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¾ Had Been Eliminated

di AA.VV. Foto di Alvise Predieri
Un sottrarsi che si riempie di significati. Minimi, concreti. Folk, magici, psych. Tante definizioni per un collettivo che non ama sentirsi unitario ma multiplo. Eppure un suono che emerge e scompare. Che fa paura anche dietro lo schiaffo di un calore familiare.

Sottrarsi

di Nicolas Campagnari e Edoardo Bridda

Un’immagine precisa può ben rappresentare i 3/4HadBeenEliminated, quella della copertina del loro secondo disco A Year Of The Aural Gauge Operation: tenebrosa, crepuscolare, con una fitta trama di alberi scheletriti che potrebbe sembrare una foto scattata poco prima del tramonto, o poco dopo l’alba, fortemente permeata da un clima surreale e decadente, il viso umano che emerge ma al tempo stesso si nasconde sullo sfondo. Vi basterà ascoltare una traccia a caso della loro produzione per trovarvi all’interno di quella copertina, impauriti da qualcosa che non conoscete, ma che al tempo stesso vi sembra familiare. Escono in questi giorni per la Soleilmoon due dischi per il quartetto italiano diviso tra Bologna e Berlino, Theology e The Religious Experience, rispettivamente il terzo e quarto, che rappresentano una sintesi importante della loro carriera nonché di quelle, molto più prolifiche, dei musicisti coinvolti. È l’occasione migliore per rivedere un percorso artistico “di nicchia” ma dalla portata già internazionale. Un’analisi che si è avvalsa di una chiacchierata con i musicisti stessi, incontrati dal vivo al festival Phonorama2 che si è tenuto al Raum di Bologna lo scorso 9 novembre, una convergenza/ divergenza di parole e riflessioni che evidenziano, come metafore ideali, le peculiarità di qualcos’altro rispetto alla classica idea di band. Dunque un territorio aperto in cui indagare stile e attitudini. Un laboratorio musical-creativo il cui debutto ne sembra una logica premessa, una conseguenza per misurare assieme passate esperienze soliste, alcune ampiamente rodate, altre in assestamento costante, o meglio un tutto in costante evoluzione.

In solo

Partiamo dunque da quest’ultime per conoscere meglio i personaggi della vicenda, dapprima, Claudio Rocchetti il più prolifico. Al suo attivo quasi una decina di uscite tra cd, cd-r, cassette e netrelease di cui si possono ricordare The Work Called Kitano (Bar La Muerte, 2002) e DavidLeeRoth (LongLongChaney, 2007), lavori caratterizzati da collisioni poco concilianti, nastri manipolati, giradischi e strumenti classici. Rocchetti sa essere molto fisico, eppure a caratterizzarlo al meglio è uno sguardo mutevole, mai concettualmente monolitico. Possiede uno spirito dada dal quale germogliano semi di dissacrazione, quello sberleffo feroce e ipercinetico che è poi la firma del collettivo/label Sonic Belligeranza diretto da Riccardo Balli nel quale il musicista ha gravitato per un breve periodo.
Ad ogni modo, se Rocchetti è il più attivo, Valerio Tricoli pare incarnare il suo opposto, almeno in termini di presenza discografica. Tra il 2003 e il 2005 il musicista sforna due album: Did They? Did I? (Bowindo, 2003) e Metaprogramming From Within The Eye Of The Storm (Bowindo, 2005), due album dagli umori opprimenti al di sotto dei quali – mediante l’elemento elettroacustico – s’animano paranoie e ancor più sotto recondite paure. L’acqua santa pare quindi ascriversi al nome di Stefano Pilia, il più affine alla drone music e da una produzione riflessiva e malinconica. Composizioni le sue, ispirate alla tradizione minimalista nel senso più ampio, ovvero quella che parte da La Monte Young e arriva a Loren Mazzacane Connors. Tre uscite ufficiali per lui di cui vi consigliamo di recuperare almeno il recente The Suncrows Fall And Tree (Sedimental, 2006) dove il Nostro manipola chitarre e field recordings fino ai tubi in pvc. Non è un caso se i dischi sono stati pubblicati per Sedimental, Time-Lag e Last Visible Dog, etichette americane dedite alle odierne filiazioni e diramazioni del drone.

