Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

2006

a cura della redazione
Quello che segue non è un elenco. Detta così, somiglia un po’ al Ceci n’est pas une pipe di René Magritte, didascalia posta in calce alla rappresentazione di una inequivocabile pipa. Infatti di nomi in questo resoconto ne leggerete molti, forse troppi. E poi sì, tirare le somme nel nostro caso è un’impresa da burocrati, kafkiani per giunta.
2006 logo

Transizioni e dissoluzioni

Da molti anni ci si lamenta della troppa musica, ed è vero: il mercato ci assale timpani, cervello e cuore senza posa. Piovono idee, nuvolette di hype artificioso, riesumazioni, rimodulazioni, remix, emerite cagate e bellissime canzoni.
Abbiamo le spalle larghe e calli al dito. Play. Skip. Repeat. Ma c’è un ulteriore problema: sua argentezza il cd è messo in discussione. Per molti versi, il cd è già morto. L’iPod detta le regole. I designer si affrettano a mimetizzarlo nell’ambiente. L’accessoristica impazza, le case, le auto, gli occhiali, le scarpe da jogging si adeguano. Credete forse che la catena cuore-cervello-timpano ne sia esclusa? Certo che no. L’agile (e opportunista) Luca Sofri lo mette nero su bianco in Playlist - La musica è cambiata - 2556 canzoni di cui non potete fare a meno (Rizzoli) e  tutto riporta massicciamente alla centralità delle canzoni. Canzoni come tentativi sempre più spasmodici di farsi luce nel plasma grigiastro della rete (prima) e tra i gygabytes dell’iPod (poi), concentrando nei tre-quattro minuti il massimo di tumulto o dolcezza, di eccitazione o malinconia. Un processo molto più intenso di quanto non accadesse ai tempi del 45 giri, e da lì raccolte sempre più anarchiche e - soprattutto – autarchiche; insiemi e sottoinsiemi obliqui, trasversali, scriteriati o dai criteri massimamente disparati.
Mentre la durata degli album scende drasticamente a minutaggi vinilici (era ora!), ogni canzone è un esserino famelico che pensa solo a farsi più forte ed evidente possibile, imbastardendosi dei generi, modi, stili che riterrà utili senza scrupoli né preclusioni. Del resto, non è una novità: l’artigiano-musicista non ha mai avuto tanti mezzi a disposizione. Possedere l’intera storia del rock è una questione di velocità di connessione, i blog sono le migliori agenzie marketing del pianeta (The Pipettes, I’m From Barcelona) e sono a portata di click. L’unica pena in ballo è un’incommensurabile solitudine. La libertà di non saper cosa dire. Di non poter abbracciare che ologrammi.
Le proposte significative beninteso ci sono. A noi, per esempio, piacciono le “solitudini un po’ più orgogliose e resistenti”. I trip esplorativi. Le ricerche dei linguaggi nel folto dei segni, quell’amalgamare passato e presente alla luce di una ricerca del “non si sa dove si andrà a finire con la sensazione di saperlo”.  
Parliamo di un tracciato il più possibile peculiare e possibilmente sincero. Sincerità e sensibilità che non mancano né nel mainstream alternativo né nel rock emergente dove, tra i tanti demo ascoltati, le proposte “particolari” superano quelle derivative.

matmos

Un anno d’elettro rinnegati (o quasi)

