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Il nostro 2005

a cura della redazione
I Talking Heads dettano ancora legge. I “nuovi” aggirano gli ostacoli e la fanno franca anche stavolta. I “vecchi” arrancano e a volte stupiscono. Chi conosce il successo troppo tardi e chi troppo presto. Elettronica e hip hop tra promesse e miraggi. E gli italiani fanno breccia nei diari. Il 2005 secondo SentireAscoltare.

Che l’indie italiano abbia imparato l’idioma, che tutto l'ambiente sembri più scafato, che in sostanza il panorama nostrano goda di ottima salute - in barba a chi lo ha voluto (o lo continua a vedere) sonnolento e catalettico - SentireAscoltare l’aveva già capito, e scritto, all’inizio del 2005. Allora si parlava di Joe Leaman, One Dimensional Man, A Toys Orchestra, Dontcareful, Goodmorningboy, Bugo, anche se si conveniva che a mancare era forse il disco definitivo, l’album che azzeccava i modi più urgenti, che sintetizzava umori e correnti in una forma (tra le tante) definitiva.

GLI ITALIANI FANNO BRECCIA NEI DIARI

Ebbene, se il 2004 lasciava presagire il fantomatico fenomeno X per il quale pubblico e critica si sarebbero strappati i capelli e incrociate le corna, quest’anno a presentarsi sul podio troviamo senza ombra di dubbio due candidati: gli Offlaga Disco Pax, asteroidi piovuti dal cielo nella campagna emiliana, e i Baustelle, dandy dannunziani nel caos del cuore pulsante del capoluogo lombardo. Due folgoranti realtà, due album che lasciano a bocca aperta e che non lesinano divisioni critiche di sorta; i segnali quindi del fenomeno, quel qualcosa che emoziona e fa discutere, che gira l’Italia destandola, e soprattutto coglie l’intersezione tra il messaggio e l’estetica esattamente nel centro dell’urgenza che ci aspettavamo.

Certo, non siamo in Inghilterra, dove il fenomeno - per dire - Babyshambles (del quale tratteremo più avanti) è veramente l’act sulla bocca di tutti (come qui lo potrebbe essere la sfilata di Armani o di Versace); tuttavia, con le dovute proporzioni, è stato bello osservare la strage di sold out che queste due realtà nostrane hanno prodotto, e più in generale del crescente interesse per sound non istituzionali. E il popolo che si distingue dal luogo comune (che vuol dire Vasco o Ligabue come Pausini e Ramazzotti, bagnati anche quest’anno da una pioggia di milioni), o che lo salta a piè pari, all’occorrenza riempie i propri diari delle frasi memorabili di un Max Collini o di un Francesco Bianconi, coglie le proprie traiettorie esistenziali entrando in contatto con il sound di queste formazioni, senza troppe intermediazioni culturali o controculturali che siano.

Ma non è certo tutto qui. Dallo stivale si riconfermano i Marta sui tubi, il cui folk’n’roll al fulmicotone ci schiaffa in faccia la tradizione melodica nostrana senza rischiare la cartapecora sanremese (in ciò avvalendosi niente di meno che delle prestazioni del “blue suede shoes” Bobby Solo!). Il pubblico apprezza e conferma, li applaude anche Mtv. Poi abbiamo la Trovarobato, attivissima fucina avant e rétro con Mariposa - che trovano le loro strade di espressione anche al di là dei live, attraverso interessanti progetti radiofonico-cabarettistici - e Alessandro Grazian, erede diretto dei cantautori degli anni Settanta: due fenomeni di nicchia, ma assolutamente folgoranti.

E che dire della mirabolante e colorata scuderia Snowdonia? A questa corsa, i cavalli vincenti si chiamano Aidoru, suadentemente demodé eppur così genialmente fuori contesto, tra soul e jazz, elettronica e cantautorato, i Larsen Lombriki con il loro sound dilatato e dissonante, i Maisie che fanno a brandelli la tradizione italiana più classica e la ricompongono in un dipinto di Picasso, e Falter Bramnk coi suoi incubi da cinema avariato. E come potremmo dimenticare la famigerata compilation Lo Zecchino d’oro dell’underground? Un’operazione impossibile resa miracolosamente possibile dalla geniale incoscienza di Cinzia e Alberto, bambini “normali” che eseguono cover di originali (!) a firma dei gruppi più asprigni del Belpaese... (soltanto l’idea era da plauso, ma anche l’album non è da meno).

Spostandoci dalla Messina snowdoniana al Friuli della grappa e degli asparagi, non sono passati sottobanco i ragazzi della Riot Maker: distribuiti da Wide e colpendo nel segno con un tris d’assi a firma FareSoldi, Scuola Furano e Amari, si sono imposti come l’act più originale. Non che kitsch, sample danzerecci, hip hop e house siano un minestrone inedito alle nostre orecchie tricolori, però mai abbiamo assistito al configurarsi di una scena così coesa e identificabile da rappresentare un complemento agli idealtipici fruitori d’indie rock. Che dopo il french touch si finirà per parlare del Nord Est touch?

