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90 Day Men

©2004 Stefano Solventi
Tavola rotonda attorno al gruppo chicagoiano che ha
diviso critica e pubblico. Recensioni di tutti gli album della band
Foto: 90 Day Men

90 Day Men: metamorfosi progressive

di ©2004 Stefano Solventi

Se c'è un luogo che possa essere legittimamente indicato come la culla del fantomatico post-rock, questo è sicuramente Chicago (il nido, casomai, è Louisville). Non a caso proprio sulle rive del lago Michigan si trasferirono i 90 Day Men, trio di St.Louis dedito ad una forma sonora aspra e angolosa affine alle strategie di June Of '44 e Tortoise, un post-rock versante "matematico" e new-new wave. Questo spostarsi significò altresì un cercare e cercarsi, evidentemente a disagio o comunque non del tutto soddisfatti dagli abiti indossati fino a quel momento.
La band comprendeva dunque il chitarrista e vocalist Brian Case, il bassista e vocalist Robert Lowe e il batterista Cayce Key. La loro proposta, già ibridata di scatti black e malferme derive jazzy, conteneva in nuce quella grana romantica che l'ingresso in formazione del tastierista Andy Lansangan farà definitivamente sbocciare.

Copertina: (It (is) It) Critical Band (Southern, 2000)
  • Dialed In
  • Missouri Kids Cuss
  • From One Primadonna
  • Super Illuminary
  • Hans Lucas
  • Exploration Vs. Solution Baby
  • Sort Of A Country In Love
  • Jupiter and IO

(It (is) It) Critical Band (Southern, 2000)

di ©2004 Stefano Solventi

Ai tempi del primo album, anno domini 2000, l'impatto di Andy nella cifra sonora del gruppo era ancora in boccio, tuttavia il peso del rodhes e degli organi è già decisivo sullo sfondo di un suono altrimenti fin troppo risaputo.
Le trame di chitarra denunciano infatti l'incandescenza rugginosa e la propensione sghemba degli apripista cittadini June Of '44, idem dicasi per i rovelli aspri e corposi del basso e lo sfarfallio mitragliante del drumming, mentre le canzoni oscillano tra forma e informe, sembrano dissimulare strutture e tonalità per poi tornarvi magari dopo un colpo di coda noise (vedi la nevrastenica visionarietà di Jupiter and Io).
Non si tratterebbe altro insomma che dell'ennesima elucubrazione sulle macerie della rock-song abbattuta nelle sue consuetudini, nel suo rassicurante tendere verso prospettive di affrancamento, per la qual cosa tornano utilissime le tattiche tremebonde di certa new wave, dai Pere Ubu ai Bauhaus passando per Killing Joke. Tuttavia fin dall'iniziale Dialed In i riverberi delle tastiere accolgono e avvolgono, l'invettiva ombrosa Slint-style è un abbraccio narcotico e sognante che promette di accompagnare lontano, così come il piglio dark marionettistico di Exploration Vs. Solution Baby sembra sbattere morbidamente sul cuscino di organi, mentre la mini suite centrale di Super Illuminary rivanga le cavalcate psichedeliche senza meta dei seventies (ad un tratto quelle pennate scabre nel brodo di synth fanno addirittura balenare il fantasma dei Grateful Dead!).
Certamente un'opera prima il cui principale difetto va ricercato nella eccessiva riverenza ai modelli in corso, da cui episodi compositivamente scarsi seppure intriganti come l'esagitato incedere noise-funk di From One Primadonna o Hans Lucas - quest'ultimo curiosamente contagiato da stilemi hip-hop - oppure il piuttosto noioso cincischio post-psych di Sort Of A Country In Love.
Ma è comunque un esordio denso di promesse, dalla cifra sonora a tratti personalissima, istantanea precoce di una metamorfosi incipiente. Un battito di ciglia e ciò che vedremo sarà già un eclatante "dopo". (6,5/10)

  • I've Got Designs On You
  • Last Night A DJ Saved My Life
  • Saint Theresa In Ecstasy
  • We Blame Chicago
  • Alligator
  • National Car Crash