Parole chiave come electroshifting, horror ambient, nonché l’affermarsi dell’etichetta italiana Small Voices e di una scena avantgarde nostrana di ampio respiro e ambizione sono senz’altro le novità più importanti del panorama. Un settore sempre più contaminato, soltanto forzatamente catalogabile con la generica etichetta elettronica. Matmos è secondo SA il miglior disco del duo californiano, il più compiuto accostamento tra la musica concreta e un suo sviluppo a tema a tirare in ballo mezza tradizione americana, dal folk alla garage house. Eppure The Rose Has Teeth In The Mouth Of A Beast (Matador / Self, 9 maggio 2006) è così elettro? Non propriamente, sarebbe la risposta più politically correct. E difatti parleremo di elettronica in senso lato, di elettronica come approccio di base. E poi ci contraddiremo pure. Perché gli stessi elettro-operatori hanno deciso per primi di smettere il laptop, di metterlo nel cassetto. Ne è un esempio Frank Schültge Blumm che confeziona un album jazz (ancora tedeschi e jazz…) per la Morr intitolato Summer Kling, ma sono soprattutto Vert e Ekkehard Ehlers gli autori delle parabole più incredibili. Prima autori di sperimentazioni anche ostiche, ora il primo è una sorta di Beck alle prese con il ragtime, gli anni 40 amati da Waits (in Some Beans And An Octopus per la Sonig), il secondo è calatissimo in un progetto blues ubriaco e visionario (A Life Without Fear, Staubgold, 2006).
Più che mai, la parola d’ordine sembra “suonato”, e non più processato. Sono rimasti in pochi a mantenersi fedeli al solo laptop, di conseguenza l’espediente glitch è finito per diventare sinonimo di antiquariato. Non sono mancate contaminazioni jazz-laptop iniziate a suo tempo da Jelinek e poi da lui + i Triosk e The Headlight Serenade di quest’ultimi è senz’altro il loro miglior lavoro. In ambito folktronico, buoni Orla Wren per la Expanding e  Leafcutter John per la Staubgold, segnalando la rapida ascesa di  Machinefabriek e  Helios.

Con quest’ultimo si entra in ambito Type Recordingss, che tra pop, ambient e folk chiude l’anno avviando un filone destinato a espandersi: l’horror ambient iniziato con Xela e continuato con Svarte Greiner. Sul pop fondato sui chip anche qui si è verificato uno shifting: Casiotone For The Painfully Alone non è più soltanto tastierine e Schneider Tm non è mai stato così cantautore.

Sul versante delle nuove etichette, c’è da segnalare il fenomeno dubstep, filone underground nato nelle fucine londinesi che unisce dub e 2step, creando un ibrido già nella parola stessa. Burial in primis, Boxcutter, Skream, Milanese suonano crudi e cavernosi come dei Massive Attack in acido, e se il primo ha entusiasmato è probabile che gli altri finiscano nelle classiche derive da club d’oltremanica.

Dalle nostre parti, invece, quello che è emerso in modo abbastanza netto è una vera e propria new wave dell’avanguardia italiana. Ed è A gift for… (°!°) la compila di riferimento. Liberamente scaricabile in formato mp3 da una decina di net labels e etichette italiane di settore, è la fotografia di una scena in fermento. Il tappeto su cui nel corso dell’anno si sono installate altre uscite italiane degne di nota: (etre), Sparkle In Grey, Hue, Punck, ¾ Had Been Eliminated, Maurizio Bianchi, Giuseppe Ielasi, Gianluca Becuzzi [Kinetix] e poi i due casi dell’anno, Echran e Fabio Orsi.

Eppoi il sempiterno ambient dove troneggiano tra gli altri Keith Fullerton Whitman assieme al pluridecorato Basinski. Più sotto vecchie glorie come Loscil, quella vecchia volpe di Jelinek alle prese con l’animal watch e i sogni per chitarra di Aidan Baker.

Mouse On Mars

Hard tronica

Su un simile versante si fa notare anche l’operato della benemerita Die Schachtel, etichetta nostrana che da un lato prosegue con le riscoperte e le ristampe (vedi Azioni, ricco cofanetto che testimonia la seconda formazione - 1967/1969- del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza), dall’altro su nuovi act interessanti come gli esordienti Å, autori di un ottimo debutto omonimo. A parte i fatti di casa nostra, sul versante della musica improvvisata e sperimentale in campo internazionale non si possono non citare i Wolf Eyes, eroi (quasi) indiscussi della scena noise attuale. Per il resto, Diskaholic Anonymous Trio, Volcano! e Growing hanno fatto ottimi dischi.