E poi ancora per la serie “piccole indie crescono”, vanno senz’altro citate la Madcap di Father Murphy & Co., ancora freakerie assortite dal Nord Est, e la pugliese Psychotica, il noise made in south Italy. Anno di piccole rivincite anche per il discjockey Marco Passarani (buono il suo Sullen Look) e per la mente ambient-elettro hip hop di Andrea Mangia, ovvero Popolous (altrettanto valido Queue For Love). Ma soprattutto, il 2005 è stato l’anno del breakcorer illuminato DJ Balli che, in particolare, con due uscite per la prode Sonic Belligeranza (Dj Balli Is The Wrong Nigga To Fuk Wiz! e N) ha trovato i meritati consensi della stampa italiana, ponendosi anch’egli come firma autorevole nel suo genere (ma non solo: vi dice nulla Salvatore Baccaro?).

E se di calligrafie personalissime dobbiamo parlare, non possiamo dimenticarci di Marco Parente (Neve Ridens, Mescal), dei (suoi) compagni d’etichetta Perturbazione, protagonisti dello “scandalo” Mei (Canzoni Allo Specchio), del bravo cantautore che è Paolo Zanardi (Portami a fare un giro), ma soprattutto dei Bachi Da Pietra, progetto figlio di quelle teste dure di Bruno Dorella (Bar La Muerte, Ronin) e Gianbeppe Succi (Madrigali Magri), il cui idioma blues, inesorabile e viscerale, rappresenta un caso più unico che raro nel panorama - osiamo dire - internazionale.

Infine, se qualcuno provasse della sana nostalgia per quella specie di jazz contaminato no wave (e altre diramazioni), sappia che il genere gode, presso le contee degli Zu e degli Switters/ Francesco Cusa, di ottima salute. E se infine qualcuno volesse pensare al West e scambiare la Pianura padana per l’Arizona ci pensano i Franklin Delano, che con la loro seconda prova confermano il talento espresso nella prima.

Insomma, i linguaggi musicali sono sempre meno ingenui ovunque, quali siano la latitudine e/o i mezzi a disposizione. Le periferie parlano come il Grande Centro, rivelandosi spesso anche più libere e disinvolte. Che si tratti di avant, come di house, di chitarre come di sintetizzatori e laptop, l’Italia ha il suo perché, anzi ne ha molti, forse pure troppi. Sicuramente scarsa è ancora la macchina mercantile e pochi sono i soldi, ma se globalizzati dobbiamo essere, tanto vale che i Nostri guardino anche alle label straniere come hanno fatto con successo i padovani Jennifer Gentle e il pugliese Popolous, rispettivamente accasati con Sub Pop e Morr Music. Almeno in musica, dalle ardite mescolanze è sempre nato il meglio…

THE TALKING HEADS CONNECTION

E il polso dell’emul rock, quanti battiti misura? Aspettando il prossimo Strokes che magari chiuderà una diagnosi durata oramai un lustro, l’anno appena trascorso ha segnato minime e massime parecchio alte. Il fenomeno dell’anno è stato senza dubbio Funeral degli Arcade Fire, che, anche se pubblicato l’anno scorso oltreoceano, ha fatto strage in Europa solo in primavera, confermando un trend positivo già fiutato da volponi come Byrne, Bowie (che è perfino apparso dal vivo con i canadesi) e U2 (che hanno usato Wake Up come intro dei loro concerti). Un successo fulminante, un hype incontrovertibile, che pone automaticamente l’epico combo di Montreal tra i capiscuola della “nuova scena” (nonostante certe perplessità, nostre e non solo).

Il Regno, o come suggeriscono i suoi protagonisti più hype, “la Terra d’Albione”, sembra scoppiare di salute. E non ci sono volute di certo le dichiarazioni in merito di Simon Reynolds per chiarire le cose ai fan del wave rock britannico del nuovo millennio. Certo, ognuno di questi fenomeni sonori (prevalentemente eterocreati sulle pagine di Nme) declina il genere in maniera più o meno idiosincratica: i Maximo Park portano alto il calice del songwriting post-punk/indie-pop di matrice più nordamericana che britannica, gli Art Brut suonano metapop come piacerebbe forse a un Paul Morley, i Babyshambles trascinano fino all’eccesso la (in)famia del loro leader Pete Doherty, The Rakes ingranano marce post-punk e post-wave inseguendo fantasmi Ian Curtis e The Fall, i Bloc Party hanno prevedibilmente sbancato (come SentireAscoltare aveva pronosticato l’anno scorso), i Kaiser Chiefs innalzano la bandiera del punk-pop più tradizionale e (fintamente) proletario dell’isola. E se i fanatismi del caso sono certamente eccessivi, non si sbagliano coloro che di quest’ondata hanno apprezzato freschezza e brio a suon di brani come Postcard Of A Painting (Maximo), Fuck Forever (Babyshambles), Emily Kane (Art Brut), Banquet (Bloc Party), Retreat (The Rakes), Everyday I Love You Less and Less (Kaiser Chiefs). A costoro, e a cotanta colonna sonora, non ci sentiamo di dar contro né torto. Posticcio o no, il gioco è questo. Come direbbero gli Strokes, Take It Or Leave it. Anzi, forse sarebbe più corretto metterla giù con la firma dei Franz Ferdinand: Walk Away !

