-rock del
chorus (i primi Roxy Music incontrano Peter Hammill), per poi
liberare uno struggente assolo di chitarra ripescato da una memoria Big
Brother And The Holding Company, infine consumandosi in un autodafè di
corde e harpsichord. Tanto curiosa quanto ipertrofica, ma in qualche modo riesce
a stare in piedi.
Quando una sorta di tensione new wave mantiene lesuberanza negli argini,
le cose acquistano un piglio decisamente più credibile: mi riferisco
alla splendida Too Late Or Too Dead (contenuta nellomonimo ep
e di cui già ho scritto) e alla conclusiva, crepuscolare fin dal titolo Night
Birds, un quasi strumentale (la voce è una presenza parcellizzata,
riprocessata, inafferrabile) in cui il basso spinge sordido e la batteria incalza
tra rarefazioni sintetiche, riff dorgano e corde in riverbero, intanto
che sullo sfondo il piano gocciola inquietudini atonali (balena la sagoma degli
ultimi Talk Talk), poi la trama si spezza, rimane sospesa, riparte tanghesca
e marziale, chiama piano e chitarra e uno xilofono (?) a guidare le danze,
cresce fino quasi alla saturazione per poi - dun tratto - spegnersi.
Messe in mezzo a mò di cuscinetto, e molto opportunamente, troviamo
la breve Sequel (frammento percussivo che curiosamente rammenta la altrettanto
interlocutoria Pry, To dei Pearl Jam) e quella When Your Luck
Runs Out cantata dal più compassato Brian Case che rotola a luci
spente come un ectoplasma Tortoise tra palpitazioni cinematiche Air.
In definitiva uno dei momenti migliori del lotto.
Non si spiega proprio invece un episodio come Silver And Snow, sorta
di rigurgito post-glam come uno scarto del Bowie più tronfio
e meno ispirato (nellaria esausta del dopo-Berlino): il canto è improbabilmente
gutturale come uno Scott Walker in delirium tremens, organo e chitarre
provano ad iniettare carburante ma il meccanismo singolfa in continuazione,
al limite della comicità involontaria. Ripeto: incomprensibile.
In definitiva questo Panda Park è disco controverso, con molti cedimenti
e altrettanti motivi dinteresse. In un modo o nellaltro significa
un punto di non ritorno per i 90 Day Men, ormai titolari di una cifra stilistica
inconfondibile. Era quello che volevano, ansiosi forse di svincolarsi da una
forma post ormai esausta. Ammirevole intento, ma limpressione è che
il difficile cominci adesso. (6.5/10)