Passando alle cosiddette hard electronics: buona tenuta dei Maestri seppur nel revival feeling. Fa piacere ascoltare i Mouse On Mars (e di cordata il progetto collaterale di St.Werner Lithops) di nuovo cattivi e agguerriti nel manipolare la polpa electro. Eppure, una sensazione di papabile senescenza c’è, poco da fare. Suona molto più attuale - shiftando sull’house - la ristampa di 100 lbs di Herbert, che nel 1996 risintonizzava la dance secondo parametri estetici, come del resto è curioso notare come dare in pasto alle nuove generazioni quel che ascoltavano i cugini oramai trentenni non porti molto lontano (Luomo, Paper Tigers). Il motivo è sempre lo stesso: nell’house ci vuole solo una cosa, il cuore. E in pochi sanno quanto caro sia il prezzo per produrne di valida.

Kill The Idols

Per quanto riguarda l’hip hop e in particolar modo la sperimentazione, appare come dato di fatto che il 2006 sia stato l’anno peggiore per la Anticon, protagonista di una pericolosa virata verso territori decisamente ambient o pop-oriented (Why?, Dosh, Jel). Fortuna ci sono i Kill The Vultures, che  con l’avant-hip hop di The Careless Flame sono senz’altro tra le migliori realtà di settore assieme al duo californiano Coaxial dall’approccio più dark wave. 

espers

Una droga chiamata drone

Se l’hype per il cosiddetto wyrd folk si è leggermente affievolito, ma tiene comunque banco; se il noise continua ad essere praticato tra gli adepti del rumore bianco; se la drone music rimane, come il blues, un buon appiglio cui aggrapparsi sempre; se tutte queste cose sono vere il 2006 è stato un anno decisamente buono. Di sicuro i giovani leoni del 2006 per non andare alla deriva si sono aggrappati alle salde legna della tradizione. Wooden Wand, gli Espers, Matt Valentine & Erika Elder, i Charalambides, Skygreen Leopards, e ancora Steffen Basho-Junghans, i Black Ox Orkestar, Juana Molina, Bonnie ‘Prince’ Billy  e il caso dell’anno: il ritorno di David Tibet e dei suoi Current 93 con Black Ships Ate The Sky.
                                     
Il drone, quello classico e moderno, che sempre più sostituisce il termine strofa, ha trovato nelle mani di Peter Wright, Gregg Kowalsky, Seht, Chihei Hatakeyama, alcuni abili manipolatori, mentre le piccole etichette  come Last Visibile Dog, Digitalis, Pseudoarcana, Celebrate Psi Phenomenon, Jirk, Root Strata, Yarnlazer e tante altre, hanno alimentato il mercato in modo continuo e disordinato, diventando sempre più scena a se stante.

They ripped it up, we’ll do all again and again

Sarà l’effetto Ipod, il formato canzone imperante più che mai, ma abbiamo appena assistito a un’annata quanto mai generosa in quanto a pop-rock sia da parte indie che in major league.
Siamo pur sempre nel teletrasporto tra l’oggi e quel cavallo ’78-’84, un periodo guarda caso consacrato da Simon Reynolds nel libro-mastodonte Post-Punk (ISBN, 2006) dove a essere trattato è il medesimo lasso temporale. Non stupiscono peraltro le ristampe della Domino di alcuni illustri periferici del movimento amati dal famoso critico come Orange Juice e Josef K, formazioni a cui parecchie realtà attuali devono moltissimo.