Multiple-name

I 3/4HadBeenEliminated sono quindi una fusione di elementi individuali, stili propri, tecniche diverse, un insieme di caratteristiche e prospettive che se dieci anni fa,  poteva rientrare nel calderone “post-rock”, termine che oggi pare quanto mai fuorviante. Ad ogni modo, per errore e dovere giornalistico, in comune con la macroetichetta c’è sicuramente una matrice sottrattiva che lungo la trasferta elettronica di tali sonorità di fine Novanta vede un ampio uso di field recordings, live electronics, giradischi, nastri, musique concrete. Come è facile intuire dalle discografie soliste, siamo molto oltre il classico quadrilatero voce-chitarre-basso-batteria, in un piano trasversale che comunica con le cosiddette avanguardie, che con le filiazioni dal celeberrimo suffisso post. Nei 3/4hadbeeneliminated i ruoli fissi, già ampiamente decostruiti da band come Tortoise, Aerial M, Gastr Del Sol e Labradford, vengono qui a loro volta sminuzzati e reinventati secondo una grammatica differente e, se vogliamo essenziale. Siamo un passo in là rispetto al jazz-rock dei primi, e ancor di più rispetto ai faheyismi folk di Grubbs e Pajo. C’è sicuramente l’umoralità abbandonata di un Mark Nelson eppure senza country, il field Recording di un Jim O'Rourke senza però i richiami popular di un Camoufleur.

Inappropriato dunque il facile paragone con tante cose dei Novanta e comunque se dobbiamo per forza trovare un corrispettivo (anche italiano, e pure bolognese, ma non solo), si potrebbero chiamare in causa i monumentali Starfuckers (ora Sinistri) che similmente ai 3/4HadBeenEliminated si nutrono del cadavere del rock per poi risputarlo in forma di vorticoso magma sonoro, cupo e doloroso. Eppure ancora una volta non parliamo di una deriva di loose-loose-jazz coniugato a brandelli di distorsore. E, ancora, non parliamo di post-rock e men che meno superband per Stefano Pilia, Claudio Rocchetti e Valerio Tricoli (ai quali aggiungiamo il batterista Tony Arrabito che completa il quartetto). “In origine c’era l’idea di eliminare la nostra produzione individuale, ispirandoci direttamente all’idea del multiple-name sperimentata in ambito narrativo/letterario dal collettivo Wu Ming, proprio qui a Bologna”, afferma Tricoli, “Siamo mossi da un senso comune per la musica,infatti ascoltando i nostri dischi solisti ti accorgi come ci sia una comunanza di idee, un filo rosso, mai ovvio, che unisce l’esperienza collettiva a quella solista, fermo restando che le differenze ci sono e rimarranno.”

Via Fioravanti

Se abbiamo parlato di un collettivo non convenzionale accennando a Bologna è proprio da qui che partono le vicende che porteranno ai 3/4HadBeenEliminated. Siamo nei primi anni Duemila, periodo in cui il capoluogo vive la sua terminale fase creativa, nonché l’ultimo rantolo delle grandi autogestioni della decade precedente. Ed è proprio al Link di via Fioravanti, simbolo contraddittorio dell’Italia underground dei Novanta, fiore all’occhiello di tutta una scena elettronica, che i futuri membri del gruppo/collettivo si frequentano e approfondiscono tematiche musicali. Il centro sociale non è altro che il corrispettivo della SPA Public Image, soldi a palate e buchi da tutte le parti, gente che ci va perché è un coffe shop e gente che va a ballare la techno di Detroit, gente indie rock che ci trova i Dirty Three e gente che ci vive, suona e mangia. Valerio, Claudio e Stefano s’incontrano in quest’ambiente ideale playground della loro musica. Non il Link affollato della marmaglia senza volto, ma quello ancor più enigmatico della sua architettonica essenza: decadente, abusata prossima allo smantello. Baraccone a picco dove sguazzano squali e anime perse che di lì a poco sarà raso al suolo per farci il Comune di Bologna. “Stavo registrando a casa mia il disco Be Mine Tonight di Dean Roberts quando un giorno si presentò Stefano che doveva registrare una parte di basso per quel disco. Dean quel pomeriggio non si fece vedere e allora cominciammo a parlare e a suonare. Lì nacque l’amicizia che mi portò a registrare anche il suo disco solista”. L’ex hardcore kid Claudio Rocchetti si aggiunge da lì a poco in corso d’opera. “La denominazione 3/4hadbeeneliminated ancora non esisteva, era una cosa diciamo impura”, ricorda Valerio, “si fece questo concerto per Superfici Sonore di Ixem, in cui suonavamo io e Renato Rinaldi. Poi si aggiunsero Stefano, Claudio e pure Andrea Belfi, anche loro presenti alla jam”.

