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31 Knots

di Roberto Canella e Massimo Padalino
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Foto: 31 Knots

 

 

 

Curse Of the Longest Day EP (Polyvinyl / Goodfellas, luglio 2005)

di Roberto Canella

Migliorano a vista d’occhio i 31 Knots che dopo essere partiti come gruppo math-rock con qualche velleità melodica si sono via via trasformati in un gruppo indie-rock a tutti gli effetti. E non stupisce quindi che con la crescita del loro potenziale catchy e pop la Polyvinyl ci abbia messo gli occhi sopra. Prima dell’album intero allora quale migliore occasione per ristampare un EP uscito l’anno scorso solo per il mercato giapponese? Lasciatisi alle spalle etichette dignitose e le vecchie compagnie di Portland, nell’Oregon (i concittadini The Planet The, con cui comunque condividono ancora il palco) il gruppo di Jay Pellicci sembra essere pronto per il salto, piccolo o grande che sia.

Del resto lo stesso Jay ha accumulato l’esperienza necessaria nei Deerhoof, Dilute e Natural Dreamers, e l’idea di mischiare l’art-rock con qualcosa di più accessibile non è più tanto balzana, e senza concretizzarsi più in nessun esercizio di stile come talora era accaduto in passato. Alla fine il risultato non è poi così distante dai gruppi post-punk di oggi che oltre alla trama strumentale pensano anche a essere orecchiabili il giusto, anche se ai 31 Knots piace mischiare le carte in tavola: canzoni come The Corpse and the Carcass e Coward With Claws si mascherano dietro un pop barocco pronto a esplodere in qualcosa di più affilato. Niente ritmi ballabili, solo i dischi di King Crimson e Wire impilati sullo stesso scaffale. (6.8/10)

  • Beauty
  • Sanctify
  • The Savane Boutique
  • Man Become Me
  • The Salted Tongue
  • Hit List Shakes
  • Everything In Letters
  • The Days And Nights Of Lust And Presumption
  • Imitation Felsh
  • The Pulse Of A Decimal
  • Walk With Caution

The Days And Nights Of Everything Anywhere (Polyvinyl / Goodfellas, 6 marzo 2007)

di Massimo Padalino

I 31Knots sono tornati. The Days And Nights Of Everything Anywhere, album nuovo di pacca tallonato dall'uscita 'breve' Polemics (2006), segue senza titubanza alcuna il sentiero del cambiamento dai nostri già principiato a percorrere nelle uscite più recenti. Math rock, artcore, progcore sono solo etichette lontane e che mal si adattano a descrivere un suono oramai definitivamente emancipato dalle influenze delle origini (Fugazi, Sonic Youth, mathcore e così via). Beauty, l'opening track dell'album recensito, sfrondando una parete di iniziale elettronica rabbuiata, si raffina sino a risplendere come luminosissimo gioellino 'pop' tout court. Il piano isterico, usato qui quale ritmica aggiunta, contrappuntato di volta in volta dai fiati o dalla chitarra scheletrica, dice di un brano tanto epidermico quanto sofisticato nell'arrangiamento. Sanctify fa anche meglio, scivolando nel vaudville patafisico di certi Pere Ubu (recitativo querulo, impalcatura armonica poppeggiante e spumeggiante, sperimentale a modo suo). La forma canzone non cede mai ed anzi esce rinvigorita da cotanta scienza poppy. E la girandola di influenze fagocitate dalle canzoni in scaletta ancora non finisce di stupire: il madrigale artcore di The Savage Boutique, la fugaziana Man Become Me, il drum'n'bass esistenziale e anoressico di Hit List Shakes, e per finire Immitation Flesh, prossima a libidini math oramai storicizzate, il lied pianistico The Pulse Of A Decimal e, apice dell'arte drammatica del combo, la conclusiva Walk With Caution (meraviglioso ibrido, tra barbarico e classico, delle funeree litanie di cui disseminarono i loro dischi, di volta in volta, Nico, Stooges e persino i Low). Un disco che mantiene più di quel che non prometta. (7.0/10)