To Everybody(Southern, 2002)

di ©2004 Stefano Solventi

Il 2002 non è più tempo di post rock. Da tempo, ormai, il giochino si è dissolto. È stata una partita seria, da cui il rock - o meglio l'orecchio di chi lo ascolta - ne è uscito irrimediabilmente cambiato. Forse la sua estrema maturazione, forse la sua prima vecchiaia. La sua morte? Sia pure, tanto, per il numero di volte che è stata decretata, annunciata, profetizzata...
Il nostro quartetto è ormai chicagoano a tutti gli effetti, parte a tutti gli effetti di una scena ormai scoppiata ma ancora capace di concentrare su di sé le attenzioni di certa stampa.
Non è più il momento di abbattere, la parola d'ordine adesso è: riedificare. Se band come i Tortoise hanno interpretato la nuova missione scartando obliqui al confine tra prog, jazz e pop, se i L'Altra hanno rovesciato la frittata celebrando il ritorno di fiamma per la più classica della forma-canzone (la ballata), i 90 Day Men contribuiscono alla causa puntando una specie di prog psichedelico venato di attitudine black e ad alto coefficiente di romanticismo.
La parte del leone, vuoi perché il più preparato, la recita Lansangan scrivendo la maggior parte dei pezzi, ma ancora di più mettendo il piano saldamente al comando del convoglio sonoro. To Everybody nasce con le sembianze di uno struggente, sgraziato, malinconico canto alla luna. In questo senso l’iniziale I've Got Designs On You segna le distanze da tutta le precedente produzione: Rob Lowe fa brontolare un basso trepido e canta come una lama dall’affilatura straziata, le chitarre spandono allarmi, il drumming destruttura retaggi blues/funky aspergendo sincopi e brontolii marziali, piano e tastiere imbastiscono una farcitura ansiogena e claudicante.
Cupo ma screziato di pagliuzze immaginifiche, è l’incrocio di coordinate a cui i “nuovi” 90 Day Men aspirano, come dimostra appieno la vibrante St. Theresa In Ecstasy, accumulazione e reiterazione di elementi (riff giustapposti di piano e tastiere, samples di pseudo-mitraglie, quel giro di basso che sembra piovere da un disco Motown era blaxploitation, la litania ombrosa del talkin) in un crescendo emozionale impetuoso e calligrafico assieme, come dei Mogwai tenuti al morso dai Gastr Del Sol.
Costantemente al limite tra forma pop e complessità prog, non ci risparmiano episodi dalla visionarietà inusitata, come il bridge della strumentale We Blame Chicago (in cui istanze funk e psych si concedono scelleratezze quasi improv jazz) o il synth acidulo che nel chorus di Last Night a DJ Saved My Life gira intorno alla disarmante amarezza canora di Brian Case.
Detto che Alligator disegna un arco voltaico tra Running Man e dEUS, tra il teatrino del soffice assurdo Wyatt ed il vaudeville immaginifico di certi Incredibile String Band (quelle improvvise epifanie polifoniche!), la conclusiva A National Car Crash ci intrattiene per otto rispettabilissimi primi e quaranta secondi, vera e propria suite costituita da: breve incipit al sapor di reggae robotizzato, urgenza melodica soul-wave vagamente bowiana, ampia dissertazione strumentale in cui la serialità (di un arpeggio) va a braccetto con la fragorosa sbrigliatezza del drumming fino a spegnersi in un loop di perturbazioni sintetiche e piano, struggente convergenza di tutto l’armamentario a supportare l’epica disillusione della melodia, brevissima coda strumentale della stessa. Un trip improbabile eppure, anno domini 2002, credibilissimo.
Ha tutta l’aria di un lavoro di transizione consapevole di esserlo, ma forse non del tutto cosciente di come questo senso di passaggio, di instabile ponte tra realtà in divenire, consegua una cifra espressiva vigorosa, persuasiva, trascinante, immediata pur nella strutturazione delle forme, mai eccessiva. Di come, in altre parole, tratteggi il profilo di un capolavoro. (8.0/10)

  • Too Late or Too Dead
  • Harlequin's Chassis
  • Eyes in the Road

Too Late or Too Dead (Southern/Wide, 2003)

di ©2003 Stefano Solventi

A fine 2003 esce questo ep che spezza e carbura allo stesso tempo l’attesa per la terza prova in lungo. Proseguendo nel solco imboccato con To Everybody, gli ormai ex post-rockers tratteggiano un pop-rock asperso di vaghe reminiscenze prog, quindi strutturato e trepidante, oppiaceo e crepuscolare, languidamente insidioso.
Il piano è ormai a tutti gli effetti la motrice del convoglio: suo infatti il riff teatrale che innerva la guizzante title-track, tempo in levare che ruzzola su piano inclinato, la melodia come un mormorio strappato alla tristezza, calde unghiate di chitarra dal marcato accento seventies, una specie di clavicembalo a mangiucchiare il finale, il tutto pervaso da una strana irrequietezza marziale, incarnata - potremmo dire - nel minaccioso baluginare di synth sullo sfondo. Un grandissimo pezzo.
Rispetto a questa, le altre due tracce svolgono un più che dignitoso lavoro ambientale: Harlequin's Chassis vede piano, chitarra e coro arrampicarsi su un germoglio gotico vagamente Black Heart Procession, intanto che il drumming abbozza una trama di sbuffi e profondità; Eyes in the Road - unico episodio puramente strumentale - è invece un rigurgito post colto al crocicchio tra Mogwai (senza chitarra) e Mùm, ring di riverberi cibernetici, una nebbia radioattiva di synth, batteria surgelata e il piano che palpeggia una melodia di madreperla.
Breve e appagante, in pratica uno spot su un gruppo in bilico tra iconoclastia e classicità, con la speranza che l'equilibrio si mantenga tale e quale. (7.0/10)