Segue il proverbiale periodo d’assestamento in cui prevale la volontà di tenere nel gruppo i “bolognesi”, ovvero Tricoli, Pilia e Rocchetti e così iniziano le session del debutto nello studio di via Paolo Costa (sempre a Bologna) che diventerà il crocevia di molti dischi più o meno collegati con i 3/4. L’album, omonimo, è una raccolta essenziale, molto vicina alle installazioni audio che dal 2003 caratterizzano il Raum, lo spazio gestito da Xing, frangia dissidente del Link per la produzione culturale contemporanea. Parliamo di minimalismi e concretismi ma se si volesse semplificare parleremo di kosmische musik aggiornata alle istanze di un’etichetta come la Touch; (pensate al Rafael Toral di Violence Of Discovery And Calm Of Acceptance ad esempio). E se questo può essere vero per pezzi come in Getsemany Fields Under Impossible Rain, c’è pure un’incursione propriamente rock in Bedrock, che vede anche la prima partecipazione alla batteria di Tony Arrabito, figura che diventerà membro effettivo del gruppo (anche se part-time) a cominciare dal disco seguente.
Di fatto, in questo periodo e fino al completamento dell’album, la band rimarrà un progetto da studio di registrazione. “Il primo disco nacque praticamente nel pieno artificio, l’unico materiale suonato erano un paio di session improvvisate di elettronica noise riduzionista che coinvolgevano me e Claudio”, afferma Tricoli. Una piccola testimonianza di queste session rimane in Standing Position. Quanto alle restanti tracce sono state perlopiù suonate in maniera indipendente: Bench/Frozen segue le minuterie concrete tipiche di Valerio, mentre My Smallest Ego composta da Stefano, imposta droni con tubi di varia lunghezza in pvc. Il CD esce un anno dopo per la Bowindo (3/4hadbeeneliminated; 6.5/10), piccola - ma già ben avviata - etichetta fondata da Giuseppe Ielasi, Domenico Sciajno, Alessandro Bosetti, Renato Rinaldi e dallo stesso Tricoli nel 2003. È stata “una scelta molto utile”, ricorda Valerio, “altrimenti nessuno ci avrebbe dato visibilità. Anzi abbiamo guadagnato una certa notorietà nel settore”.

Trascendenza

Il debutto arriva nelle mani della Häpna etichetta specializzata in musiche che fondono improvvisazioni a suoni analogici e drone music, un ideale approdo per il quartetto, sotto la label svedese verrà pubblicato A Year Of The Aural Gauge Operation (Häpna, 2005; 7.5/10), il primo vero album del gruppo le cui session erano tuttavia in lavorazione dal 2004. ”Nel primo disco è impossibile decretare chi suonasse cosa, c’è stata quindi una focalizzazione maggiore su quello che si suonava dal vivo. Iniziavano ad evolversi anche altri aspetti che hanno a che fare con il modo di gestire il palco, la drammaticità della performance live. Il disco nasce da session molto più ricche. L’elemento di base, della gran parte dei brani, è la loro struttura, ideata a partire dalle dinamiche del suono live di allora. Questo rappresenta un scarto importante che rende il tutto più visionario”.

