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65daysofstatic

di ©2005 Martino Lorusso e Manfredi Lamartina
I 65daysofstatic: una band che ha saputo indicare una nuova via per il post-rock strumentale, arricchendo le paranoie in riverbero con un motore bionico che lo avvicina all’elettronica più dinamica e rumorosa.
Foto: 65daysofstatic

How shall we leave this dead-dog town? With the volume up and the windows down.

di ©2005 Martino Lorusso

La frase che campeggia nel booklet di The Fall Of Math, esordio discografico dei 65 Days Of Static, raffigura in modo inequivocabile un modo di essere, percepire la realtà esterna e - di conseguenza - intendere la musica. Barricandosi in studio e alzando i volumi fino a veder friggere i led sul rosso, quattro ragazzi scozzesi realizzano il loro (bi)sogno di escapismo e bruciano gli strascichi di una teenage angst non consumata fino in fondo, nella grigia quotidianità di Sheffield. La città britannica, come le ghiacciate lande canadesi della Constellation o la Glasgow dei Mogwai nell’ultima decade, diviene lo scenario in cui prendono forma e movenze le visioni apocalittiche e post-cyber di Paul Wolinski (chitarra e laptop), Robb Jonze (batteria), Gareth Hughes (basso), Joe Fro (chitarra); la finestra da cui essi rivolgono un timido sguardo verso il futuro, tenendosi ancora aggrappati agli stipiti di un suono che ha salde radici nel passato più recente (gli anni Novanta), al tempo stesso eccitati ed intimoriti da quel che si prospetta davanti ai loro occhi.

L’EP di debutto, stumble.stop.repeat, per Dustpunk, la piccola etichetta messa su con gli amici di Sheffield, aveva fin da subito suscitato l’interesse della stampa britannica, finendo poi tra le mani di alcuni noti dj, compreso John Peel, che per primo aveva fiutato le potenzialità del gruppo invitandolo a registrare una delle ultime Sessions. Partiti come un laptop-guitar trio, una sorta di piccolo ensemble che sfregava chitarre fuzz su schegge impazzite di beat jungle, i 65DOS non hanno mai nascosto l’aspirazione ad essere una vera rock band e, non appena si è presentata l’opportunità, hanno completato la formazione inserendo il tassello mancante: un (ottimo) batterista. Il passaggio è stato esattamente inverso a quello dei gruppi tradizionali che hanno scoperto le meraviglie dell’elettronica tardivamente, basti citare i Radiohead di Kid A, album con cui il debutto dei ragazzi di Sheffield ha più di qualcosa in comune.

Copertina: The Fall Of Math (2004)

Come disumanizzare il post-rock (e vivere felici)

di ©2005 Martino Lorusso

Tra le undici tracce interamente strumentali di The Fall Of Math (Monotreme / Ghost, 2004) si dipana un suono che ibrida post-rock e nu-tronica, con la naturalezza che appartiene ai grandi, anche se in tutta probabilità la mente che concepisce questa collisione/compenetrazione ballardiana di tecnologia e carne è quella di Paul Wolinski. Se Kid A aveva il merito di sdoganare l’IDM di Aphex Twin e Autechre, strappandola ai circuiti di nicchia, The Fall Of Math recupera piuttosto le sonorità post-Warp e il glitch: dal drum’n’bass schizoide di Squarepusher alla techno sperimentale di Kid 606, dai materiali Tigerbeat6 a quelli Mille Plateaux. E le manda a sbattere contro un muro di suono chitarristico à la Mogwai, infarcito di grandeur cinematica di stampo Constellation.

Quel che più affascina è la densità del suono, ben esemplificata dal singolo Retreat! Retreat!, una cavalcata epica su cui le sei corde erigono cattedrali avvolte da una nebbia di rumore bianco e folate di glitch, curiosamente introdotta da un sample di Matt Dillon, tratto dalla pellicola grunge (!) Singles (Cameron Crowe, 1992), che recita: " We will not retreat, this band is unstoppable!". Le potenzialità del laptop vengono sfruttate appieno, evitando peraltro deliri massimalisti e bulimie di bit che hanno il solo scopo di frastornare l’ascoltatore per celare la mancanza di idee. La fuliggine di bleeps, clicks & cuts non soffoca mai un suono che si dipana tra crescendo e deflagrazioni di chitarre sature in stile GY!BE, in un dinamico gioco carico di tensioni (vedi la title track). La cyber-propellenza di questo piccolo ensemble è pari per intensità solo ai riff metal che hanno graffiato l’adolescenza di molti (e sarebbe curioso sapere se i ragazzini di oggi provano di fronte a queste sonorità lo stesso senso di potenza, affrancamento e autonomia dal “sistema”).

Il quartetto è anche capace di mirabili intuizioni melodiche (si ascolti il finale di This Cat Is A Landmine) e padrone, sul piano compositivo, di una visione d’insieme comune a pochi gruppi, oggi. L’architettura e la durata dei brani paiono studiate accuratamente per evitare la staticità e la ripetitività (Hole), che spesso insidiano composizioni di questo tipo. Certi intrecci piano-chitarra richiamano alla mente le costruzioni neo-progressive degli ultimi 90 Day Men ( Install A Beak In The Heart That Clucks Time In Arabic, I Swallowed Hard, Like I Understood) mentre i momenti più quieti riecheggiano le attese dei The Silver Mt. Zion (The Last Home Recording e il violino che precede la psicotica d’n’b di Default This).