  • Even Time Ghost Can't Stop Wagner
  • When Your Luck Runs Out
  • Chronological Disorder
  • Sequel
  • Too Late Or Too Dead
  • Silver And Snow
  • Night Birds

Panda Park (Southern, febbraio 2004)

di ©2003 Stefano Solventi

Col terzo album i 90 Day Men decidono di forzare i limiti della propria proposta musicale, un giochino rischioso che – ahiloro, ahinoi - riesce solo in parte. Il programma sciorina perlopiù un prog romantico e impetuoso, debitore tanto dei crush emozionali dei primi King Crimson quanto delle iperboli dolciastre dei Pavlov’s Dog, sfiorando congetture art-rock intanto che sotto al pentolone brucia la congenita attitudine post-wave. Piano e tastiere sono poste con decisione al centro di una strategia epica e decadente, spesso sovrappopolata di timbri e motivi, più stordente che incantevole.
Quale manifesto ed emblema si erge l’iniziale Even Time Ghost Can’t Stop Wagner: incessante tensione innescata tra un piano liquido e la chitarra asprigna, drumming impetuoso sulle pelli e calligrafico sui piatti, un florilegio mutante di organi e flauti, il canto nevrastenico di Robert Lowe, l’energia che cristallizza e precipita provocando improvvisi scarti strutturali, insomma una mini suite in poco più di sei minuti. Inverosimile ma emozionante, coinvolgente ma eccessiva.
Chronological Disorder innesca invece una inconsulta altalena tra soul e prog: la spiccata inclinazione black dei versi - in cui spicca il graffiante ghirigoro del clavinet – viene spazzata via dal languore art-rock del chorus (i primi Roxy Music incontrano Peter Hammill), per poi liberare uno struggente assolo di chitarra ripescato da una memoria Big Brother And The Holding Company, infine consumandosi in un autodafè di corde e harpsichord. Tanto curiosa quanto ipertrofica, ma in qualche modo riesce a stare in piedi.
Quando una sorta di tensione new wave mantiene l’esuberanza negli argini, le cose acquistano un piglio decisamente più credibile: mi riferisco alla splendida Too Late Or Too Dead (contenuta nell’omonimo ep e di cui già ho scritto) e alla conclusiva, crepuscolare fin dal titolo Night Birds, un quasi strumentale (la voce è una presenza parcellizzata, riprocessata, inafferrabile) in cui il basso spinge sordido e la batteria incalza tra rarefazioni sintetiche, riff d’organo e corde in riverbero, intanto che sullo sfondo il piano gocciola inquietudini atonali (balena la sagoma degli ultimi Talk Talk), poi la trama si spezza, rimane sospesa, riparte tanghesca e marziale, chiama piano e chitarra e uno xilofono (?) a guidare le danze, cresce fino quasi alla saturazione per poi - d’un tratto - spegnersi.
Messe in mezzo a mò di cuscinetto, e molto opportunamente, troviamo la breve Sequel (frammento percussivo che curiosamente rammenta la altrettanto interlocutoria Pry, To dei Pearl Jam) e quella When Your Luck Runs Out cantata dal più compassato Brian Case che rotola a luci spente come un ectoplasma Tortoise tra palpitazioni cinematiche Air. In definitiva uno dei momenti migliori del lotto.
Non si spiega proprio invece un episodio come Silver And Snow, sorta di rigurgito post-glam come uno scarto del Bowie più tronfio e meno ispirato (nell’aria esausta del dopo-Berlino): il canto è improbabilmente gutturale come uno Scott Walker in delirium tremens, organo e chitarre provano ad iniettare carburante ma il meccanismo s’ingolfa in continuazione, al limite della comicità involontaria. Ripeto: incomprensibile.
In definitiva questo Panda Park è disco controverso, con molti cedimenti e altrettanti motivi d’interesse. In un modo o nell’altro significa un punto di non ritorno per i 90 Day Men, ormai titolari di una cifra stilistica inconfondibile. Era quello che volevano, ansiosi forse di svincolarsi da una forma post ormai esausta. Ammirevole intento, ma l’impressione è che il difficile cominci adesso. (6.5/10)