Con Year Of The Aural Gauge Operation comincia a svilupparsi una sorta di linguaggio tipico dei 3quarters con una preponderante presenza della chitarra a caratterizzarlo (Widower). Anche la voce di Valerio, pur avvicinabile ad uno strumento supplementare, comincia a ritagliarsi uno spazio all’interno dell’economia sonora. Inoltre lungo le tracce si aprono spazi per divagazioni più “muscolari” come Monkey Talk che sembra quasi un incrocio tra i Supersilent e i Tortoise; senza contare quella voce che riecheggia direttamente i This Heat, dichiarata influenza del gruppo. In In Every Tree a Heartache troviamo tracce di Sigur Ròs seppur afoni e insolitamente afosi: “spesso ci capita quell’associazione, l’unico problema è che sono un gruppo che non conosco e che penso di non aver mai sentito”. Associazioni e similitudini a parte questo è il disco che fotografa i 3/4hadbeeneliminated in un momento di grande coesione dove il sincretismo delle fonti e degli stili si fonde in una sequenza di tracce che solo per un vezzo di editing si trovano divise. È un gruppo solido quello che emerge, capace di scrollarsi di dosso una pesante eredità di ricerca, evitando così di risultare noioso o vuoto, o la classica menata intellettualoide.

Teologia

Le tappe successive passano dunque per gli Stati Uniti: il boss della Soleilmoon (label americana che nel corso degli anni è diventata un piccolo faro per la fetta più scura e scontrosa della sperimentazione rock Lustmord, Steve Roach, Vidna Obmana, Rapoon, The Hafler Trio, :zoviet*france:), sente un loro brano per radio (!) e contatta via mail il gruppo chiedendo loro se fossero interessati a realizzare un CD e un LP per l’etichetta. Nel frattempo, tra settembre e ottobre 2006, il gruppo intraprende un tour europeo, nel quale si esibisce in solo anche l'amico Andrea Belfi. La popolarità in Europa cresce, è l’ideale prefazione all’accoppiata Theology e The Religious Experience. Anticipiamo che la questione Collettivo vs. Individualità subisce un ulteriore aggiornamento. “Il mio disco solista si sarebbe potuto chiamare Theology come quello di Stefano o di Claudio, è un’esperienza individuale ma anche molto collettiva”. Ci racconta Valerio. E i due dischi sono più che mai un corpus unico e maggiore coeso. “C’è stata una volontà specifica in tal senso, il nuovo disco ha degli elementi quasi operistici per come è stato pensato e costruito e per come sono state arrangiate le parti. Ad esempio, l’arrangiamento armonico e melodico e la sua integrazione con l’arrangiamento elettroacustico, è stato particolarmente curato. Anche il frequente utilizzo di voci è stata una decisione estremamente consapevole”.

Theology e The Religious Experience testimoniano una maturazione, ma anche un ampliamento dello spettro di ricerca. I 3quarters attuali si posizionano in un continuum tra psichedelia scura e un folk minimal, di chiara matrice trascendente. Ancora spettri e catalogazioni e non ci rimane che accennare a un futuro che ancora non è scritto ma che una traccia potrebbe avere. “Finora non siamo riusciti a organizzare delle session con Oren Ambarchi. Purtroppo la mancanza di tempo e la distanza non ci permettono ancora di approfondire un qualsiasi discorso”. Doveroso ricordare che Oren è un vero e proprio ambasciatore della causa 3quarters in Australia, dove i dischi del collettivo italiano stanno andando benissimo. È una probabilmente premessa. Un possibile domani. Di sicuro il quartetto partito in sordina solo cinque anni fa si è rivelato una delle più interessanti proposte nostrane e non. Se non ci credete andate a verificare le playlist 2006 dei redattori dell’autorevole The Wire.