Long Blondes

E c’è ancora molto e di fresco da attingere da quel periodo come inevitabili sono le speculazioni e i sensi unici. Gli Arctic Monkeys bagnati da un trionfo quanto mai scontato, rientrano in quest’ultima categoria, come non vanno molto più lontano gli ineffabili The Fratellis, o il (prevedibilissimo) ritorno di Carl Barat con la sigla Dirty Pretty Things o il rientro un po’ stanco dei Futureheads, nonché l’esordio fuori tempo massimo dei Young Knives. Se perfino un veterano come Graham Coxon finisce per suonare più o meno come i Bloc Party… restano ben pochi dubbi. Il copione è quello e bravi ragazzi (e ragazze) come i Long Blondes o il piccolo culto The Organ non possono che confermarlo. Nel bene e nel male.
Sul lato major, non mancano le solite lacche radiofoniche (i Razorlight 2006 in una versione AOR dei Libertines), ma anche novità più interessanti come i giovanissimi Kooks, pop rock romantico e suburbano venato di wave e spleen à la Buckley figlio. Discorso a sé il botto degli Scissor Sisters, trainato da un singolo come I Don’t Feel Like Dancing, come dire l’omo-pop uguale appeal irresistibile e sapienza pop.
L’altro lato della medaglia è rappresentato dai consensi raccolti da chi, muovendosi in campo para-mainstream, ha saputo confezionare una electro-disco-wave danzereccia, cool, giocosa e talvolta ironica: Ok Go!, Hot Chip e soprattutto Gnarls Barkley sembrano proprio aver trovato l’ennesima chiave di volta per la wave.

The canadian connection holds up, and more…

Parlando invece di fenomeni decisamente più indie, quegli stessi Fiery Furnaces che acclamammo l’anno scorso riescono a strapparci ancora una volta meritati consensi con il loro Bitter Tea, più popadelico e strabordante che mai. Ma chi reclama applausi è ancora il teatro canadese solida fucina di un pop d’autore corale, ludico e innocente. Parliamo di My Latest Novel e ancor più Destroyer tra un folk orchestrale che guarda verso Dover e un beffardo cantautorato glam-pop che non teme confronti; e parliamo di una sua deriva avant-freak con il supergruppo Swan Lake, recente novelty targata Jagjaguwar.
Chi però si aggiudica l’inequivocabile trionfo è il folk pop ironico e rétro degli Hidden Cameras che con Awoo hanno regalato alcune tra le canzoni più catchy dell’anno.
Dal Canada al Regno Unito - che non vive solo di hype - abbiamo Semifinalists e De Rosa, ovvero la via alternativa all’indie rock. Mentre per gli USA ammiriamo il garage-punk melodico dei The Thermals, lo shoegaze dei Beach House, il pop west-coastiano e baroccheggiante dei Midlake e quello più wave di Headlights e Peter, Bjorn And John, l’avant-gay-pop dei sublimi Parenthetical Girls, il songwriting obliquo degli Young People, fino al chamber folk dei Sodastream, ormai veterani acclamati del genere.

Built To Spill

…just gimme indie rock!

Il grido di battaglia di Lou Barlow che dà il titolo all’omonima canzone riecheggia ancora nel 2006, non solo per la recente ristampa di Sebadoh III che la contiene, ma anche perché l’indie rock dei Novanta sopravvive a se stesso e bene. Bastano gli ultimi lavori di Built To Spill e Yo La Tengo per rendersi conto che i protagonisti non ne vogliono sapere d’invecchiare; anche a costo di una sana maniera e ruffianeria “pop”, come insegnano gli ennesimi Sonic Youth.
Per quanto riguarda invece gli artisti targati Duemila troviamo quasi tutti ottimi ritorni:  Tv On The Radio, Liars e The Drones in testa, Comets On Fire e Erase Errata a seguire. Peccato per l’involuzione degli Oneida e la mancata conferma degli Xiu Xiu.