A proposito, è controverso il ritorno di Alex Kapranos e soci: per alcuni una prova meno riuscita dell’esordio, per altri una band che nonostante non abbia visto l’ora di trionfare nei palazzetti ha comunque cecchinato un buon sequel con numeri catchy come Do You Want To e chicche tipo The Fallen, Eleanor Put Your Boots Back On. Se non altro, nel 2005 i Franz Ferdinand, in barba a tutti i rivali, si sono segnalati come il gruppo emulo più famoso e ricco del mondo. Inoltre, per i curiosi, si segnala che Kapranos tiene da qualche mese una particolarissima rubrica gastro/avventuriera sul “Guardian” (tradotta in Italia da “Internazionale”), nella quale sciorina arguzia e sensibilità da scrittore consumato. 

Varcato l’Atlantico, le cose gravitano ancora prepotentemente sulla scia della stella cometa Talking Heads con Wolf Parade e Clap Your Hands Say Yeah a brillare di luce particolarmente intensa (anche se, come per i già citati Arcade Fire, le critiche del caso non sono di certo mancate). I secondi, nello specifico, si trasformano in “caso” internazionale a tempo record: da banale, per quanto talentuosa, band da scantinato di Brooklyn identica a molte altre, praticamente il giorno dopo i blog americani e il “big buzz” della Rete li trasformano nella band dell’anno, fino alla firma di un contratto milionario con la Wichita e allo show gratuito che alla fine del 2005 li ha visti suonare all’Irving Plaza di New York. Eh, il mondo del rock è davvero cambiato…

Altrove, gli europei Sons And Daughters e gli Starvations puntano verso lidi Gun Club e Violent Femmes senza cadere nel plagio, e non mancano fenomeni del cosiddetto emul dell’emul, ovvero casi d’equazione in due variabili più che alchimie musicali. È il caso dei Wilderness, praticamente i P.I.L. di Rotten addizionati agli Psychedelic Furs, e degli Editors, cioè gli Interpol col gessato infilato a rovescio.

Ah, e che dire di White Stripes e Black Rebel Motorcycle Club? Tra il grottesco e l’onirico, Meg e Jack se la cavano per il rotto della cuffia, ed è probabilmente questa fede gotica, rurale e ancestrale a salvarli. Discorso diverso per i BRMC, redivivi e a spine staccate: un album non da strapparsi i capelli, ma che almeno ci fa scampare il pericolo di un’altra manciata di tracce memori di Jesus And Mary Chain e Ride; come dire: take them, on your own !. Dal canto loro, i ben più underground Oneida e Piano Magic sono andati avanti riscuotendo consensi: i primi esplorando nuovi territori decisamente più melodici e pop; i secondi consolidando un sound e un’espressività che trova in Disaffected la piena maturità.

INDIEPOP SOUNDZ BETTER WITH YOU

Ma il pop 2005 non è soltanto post-punk o postpop nella dimensione - più o meno piacevole - dell’emul. Anzi, l’anno si prova estremamente prolifico di piccole e grandi band ispirate in maniera piuttosto palese ai grandi ceppi di genere: Smiths, Yo la Tengo, Pavement e ovviamente Built to Spill. In questo senso le menzioni d’onore vanno sicuramente ai Lucksmiths di Warmer Corners, leggero e intenso prisma indiepop, ai canadesi Stars di Set Yourself on Fire (da un ceppo dei Broken Social Scene), al lavoro dei The National, Alligator, passato quasi del tutto inosservato in Italia, al catchy-pop della Spinto Band con Nice and Nicely Done, al dream-pop politicamente scorretto e polemico dei Mazarin.

Muovendosi su territori leggermente differenti, ma ugualmente interessanti, inoltre, è importante citare anche l’avant pop tritatutto degli Architecture In Helsinki (per dirla breve: gli Arcade Fire a un pic nic con i Belle And Sebastian, che insieme suonano cover di Zappa) e dei Fiery Furnaces, che con il loro EP trasformano una raccolta di b sides in un progetto coeso e a sé stante, sfornando un possibile compendio del pop ideale di inizio millennio. Ci sono anche un paio di novità godibili sul versante della “musica da cameretta”: lo scozzese King Creosote e gli inglesini The Boy Least Likely To, ovvero quando la musica è - soprattutto - un gioco..

Per finire, non può mancare un cenno al ritorno dei Death Cab for Cutie. Ben Gibbard incanala nuovamente il dono di una scrittura unica in Plans. Il disco in parte spegne e in parte illumina ancora una volta il percorso della band di Bellingham che, più o meno dal nulla, firma il suo buon contratto major con la Warmer e arriva nel 2005 al successo internazionale con la serie televisiva indie-friendly “The O.C.”.

OLDIES AND NOT ALWAYS GOLDIES…

La veneranda età a volte porta i consigli e la saggezza del caso, ma spesso nei linguaggi musicali cosiddetti rock o giovanili (sì, che ci crediate o meno, i Rolling Stones sono tra questi…) non è proprio così, anzi.