Mentre i Daft Punk dicono di essere “umani dopotutto” (rispondendo così a chi aveva fantasticato sulla loro natura robotica), i 65DOS con procedimento inverso de-umanizzano il (post) rock, innestando nel suo tessuto circuiti cibernetici e concependo una musica androide, che conserva esternamente un’epidermide umana. Ora bisognerà vedere in quale direzione si spingeranno i quattro ragazzi di Sheffield, se anche sapranno vincere la paura della vertigine e abbandonare gli ultimi appigli, per rivolgere finalmente il loro sguardo verso l’orizzonte. (7.5/10)

Copertina: One Time For All Time (Monotreme/Ghost, 2005)

Del tempo e dei ritmi dopati

di ©2005 Manfredi Lamartina

L’urgenza palpita forte anche tra le note del nuovo disco One Time For All Time (Monotreme / Ghost, 2005), che conferma ancora una volta la bontà di un progetto in grado di ridisegnare le coordinate della musica moderna.

L’iniziale Drove Through Ghosts To Get Here è un manifesto programmatico d’intenti: atmosfera in crescendo, tastiere che cantano di dolcezza e malinconia e ritmi che sembrano sempre sul punto di esplodere. Ma è solo un antipasto della furia che verrà. Il pezzo successivo, se possibile, inasprisce ancora di più tutti gli elementi presenti nella traccia d’apertura, cercando di segnare una sottile linea di demarcazione che separa il passato recente dal qui e ora del nuovo lavoro. La già vigorosa batteria di Await Rescue, infatti, viene dopata ulteriormente dai violentissimi innesti drum’n’bass, potenziando così la riuscita di un brano che aveva comunque dalla sua il privilegio delle note più emotive mai sentite in queste latitudini sonore. Welcome To The Times è invece il prototipo del post-rock più tradizionale, grazie a un arrangiamento maggiormente “suonato” rispetto agli altri episodi, ma non per questo meno coinvolgente.

I 65daysofstatic agiscono in un territorio che li vede signori e padroni incontrastati, come d’altronde aveva notato proprio John Peel. L’unico – piccolo – appunto che si può muovere alla band è di non aver innovato abbastanza il proprio suono, limitandosi ad estremizzare le formule che hanno caratterizzato The Fall Of Math. Ma la materia trattata è comunque ottima e abbondante, e basterebbero i cinque minuti dell’aggressiva 65 Doesn’t Understand You per esaltare ed esaltarsi con una band incredibile, cui manca solo la parola per riuscire finalmente a conquistare il mondo. E non è detto che un giorno non sarà così. (7.5/10)

  • When We Were Younger And Better
  • A Failsafe
  • Don't Go Down To Sorrow
  • Wax Futures
  • These Things You Can't Unlearn
  • Lyonesse
  • Music Is Music As Devices Are Kisses Is Everything
  • The Distant & Mechanised Glow Of Eastern European Dance Parties
  • Little Victories
  • Primer
  • White Peak / Dark Peak
  • The Conspiracy Of Seeds

65daysofstatic – The Destruction Of Small Ideas (Monotreme, 30 aprile 2007)

di Manfredi Lamartina

Il primo pezzo s’intitola When We Were Younger And Better. Che, come dire, non fa iniziare l’album sotto i migliori auspici. Eppure sono sempre loro, i 65daysofstatic. Quelli che avevano praticato un vigorosissimo massaggio cardiaco al post rock, rianimando le sue stanche motivazioni e infiammando nuovamente – e finalmente – la nostra passione. Finora. Perché dopo due capolavori sconvolgenti per la loro rivoluzionaria potenza e personalità (The Fall Of Math e One Time For All Time) arriva il momento della mezza delusione.

The Destruction Of Small Ideas ha le batterie un po’ scariche. Laddove il motore dei suoi predecessori girava a mille, stavolta le cose non sembrano le stesse. Come se la band cercasse di premere sul pedale dell’acceleratore con la stessa forza di sempre ma avendo le ruote dell’auto che girano a vuoto. I suoni, ad esempio, a volte falliscono in impatto laddove prima invece facevano terra bruciata intorno a sé. E verrebbe da pensare a qualche problema in fase di mastering, che non ha pompato a dovere ciò che doveva essere spinto oltre ogni limite. Sacrificando così chitarre, ritmi, suoni e idee.

L’elettronica è sempre presente, ma a volte sembra messa quasi in secondo piano, come se il gruppo cercasse un approccio più live. E il risultato ne risente. Don't Go Down Sorrow è una ballata pianistica che scivola banale e inoffensiva, forse il pezzo – relativamente – più post rock che la band abbia mai composto. La conclusiva The Conspiracy Of Seeds dà fiato alle corde vocali e si presenta come un brano quasi metal, ovviamente più per spirito che per aderenza stilistica. Altrove gli spunti sono più incoraggianti, come negli innesti di electro schizofrenica che abbelliscono l’altrimenti banale melodia di The Distant Mechanised Glow.

Il rischio è di farsi prendere la mano e rendere più fosco del lecito ciò che invece tanto fosco non è. Ma non si può prescindere da ciò che sono stati fino ad ora i 65daysofstatic. Che stavolta si sono lasciati prendere eccessivamente la mano. Questo lavoro infatti dura quasi il doppio rispetto al precedente. E il sospetto che in mezzo ci sia qualche riempitivo di troppo è forte. Così come è forte la tentazione di indirizzare i neofiti verso il resto del catalogo targato 65, più aggressivo ed intrigante. Tutti gli altri, si accostino a The Destruction Of Small Ideas con poche aspettative. Lo spirito giusto per trovare alla fine anche qui pane per i propri denti. (6.2/10)