Cartine di tornasole folk

Il folk continua imperterrito a macinare marciapiedi e torte di mela, tradizione e freakerie. Ben sapendo che la modernità non lo frega, perché più ci si spinge in avanti più s’avverte la vertigine del cambiamento, e quindi il bisogno di saldi appigli. Per questo anche l’album folk meno innovativo è capace di suonare come una specie di avvertimento, o - nei casi più tosti - come una sentenza. Tipo quella che lo spirito di Johnny Cash dedica a tutti noi col capitolo cinque delle American Recordings.

Con l’ennesima fase electro-ludica in via di esaurimento. In altre parole, la folktronica torna ad essere più folk che -tronica. Ed il folk può permettersi di ospitare in grembo elementi digitali, d’arredo o di disturbo che siano nuovi punti d’equilibrio avant (Akron/Family) o sconcertanti tuffi all’indietro (il citato Bonnie ‘Prince’ Billy).
Il moderno hipster sembra il protagonista di una contro-rivoluzione che vuole reinventarsi uno sguardo autorevole e accorato. Che approfitta della distrazione indotta dai cambiamenti tecnologico/mediatici per tornare ad esprimere con orgoglio le proprie meditazioni indolenzite (Josh Ritter), a masticare lividi solipsismi (Simon Joyner), a dipingere trepidi paesaggi (Piers Faccini) senza temere - quando occorre - di sciorinare il più disarmante candore (vedi Tara Jane O’Neil, Jolie Holland, Faris Nourallah). Il rovescio della medaglia si rileva necessariamente nella percezione del “suonato” da parte dell’ascoltatore e non ci possono essere risposte migliori che nel disco di M Ward. Il suo approccio enfatizza quella tipica atmosfera di retroguardia, simulando una dislocazione spazio-temporale in cui antichi folk-blues aleggiano come fantasmi, accendendosi d’euforia e angoscia, di speranza e rovina. Suonando come una messinscena. Come dire: tutto questo falsificare rivela di essere per il folk un’insperata occasione di ripartenza.

Joanna Newsom

La post-modernità è ormai l’intercalare consueto - e perciò invisibile - di ogni modalità espressiva. Il folk ne è, suo malgrado, l’ideale cartina di tornasole.

Feminine expressions

Tante le donne che in questo 2006 hanno lasciato una traccia, il loro credo segue perlopiù il trend folk del momento ma non mancano nemmeno le outsider. Iniziamo dalle dive indie, Cat Power, la regina, tanto incantevole quanto distruttiva e snervante, che con The Greatest si è costruita il suo personale piedistallo di classicità. La sua degna rivale è Joanna Newsom, sguardo di fata bambina con l’arpa magica. Ys è l’acclamato capolavoro personale dalla produzione a cinque stelle. Astro minuto ma ugualmente splendente, Josephine Foster con l’apoteosi rétro di A Wolf in Sheep’s Clothing che rilegge lieder tedeschi. E validi pure gli incantesimi di Mira Billotte (White Magic) con Dat Rosa Mel Apibus.
Dal brasile, Cibelle, il suo The Shine Of Dried Electric Leaves, è visionario e elettronico. Bossa jazzata e sensuale saudade, mentre tra le outsider, spicca dalla Svezia, il vintage fresco e mutevole di Frida Hyvönen, una manciata d’accorate ballad al piano che farebbero l’invida delle star newyorchesi del genere.

Casi eclatanti e convincenti si segnalano anche sui fronti più sperimentali: Christina Carter tra tutte, autrice di due bellissimi lavori solisti partoriti lontano dai Charalambides (Lace Heart in cdr e Electrice su Kranky). Ma c’è posto pure per gli urli demoniaci di Carla Bozulich, esordiente su Constellation con Evangelista e l’inaspettato ritorno di Lisa Germano con In The Maybe World.

A convincere meno è una Isobel Campbell, in coppia con Mark Lanegan in Ballad Of Broken Seas: dodici ballate centrate sull’intrigante contrasto flebile/cavernoso. Mentre migliore risulta la recente prova solista Milkwhite Sheets.