L’anno appena concluso porta con sé prove imbarazzanti da parte dei paffuti New Order (che ruffiani certamente lo sono sempre stati, mai però così prossimi al nulla nietzcheiano), di un Billy Corgan quasi alla canna del gas (certo non vecchissimo anagraficamente, musicalmente però abbastanza), seguito d’appresso dal suo ex compagno di squadra David Pajo. Deludenti pure i redivivi dEUS, troppo incartapecoriti e prodotti per emozionare, come anche Sakamoto che firma un inutile disco di glitch cantautorale, seguito a ruota (e per le stesse vie) dall’amico Sylvian sotto il nome di Nine Horses. Tanta classe a un certo punto a chi servirà? Probabilmente all’upper class di Manhattan, papà Casablancas in primis. 

Certo, a proposito di miracoli in studio, si può parlare dei Rolling Stones ponendosi parodistici interrogativi: disco autogeneratosi? Emulazione cibernetica e/o replicante? Del resto sul versante “sarà lui o no” non può certo mancare il gran comin’ back di Billy Idol, l’idolo che punk non è più da un pezzo e che nel 2005 suona un hard rock in stile Los Angeles stantio e autoreferenziale. Del resto chi fa peggio di lui c’è di sicuro, ed è ovviamente Moby, carta da parati o suoneria per cellulare fate voi: forse è proprio lui il più inutile…

Ma se il fondo non è mai toccato veramente (perché c’è sempre chi, arrivato sul fndo, si mette a scavare…), per la serie “color che son sospesi” troviamo: The Tears, ritorno pur fresco e ben fatto degli ex-Suede che tuttavia raccoglie più perplessità che consensi; Mercury Rev, l’album di canzoni dei Nostri che delude i più; Nine Inch Nails, probabilmente il più brutto e meno centrato dei lavori di Reznor. Infine, per una volta, gli Oasis, difettacci consueti a parte, tornano a livelli di sufficienza.

Brian Eno

Risalendo la china incontriamo il fenomeno di vendite dello scorso anno, i Coldplay. Per Martin & Co. è certamente il momento della consacrazione, ma non tutto l’oro luccica (quanto i loro conti in banca): vittima probabile dell’urgenza di classicismo dei suoi autori, l’album risulta realmente ispirato solo a tratti, mentre nel suo complesso è parso eccessivamente lungo e pomposo.

Appena più su troviamo un ritorno veramente illustre, Brian Eno in versione cantautore. Erano anni che il musicista non sfornava un album di canzoni, e il risultato è volutamente senile. Probabilmente proprio questa pacatezza e rassegnazione stanno alla base delle perplessità suscitate nei tanti che s’aspettavano un nuovo Before And After Science e sono rimasti frustrati. A SentireAscoltare è piaciuto, senza per questo dichiararlo un capolavoro.

Sempre a queste quote di gradimento (più che sufficienti, ma meno che discreti) troviamo il lavoro degli Echo & The Bunnymen, amato ritorno per alcuni e stantia riproposizione per altri (hanno ragione entrambi…); stesso discorso per il ben più giovane Beck, che a sorpresa riprende le fila degli esordi tra Portorico e rap. Più convincenti, senza troppo far discutere, le prove di Supergrass (ingiustamente poco considerati), Teenage Fanclub e Go-Betweens, gruppi dalle coordinate pop e colte, che seppur non facendo classifica e pietre miliari non perdono in freschezza e trasporto neanche dopo anni di attività. E Malkmus? Stephen se la cava bene, del resto lui è sempre uno dei più bravi della sua classe, malgrado quell’aria da impenitente bastardello…

Pochi dubbi - o quasi nessuno - sulle prove di quei vecchiacci intramontabili di Depeche Mode, Paul Weller, John Cale, Paul McCartney e Frank Black. Su tutti, a sorprendere è proprio il più inatteso: complice il produttore Nigel Godrich, Sir Macca sforna, con ogni probabilità, il miglior album solista della sua carriera da una trentina d’anni a questa parte. E, siccome SentireAscoltare guarda anche avanti, attenzione a un ritorno altrettanto sbalorditivo, quello di un vecchio rivale di McCartney come Ray Davies, in procinto di stupirci dal palcoscenico trendy messogli a disposizione da V2.

Non potendolo inserire in altre categorie, Antony, anche se non ha ancora raggiunto gli anta, classico è sicuramente. Nessun dubbio che per lo statuario, corpulento cantante e pianista quest’anno sia stato quello della consacrazione. Mazzi di fiori sul palco, commozione contagiosa ai concerti, la musa del nuovo secolo pare proprio abbia assunto le sue sembianze. Ne prendiamo atto, anche se l’esordio rimane il suo capolavoro (gli estimatori di vecchia data e i più pignoli non hanno lesinato critiche a I Am A Bird Now, dove un personaggio d’altri tempi come Boy George riscatta il suo non felicissimo presente con un cameo degno di una vecchia star hollywoodiana alla Gloria Swanson).

GRAB THAT GUITAR AND TELL ME A STORY

Nell’anno domini della santificazione di Dylan da parte di Scorsese (No Direction Home) e della prima performance live di Jandek (che ha fatto gridare al miracolo più di un fan e la critica specializzata), anche il 2005 non poteva che essere un’annata folk. E se Neil Young non cambierà la vita di nessuno con il suo Prairie Wind (così come lo Springsteen in versione intimista di Devils & Dust), quel Banhart che doveva tacere per un po’ ci spiazza regalandoci due buone manciate di semi, obbligando anche questa volta perfino chi lo vuole morto come Billy The Kid (o Corgan, fate voi…) con le spalle al muro.