Copertina: ...
  • Widower
  • Labour Chant
  • Shifting Position
  • Wave Bye Bye To The King
  • Monkey Talk
  • Loop Recorder In The Patient With Heart Disease
  • In Every Tree A Heartache
  • Fun With Nails
  • As Of Yore

A Year Of The Aural Gauge Operation (Häpna, ottobre 2005)

di Italo Rizzo

Questo gruppo dal nome enigmatico è composto da musicisti attivi già da tempo nell’area dell’elettroacustica e dell’improvvisazione con progetti solisti: Stefano Pilia (qui alla chitarra, contrabbasso e field recordings), Claudio Rocchetti (giradischi e live electronics) e Valerio Tricoli (nastri, sintetizzatore e sparute apparizioni vocali), già autori di un cd per la Bowindo nel 2003 e passati ora alla svedese Häpna, registrano l’aggiunta di Tony Arrabito alle percussioni e riescono a realizzare un album sorprendente per coraggio e tenuta complessiva.

Infatti A Year Of The Aural Gauge Operation rappresenta una sintesi finora poco praticata fra elementi improvvisativi, sprazzi ambientali e forma canzone (nel senso più ampio del termine). Al primo impatto il disco si svela quindi un po’ distante dai live set del quartetto bolognese, completamente improvvisati e frutto di ispirazioni e umori colti sul momento, perché mette in risalto la capacità di stratificare i suoni dei musicisti senza sfociare mai nel caos puro.

L’ascolto ci rimanda ad una serie di suggestioni non più solo uditive, perché nella traccia d’apertura Widower, che avvolge tramite ricami chitarristici degni di Fahey, pare davvero di inerpicarsi su loop e stralci di percussioni per poi librarsi in un cantato impalpabile, oppure può accadere di perdersi nel frangersi delle onde misto ad echi spettrali e alla malinconica melodia di una fisarmonica in As Of Yore, o ancora nei suoni ruvidi, corposi e grevi di Loop Recorder In The Patient With Heart Disease. L’accidentato terreno di partenza è, come si è detto, l’elettroacustica, ma non sono estranei a questo disco frattaglie psichedeliche (come quelle che attraversano Wave Bye Bye To The King, che paiono registrate nello spazio), ed esercizi vicini al rock (la progressione ritmica di Monkey Talk ne è un esempio classico).

Le affinità che è possibile riscontrare con i lavori dei Radian, Dean Roberts o Richard Youngs possono spiegare solo in parte il materiale contenuto nel cd, perché i ¾ hanno scelto di intraprendere un percorso personale quanto rischioso: trasmettere le proprie emozioni attraverso un “banco di lavoro”, del quale fanno parte strumenti acustici, sintetizzatori, chincaglierie analogiche come registratori a bobina, suoni raccolti o trovati, dai quali scegliere ogni volta dei dettagli da mettere in primo piano. E’ una musica di sovrimpressioni, questa, che raggiunge forse il culmine nella mantrica In Every Tree A Heartache. L’operazione può dichiararsi dunque riuscita, e a noi resta un nome da tenere sotto osservazione. (7.8/10)

Theology
  • I am Daughter
  • The Cradle
The Religious Experience
  • Lato A
  • Lato B

Theology /
The Religious Experience (Soleilmoon, novembre 2007)