Johnny Cash

Springwaits mountains

Come da copione il 2006 è stato un altro anno di comeback più o meno illustri. Sia Flaming Lips, Sparklehorse (entrambi in un lieve adagiarsi, ma sempre di sicuro effetto), Daniel Johnston (protagonista di ben sei uscite tra disco nuovo, due side project, un best of, un tributo e un DVD…) Grandaddy e Beck, sia Divine Comedy, Thom Yorke (inaspettatamente in libera uscita), Morrissey e un redivivo Jarvis Cocker sono riusciti a veleggiare sicuri nell’oceano della contemporaneità, grazie a buone dosi di mestiere e classe.
Stesso discorso vale per la generazione antecedente di new wavers: gente come Tuxedomoon (rivitalizzatisi eccellentemente in chiave jazzy), Robyn Hitchcock (tornato elettrico come ai tempi degli EgyptIans), Stranglers, Tom Verlaine (con due album dopo un silenzio di quattordici anni), Television Personalities, Residents, John Foxx e Pere Ubu hanno ripopolato con nuove uscite gli scaffali dei negozi dischi e, nel caso degli ultimi, anche le playlist di fine anno.
Tra gli indomiti troviamo un Neil Young acceso come non mai e un Bob Dylan imperturbabile,  seguiti da un grande Bruce Springsteen rigeneratosi nella tradizione di Pete Seeger, e un eclettico Elvis Costello. Neanche il folk inglese dei bei tempi se ne sta lontano dall’obiettivo contemporaneo, con un Bert Jansch venerato e riportato a nuovo dall’intellighenzia nu-folk di oggi (Devendra in testa); meglio invece sorvolare sul Cat Stevens risorto come Yusuf, mentre appena sufficiente appare il Paul Simon di Surprise.
Sul podio e non solo nella sezione oldie, American V di Johnny Cash, Orphans dell’inarrestabile e sorprendente Tom Waits (un compendio elefantiaco delle sue mille musiche, imperdibile e ispiratissimo), il recentissimo Cake Or Death del maestro Lee Hazlewood e, su tutti, il grande ritorno del mesmerico Scott Walker con The Drift.
Ma il 2006 è stato anche l’anno di Beatles, Who, New York Dolls e Jerry Lee Lewis. Tutto è possibile dunque.

Auspicabili sintesi per un’Italiana che verrà

L’Italia del rock sta alla finestra. Continua a covare. Ogni tanto manda segnali interessantissimi, ed è questo il massimo che le si possa chiedere, al momento. In rassegna: l’alt-country onirico dei Blessed Child Opera, il blues allucinato dei Reflue, l’Americana selvatica dei Franklin Delano, il folk teatral-world dei Luxluna, l’indie smerigliato dei Morose e l’indie psych degli Hogwash, l’electro-avant di Maurizio Bianchi e l’avant tout-court di Giuseppe Ielasi...
L’Italia dei garage e delle camerette preme il guscio dall’interno con un coraggio e una consapevolezza stupefacenti, stupore che le cosiddette “realtà consolidate” non riescono a procurarci, tranne i soliti noti (gli ormai senatori Marlene Kuntz, il Bugo in souplesse, Cesare Basile dalle parti del capolavoro personale, Vinicio Capossela più sciroccato e intenso che mai, il buon ritorno di Claudio Lolli).
Con tutto ciò, continuare a sperare che il rock italiano possa competere USA e UK, ma anche Francia e nord-Europa, risulta piuttosto ingenuo. Certo, i debuttanti Grimoon col loro folk cinematico e gli imolesi Transgender, con l’impressionante intensità della seconda prova, fanno di tutto per convincerci del contrario, ma sono guizzi sporadici. Più interessante evidenziare i nomi di Riccardo Sinigallia e del sorprendente Rodolfo Montuoro: due modi diversissimi d’affrontare la sintesi tra tradizione melodica italiana e forme e modi pop-rock “evoluti”.