Akron/Family

L’ex pupillo di Michael Gira apre il suo ventaglio, aggira l’ostacolo del pre-war e riesce a confermare un talento che non vuol saperne d’ammuffire anzitempo, e sull’onda di quest’indomita ispirazione non mancano le uscite della “famigliola”. Parliamo in primis delle Cocorosie, che si ripetono con stile, seppur i giudizi sul loro conto siano i più controversi dell’anno (per alcuni più brave dello stesso Devendra, per altri addirittura piatte e insignificanti), ma anche della compila Enlightened Family: A Collection OF East Songs, una vetrina di improbabili talenti che Devendra e la fidanzata Bianca Casady hanno realizzato per lanciare pargoli (e sprecar cartucce).

Non proprio pupilli quanto padrini e madrine, il 2005 segna il ritorno del misconosciuto - allora come oggi - Gary Higgins (riscoperto dal Six Organs Of Admittance Ben Chasny) ma soprattutto di Vashti Bunyan, che con Lookaftering dà un seguito all’album d’esordio targato 1970 Just Another Diamond Day, diventato in questi mesi oggetto di culto proprio grazie all’attività propagandista non solo del Donovan (a sua volta tornato abbastanza in salute nel 2004) dei nostri tempi (Devendra, ovviamente), ma anche degli Animal Collective con i quali la musicista ha inciso in primavera il buon Prospect Hummer.

Animali collettivi

E se proprio di Animali dobbiamo parlare, non possiamo esimerci dal citare il caso Feels, conferma obliquamente pop del collettivo che, lasciandosi alle spalle le sperimentazioni degli esordi, ha virato verso sonorità maggiormente accessibili, trovando ampi riscontri di pubblico. Sembra un perfetto bilanciamento della formula e forse anche di un capolinea espressivo, final destination che pare proprio problematica e pane per i denti di Jamie Stewart degli Xiu Xiu, che con il seguito del celebre Fabolous Muscles ha raccolto un calo d’interesse generalizzato. Del resto era una contingenza da tenere in conto, vista la prolissità di tutti questi giovani avant-folkster (paradossalmente, La Foret è forse l’album maggiormente conciso, asciutto e personale della carriera del gruppo).

Chi non teme crisi invece è l’oramai infallibile Will Oldham. L’autore di Master And Everyone si riconferma a alti livelli firmando questa puntata con Matt Sweeney a nome Bonnie “Prince” Billy, mentre non gli è da meno il pupillo di Howe Gelb, M. Ward, per il quale si può parlare a buon diritto di maturità conseguita. Scafatezza e navigata sensibilità che è anche spina dorsale degli Arab Strap, i quali si presentano a questa tornata più uptempo e levigati che mai. Arrancano un po’ invece David Berman e i suoi Silver Jews (nonostante il ritorno in squadra di Malkmus), come anche Jason Molina, ormai passato alla ragione sociale Magnolia Electric.co, che convince più dal vivo che su disco.

E con il caso Bright Eyes conteso tra acustico e (glam)elettrico, amato dalle ragazzine, odiato dai boys, che fa un po’ storia a sé, buone (ma non eccelse) le prove di Iron and Wine (meno con i Calexico) e Angels Of Light, questi ultimi rigenerati grazie al lifting del collettivo Akron/Family, famiglia di freaks newyorchesi che è anche (e niente di meno che) il caso folk dell’anno. L’ottimo album omonimo del quartetto conferma l’etichetta Young God di Michael Gira, ottima fucina di talenti che in un anno di calo per il pre-war folk come quello appena trascorso, chiude i battenti con gran classe e lungimiranza.

Sufjan Stevens

Oculatezza che vuol dire anche Mi and L'Au, l’esordio sul finir dell’anno di un duo franco finlandese che come a voler scavalcare di lato le chincaglierie di Devendra e Cocorosie, infila un album intimo e invernale nel quale convivono classicismi e partiture irregolari, tocchi di classe e leziosità.

Caratteristiche che costituiscono l’alchimia dei lavori migliori: di Blinking Lights And OtherRevelations degli Eels per esempio, Twin Cinema dei New Pornographers, e The Great Destroyer di Low, ma in particolare di quel Come On Feel The Illinoise di Sufjan Stevens, che è sicuramente, se non “il”, uno dei dischi dell’anno, quelli da podio e top 10. Nessuno come Stevens sembra essere riuscito nell’intento di tradurre gli idiomi di cent’anni di musica popular americana in una formula così personale. Secondo gli è soltanto il malinconicissimo Matt Elliott. Più sotto, e qui si ritorna giù per le scale di Primolano, ecco apparire un redivivo e ispirato Lou Barlow (con un disco sincero che non ha avuto molto seguito) , l’efebico e talentuoso Patrick Wolf (più che un folkster puro, l’ideale nipotino di Antony e Marc Almond), e - sul filone malinconico-esistenziale - Smog e i validi Picastro.