di Nicolas Campagnari

Avvertenza: Theology e The Religious Experience sono dischi da ascoltare al buio e a volume altissimo.
Due dischi pensati e studiati da quattro individui, Valerio Tricoli, Stefano Pilia, Claudio Rocchetti e Tony Arrabito, che giunti a questo punto, dopo il successo di critica del precedente A Year of the Aural Gauge Operation (Häpna, 2005), non possono più nascondersi, sono l’ensemble faro di una scena sperimentale italiana e devono farsene una ragione.
Per non lasciare dubbi, loro, non solo non lasciano. Raddoppiano. Plasmano due dischi gemelli, che in comune hanno data di nascita e materiale di partenza, ma spetta all’ascoltatore trovare punti di collegamento e rimandi.
Theology, diviso in due lunghe suite, I Am Daughter e The Cradle, rispettivamente di trenta e venti minuti, è il primo ad essere stato concepito ma anche quello che richiesto  maggior tempo di lavorazione. Appena  I Am Daughter inizia si capisce subito come le atmosfere siano diventate più plumbee ed opprimenti, rispetto al disco per Häpna, sembra di essere ricatapultati nell’universo buio e tenebroso di Metaprogramming From Within The Eye Of The Storm (Bowindo, 2005), secondo parto solista di Valerio Tricoli, ma è pure evidente come la musica contenuta qui vive di punti di tensione differenti.
Brandelli di canzoni immersi in un caleidoscopio di suoni scarnificati, dolorosi, sempre determinanti e essenziali. A subire l’evoluzione maggiore è la voce che spazia dal canto sacro, affine al concept religioso dei dischi, alla tenera e ammaliante espressione pop. Ci sono anche radicali accostamenti come quello tra il tenue pianoforte e la registrazioni di violenti spari, quasi a voler esemplificare tutta la poetica musicale dei 3/4hadbeeneliminated, da sempre sospesa tra melodia e rumorismo, tra bellezza e crudeltà.
Si diceva di dischi gemelli, The Religious Experience rappresenta una rimodellazione, del materiale registrato per Theology.La crudezza e spigolosità di quest’ultimo si scioglie in un flusso liquido e estatico. È proprio il ritorno a certe sonorità di drone music, tipiche dell’esordio del 2004, una delle caratteristiche peculiari di The Religious Experience. Si sentono meno le fratture tra una sezione e l’altra, qui i brandelli di composizioni di Theology si fondono in un corpus sonoro più accondiscendente ma non meno angosciante.
Le composizioni di entrambi i dischi sono strutturate come scatole cinesi: quando pensi di avere identificato un segmento, all’interno se ne nasconde un altro più piccolo e così via.
Con Theology/The Religious Experience i 3quarters portano a piena maturazione un’idea, un concetto

A questo punto, dopo la piena conferma della lucidità e visionarietà del quartetto, attendiamo che la loro vicenda prenda sempre più imprevedibili, coraggiose e affascinanti, traiettorie. (8.0/10)

Olyvetty - As All-Encompassing As A Hole (Xing, 2008)
Olyvetty – Im Leeren (Hundebiss, 2008)

di Nicolas Campagnari

Doppia uscita in vinile per il duo formato da Claudio Rocchetti (3/4hadbeeneliminated) e Riccardo Benassi, che danno prova di trovarsi perfettamente a loro agio non solo nelle indemoniate session live. Amano definirsi “an audio/visual environment” e vedendo il doppio picture-disc As All-Encompassing As A Hole, ciascuno dei quali ha un lato contenente musica e l’altro inciso a mano da Riccardo Benassi, non si può che essere concordi. Grande attenzione quindi per l’aspetto visivo e tattile che rappresenta il 50% della proposta in questione. Con un primo disco composto da registrazioni live: frammenti impazziti, schegge incendiarie, autentiche rasoiate al rumore bianco, cadenzati ritmici fracassoni, addirittura accenni rave-hardcore. Il tutto sotto l’insegna di uno spirito dadaista ed iconoclasta. Tanta violenza sonora non poteva che avere sul secondo disco una controparte composta e ragionata, fatta prevalentemente di freddi drones minimali confinante con una certa dark-ambient. L’altra faccia della medaglia dell’album non si presenta, comunque, meno inquietante e disturbante.

È la neonata Hundebiss, invece, a dare alle stampe, il 7”  Im Leeren in 333 copie; un lato A che si riallaccia a quello che abbiamo detto per il primo disco di As All-Encompassing As A Hole: corrosivo e saturo, un emblema del feedback glorioso, che si intreccia con improbabili samples di colonne sonore. Un suono vitale e dinamico, tanto quanto quello che ci riserva il lato B con gli Olyvetty alle prese con l’ennesima mutazione: linee di basso acid house, synth zoppicanti, per una traccia anti-dance di sublime sorprendente fattura. Senza dimenticare il packaging pop-up che una volta aperto mostra con una sorta di scenografia il logo del gruppo.

Entrambe le release catturano il duo in uno straordinario stato di forma, viene solo da chiedersi se riusciremo mai a sentirli alle prese con materiale registrato nella tranquillità di un studio di registrazione. Forse no, ed è meglio così, perché una delle caratteristiche principali degli Olyvetty risiede proprio in questa urgenza ed esuberanza espressiva. (7.5/10)