WEIRD FOLK, L’ANNO DEI CONTRATTI

Per quel che riguarda invece il rivolo più sottile del cosiddetto nu folk, il wild (anche weird) folk, l’annata 2005 è stata caratterizzata da un progressivo avvicinamento verso il pubblico. La “scena” ha giocato a mani scoperte e così, dallo spirito carbonaro di un tempo - lontano dai profitti e dal music business -, gli zapateros dell’America rurale hanno scoperto i contratti discografici e la distribuzione professionale. Six Organs of Admittance su Drag City, Fursaxa e Jackie’O Motherfucker su Atp, Skygreen Leopards (ovvero Donaldson e Quinn dal Jewelled Antler Collective) su Jagjaguwar, No Neck Blues Band e Wooden Wand su 5Rue Christine, segni di un entrata nei ranghi ma non c’è che dire: la qualità complessiva è buona.

GLI ECCENTRICI DEL NUOVO MILLENNIO

The Runners Four dei Deerhoof è quanto di più logico e bello potesse succedere al predecessore Milk Man, mentre Stowaway degli esordienti Pattern Is Movement riscopre il prog e il pop a suon di tempi dispari; quanto ai britannici Chap, danno la loro versione della storia con il riuscito Ham. Queste sono di certo le realtà eccentriche più acclamate dell’anno appena trascorso anche se, crescendo di fama, non possiamo che citare l’ottima prova dei terroristi della manipolazione analogica Black Dice, la punta avant dello scacchiere Dfa e naturalmente quella più controversa degli Lcd Soundsystem.

Mike Patton a Ferrara

L’omonimo di James Murphy e compagni, studiato nei mini dettagli, vario e funambolico come pochi, ha dimostrato ottimi smalti e trovato magnifici riscontri (anche d’immaginario collettivo), ma ha sottovalutato che i Daft Punk con un album tutt’altro che complesso potessero schiaffargli in faccia tanta di quell’ironia da farlo impallidire.

Sempre sotto il file “incatalogabili”, convincono anche Patton / Fantomas e ancor più i Gris Gris, ottimo melange di avant garde e psichedelia old fashioned (con buona pace di epigoni come i nostrani Jennifer Gentle). Passo falso invece per i già citati Fiery Furnaces, che per la seconda opera dell’anno, Rehearsing My Choir (altrimenti detto “il disco della nonna”) tralasciano la vena pop e somministrano un pappone ad alto tasso di eccentricità, ma difficilmente digeribile; il piede in fallo lo ha messo anche Dirty Projectors (al secolo Dave Longstreth), che dopo il capolavoro di Slave’s Graves And Ballads si è perso nella pomposità di un disco (The Getty Address) che mette tanta (troppa) carne al fuoco, ma con un risultato che non va oltre la sufficienza.

ELETTRO-TUTTO E DINTORNI

Per quanto riguarda l’elettronica, è stato un anno discusso, e se vogliamo metterla in tutta franchezza: buoni i nuovi talenti, cattivi i musicisti scafati. Partiamo dalle sgradite sorprese e ritorni. Anche se risulta un po’ forzato parlarne qui, senz’altro i più deludenti sono stati i Sigur Ròs. Takk, quarto capitolo troppo semplificato e scarnificato di una fortunata saga, è risultato il disco meno riuscito della band. Dove sono finite le belle trame degli esordi? E c’entrerà qualcosa l’approdo a una major come la Emi? E che dire degli Autechre, la cui formula - complicatissima e senza ritorno - ha stancato anche i più accaniti fan? Insoddisfacenti pure i Boards Of Canada che, pur prendendo in mano le chitarre, rivelano una collezione tra le meno misteriose e intriganti della loro carriera. E i Chemical Brothers? Meglio non premere quel bottone…

Salendo di girone, Matthew Herbert con il suo album “alimentare” non entusiasma, e quel che è peggio cade nella più classica delle trappole “laptopiche”, il tecnicismo fine a se stesso (spettro che dribblano Kevin Blechdom e Soft Pink Truth, bravi certo, ma figli di una scena oramai in declino). Scoperto a ripetersi - seppur elegantemente - Murcof (Remembranza non aggiunge praticamente nulla al predecessore), il caso più dibattuto è The Understanding dei norvegesi Royksopp, che con il secondogenito di casa raccolgono pareri positivi, ma anche qualche critica (troppo vacuamente commerciali alcune tracce? Forse…).

E per la serie “più classe e mestiere che genio”, ecco i Thievery Corporation cool e soft di The Cosmic Game, e i tedeschi Tarwater e F.S. Blumm, acustici come non mai e promossi entrambi senza sensi di colpa. Per la sezione “bravi, ma vi conosciamo mascherine”, non sorprendono più, però ammaliano per classe le prove di The Books e Four Tet. Fanalino di coda da tenere d’occhio Thomas Brinkmann; ipnotico e scoppiettante, algebrico ma organico il suo lavoro.

Passando ai gironi “paradisiaci”, troviamo etichette e nomi in grande fermento: buona la salute di realtà quali la Expanding Records (pur con Benge, Flotel a non metter d’accordo tutti), Max Ernst (vedi anche alla voce TBA, senz’altro più acclamata) e Resonant (Blindfold e Olvis), anche se la lobby più scafata e lungimirante è sicuramente quella dell’etichetta Leaf, che con Colleen e Hanne Hukkelberg (e più in là con Caribou, Clue to Kalo e il citato Murcof) ha dato grandi soddisfazioni al pubblico amante dell’elettronica più sofisticatamente femminea e psych.

Label dell’anno è comunque la Type, che con un poker calato come Sanso X-tro, Julien Neto, Midaircordo, Goldmund, Deaf Center (cinque assi: che abbia barato?) non poteva non aggiudicarsi la mano. Che sia nata una nuova Morr music? Ugualmente interessanti - ma anche contestabili per i richiami all’accoppiata Sigur Ros/Radiohead - i lavori elettro-cantautorali di Finn e Sébastien Schuller. Sull’elettronica-più-voce quest’anno troviamo pure Richard Youngs, un centro digravità permanente proprio come la seconda puntata della accoppiata Pan Sonic/Alan Vega.

Sorpresa dell’anno, infine, la ristampa/raccolta dei Die Weltraumforscher, gruppo folk quanto elettronico, cosmico quanto timidamente psichedelico, misconosciuto finora, ma forse le cose per loro stanno per cambiare (e più che giustamente).

DOPO CLOUDDEAD, HIP HOP E DINTORNI

In attesa di verificare maggiormente la bontà dell’impasto elettronico 13 & God (che non ha veramente fatto innamorare di sé nessuno da queste parti), per l’hip hop illuminato l’anno appena trascorso può a buon diritto esser etichettato come quello del post-cLOUDDEAD. Why?, Odd Nosdam e Dose One hanno dimostrato di sapere fare ognuno la cosa propria, senza che scompaia del tutto il dubbio che la somma fosse superiore alle parti.

Forse la palma spetta a Why? con Elephant Eyelash , lavoro ottimo che lo distanzia e lo avvicina allo stesso tempo alla cricca Anticon, e che a dir la verità suona molto più come un disco dei Pavement che come un album hip hop. Anche Odd Nosdam con Burner - qui critica e pubblico sono divisi, ma poco importa - fa la sua figura, e se di hip hop stradaiolo e sopra le righe dobbiamo parlare, impossibile non citare Kill The Vultures, il disco sorpresa dell’anno; altra conferma e sorpresa al tempo stesso è il ritorno di Prefuse 73: l’electro hip hop è nelle sue mani. Anche l’Italia ha saputo dire la sua con il sopraccitato Queue For Love di Populous, buon esempio di mix elettro-soul-hip-hop.

Una postilla in chiave mainstream merita l’opera seconda degli “imaginary boys” di Damon Albarn, i Gorillaz, che pur facendo storcere ancora una volta il naso ai puristi e pur non sfornando una nuova Clint Eastwood, a fine anno raccolgono i - crediamo  meritati - frutti del loro Demon Days grazie al singolone synth pop Dare.

IL SOL NASCENTE DEL METAL…

Gli indie kids si sono messi ad ascoltare metal? E che dire di Om (ex Sleep) e Residual Echoes, entrambi idolatrati da quel Julian Cope, che di ritorno sulle scene con Citizen Cain’d ha fatto vedere al mondo quanto metallara e carenata potesse essere la sua pellaccia (qualcuno se lo ricorda a Frequenze disturbate)? Buon segno o no ce lo dimostrano formazioni non proprio canoniche per il genere come Jesu, Isis, Pelican, Sunn O))), Khanate e The Mass, alle quali per vicinanza estetica si devono aggiungere le cose più stoned (and dethroned) della Holy Mountain. Attendiamo sviluppi.

Julian Cope a Frequenze Disturbate

ARCHEOLOGIA, CHE PASSIONE

No New York, Popol Vuh, Swell Maps, Lustmord, Naked City, Rip Rig & Panic, Judee Sill, Gary Higgins, Vashti Bunyan, Neutral Milk Hotel, Slowdive… e a questi aggiungiamo live e retrospettive con Stereolab, Cocteau Twins, Bastro, Orange Juice e Men’s Recovery Project. E poi ancora le deluxe edition di Cure, Sonic Youth, Springsteen… praticamente l’equivalente delle reunion live di questi anni, alle quali si affiancano i cofanetti (anche qualche cofana…) e le compilation “d’autore”, come quelle della Revenant e della Last Visibile Dog. Una tale quantità di materiale fa testo a sé.

Quanto alle reunion live, non possiamo non far notare la curiosa sindrome che ha assalito gli stage del 2005: l’azzeramento temporale. Sui palchi dei maggiori festival, dall’ All Tomorrow’s Parties al Primavera Sound a Frequenze Disturbate, è stato possibile vedere contemporaneamente gente come Dinosaur Jr., Slint, Gang Of Four, per non parlare dei casi più eclatanti di Cream, Who e Pink Floyd. Ormai le barriere del tempo sono cadute: il rock vive un eterno presente, autofago e coprofago, e l’imminente tour dei Rolling Stones ce lo conferma. Un’eccezione che conferma la regola? L’operazione Minimum Maximum dei Kraftwerk, l’unica reunion proiettata in un “eterno futuro” (o meglio, futuribile).

E ORA SENTITE E ASCOLTATE

Lasciate però che il finale sia autodedicato: il 2005 è stato un anno particolarmente importante per SentireAscoltare, dal ritorno - lasciateci esagerare - in grande stile al Mei all’esordio indie tra le zanzare, ma anche tra la nuova buona musica italiana del Miami. Per quanto riguarda il nostro lavoro, oltre ai numeri (le quasi cinquecento recensioni pubblicate da gennaio a dicembre), siete voi - che ci seguite con tanta attenzione - i migliori testimoni. Ma anche i migliori testimonial: di passaparola in passaparola, SentireAscoltare ha incrementato gli accessi fino ai 70 mila e passa degli ultimi mesi, si è conquistato citazioni importanti, ed è pronto a spiccare nuovi voli senza rinunciare alla sua - se permettete - unicità, anche grafica. Registrato il magazine come testata giornalistica online, migliorata - dal punto di vista sia della qualità, sia della distribuzione - la “partita” Pdf, aggiunte nuove, inedite e crediamo stimolanti rubriche, SentireAscoltare si sta preparando a rendere più diretto, immediato e fruttuoso il contatto con voi: dietro l’angolo ci sono l’associazione SentireAscoltare, l’arricchimento della mailing list e - ma qui dovrete metterci del vostro - l’apertura di un forum per conoscerci meglio e dialogare con più immediatezza. Se diventerà comunità, bene, ma il nostro scopo è innanzitutto farlo diventare un luogo di confronto e stimolo. E adesso basta, dalla regia stanno facendo segno di tagliare: però il nostro buon, anzi ottimo 2006 non ve lo toglie nessuno.

...e per finire

Bang Bang! Batti le mani, potresti essere un ippopotamo nero nell'arca di Noè!

di Paolo Grava

Sarà l'ubriacatura folk degli anni passati, ma ormai a scorrere le playlist del 2005 sembra di leggere la lista dei passeggeri dell'arca biblica o l'albero genealogico di qualche tribù pellerossa. Il collettivo animale comprende Caribou, Pedro the Lion, Le Tigre, Pelican, Grizzly Bear, Double Leopards e fattoria cantante. È hype inserire un animale nel nome del gruppo o dell'album come ha fatto Antony, altrimenti si può sempre incidere qualcosa per Jagjaguwar o Fat Cat. Il massimo è averlo nel nome come Andrew Bird o Christopher Bear. Il lupo rimane il più amato grazie ai francescani Wolf Eyes, Wolf Parade, Patrick Wolf e all'album Superwolf di Bonnie Prince Billy & Matt Sweeney. A quando un tributo agli Steppenwolf?

Sempre in voga il nero, con Black Dice, Black Keys, Black Eyes, Black Wire, Black Forest / Black Sea, Black Rebel Motorcycle Club e Black Mountains a tenere alta la bandiera (nera ovviamente). E in Italia? Meno animalisti e più gentlemen, il nome femminile è un must per Non Voglio Che Clara, Marta Sui Tubi, Valentina Dorme, Jennifer Gentle.

Il premio Lina Wertmuller per il titolo più lungo se lo contendono In the Kingdom of Kitsch You Will Be a Monster degli Shining e We Never Should Have Lived Like We Were Skyscrapers dei Chin Up Chin Up, che seguono il vecchio adagio “repetita juvant” come Xiu Xiu, Yumi Yumi, Man Man, Gris Gris, Yeah Yeah Yeahs.

A proposito di dimensioni, il 2005 segna il definitivo superamento del power-trio come formazione minima. Se nei decenni passati due è stato il numero ideale di componenti in campo synth pop (dai Pet Shop Boys ai Soft Cell) e occasionalmente in contesti più sperimentali dove solitamente veniva sacrificato il batterista (Godflesh, Chrome, Suicide), negli ultimi tempi il duo drum+string à la White Stripes ha fatto proseliti, sia tra i rockers con i Kills sia con gli Evens in campo hardcore. Non si sostituisce quindi un componente con una macchina, ma lo si elimina rendendo il suono più scheletrico senza perdere in umanità e soprattutto mantenendo un impatto live di tutto rispetto.

Di questo passo si arriverà al power-mono, la formazione che in campo elettronico ha portato alla ribalta personaggi come Mu, Edie Sedgwick e Jason Forrest, performers dall’impatto live devastante quanto una band japanoise. È solo merito della tecnologia che aiuta a sfoltire la rosa o è un riflesso della nostra epoca individualista (e nerd)?

E allora perchè negli ultimi tempi ci imbattiamo sempre più spesso in collettivi e famiglie numerose? Jaga Jazzist, Architecture In Helsinki, Arcade Fire, Go! Team ribaltano il concetto e ci propongono una visione comunitaria della formazione rock. Forse la chiave è nella variabilità, gruppi come Cocorosie, Xiu Xiu e Lightning Bolt possono suonare live in due come in otto.

Se uno la famiglia non ce l’ha se la crea mettendo sotto contratto i personaggi più disparati. Una tendenza è dissotterrare i vecchi freaks (Simon Finn, Gary Higgins, Vashti Bunyan), gente che magari l’ultimo album l’ha inciso più di trent’anni fa. I profanatori di tombe di solito sono gente che ha iniziato non proprio suonando psych-folk (Michael Gira, David Tibet). A quando una collaborazione tra Mick Harris e Syd Barrett? Magari con un disco heavy metal, genere ormai sdoganato dopo la sbandata di Sierra Casady e le mazzate da urlo dei Death From Above 1979? Tutti al Gods Of Metal 2006?