L'anno di Devendra Banhart, dei Wilco, di Brian Wilson, degli Interpol, di Tom Waits, degli AIR, di Goodmorningboy, di Mark Lanegan e di tutti quelli che ci sono stati …in più o in meno.
L'anno del vecchio rock e di tutto ciò che è emul-qualcosa. L'anno delle frontiere vecchie e nuove. L’anno delle metropoli e delle province.
Insomma: il 2004 secondo Sentireascoltare

Si continua a dire che la mole di uscite discografiche sia ormai umanamente
ingestibile anche per il più attento, caparbio e paziente dei recensori/critici
musicali, e non c’è tanto da stupirsi: è così da
qualche anno, e le classifiche di questo sito rappresentano una - forse inutile
- testimonianza di questo stato di cose. Tuttavia quest’oggi frammentario,
mescolato, connesso e soprattutto veloce, digitale, ipercinetico non ci ha
impedito di delineare alcune tendenze che hanno caratterizzato l’annata
musicale appena trascorsa.
Le nostre sono solo categorie certo, sicuramente viziate dalle solite forzature
che questo tipo di attività porta con sé, ma sufficienti per tastare
il polso del presente, decifrarne alcuni codici o perlomeno fornire interpretazioni,
configurare itinerari, cartine geografiche, nell’ottica finale di alimentare
l’ascolto e il dibattito musicale.
Da una ribollente New York a un’Inghilterra alla perenne ricerca di fenomeni,
dai grandi centri agli alvei della provincia occidentale, abbiamo assistito,
tra conferme e delusioni, a fenomeni come il persistente revival ’80 mescolato
alla seconda orda di emul-rockers, l’esplosione della già blasonata
scena legata a Devendra Banhart, il languire di certa elettronica, l’evoluzione
(seppur frammentaria) di alcune realtà nostrane, oltre naturalmente al
ritorno di molte realtà consolidate.
Ammettendo una volta per tutte l’umana debolezza del nostro approccio,
procediamo con la disamina vera e propria degli ascolti.
Cominciamo con il caso dell’anno: Devendra
Banhart. Ne abbiamo scritto
anche tanto… se si tratta di un fuoco di paglia o di un fenomeno duraturo,
lo vedremo prossimamente. Per il momento vi basterà sapere che la ‘scena’ che
questo stralunato menestrello folk ha catalizzato attorno a sé è più di
un fumoso teorema: oltre a lui, anche le Cocorosie (e in minore misura Vetiver)
hanno senza dubbio lasciato un segno indelebile negli ultimi mesi. I loro
album sono ai vertici delle nostre classifiche: chi parteggia di più per
l’indiscusso leader (Puglia, Solventi, Bridda), chi invece è convinto
che le sorelle Sierra e Bianca lo abbiano superato (Follero, Casella), chi
infine è molto scettico (Casaccia), ma in generale possiamo affermare
che la scena (definita da Stefano Isidoro Bianchi “pre-war folk”)
ha rappresentato un convincente ritorno “a quando il vibrare del folk
era qualcosa d’arcaico, di pericolosamente vicino a innocenza e minaccia” (Solventi).
La partita resta comunque aperta, anche perché Devendra, visto dal
vivo nella recente tournée, sta già guardando oltre, imbastardendo
il suo folk con dosi di rock e influenze reggae e latine. Per il momento
ci ricordiamo con rinnovata emozione quel rosicchiare radici dimenticate,
quegli incanti
nudi, le gracili inverecondie, le ninne-nanne lacere, quei fotogrammi strappati
alla cassaforte del tempo.
Al meritatissimo secondo posto troviamo A ghost is born dei Wilco,
riconosciuto da molti come uno dei picchi dell’anno (Puglia, Solventi,
D'Ambrosio e Maselli). L’album rappresenta la maturazione totale di
un processo che, da dieci anni a questa parte, ha visto Jeff Tweedy affermarsi
come
uno dei maggiori
autori “rock”. Il segreto del suo successo va ricercato nel saper
essere classico e trasversale al tempo stesso, tra songwriting tradizionale
e contaminazioni elettroniche (con venature kraut),
una miscela esplosiva destinata a mettere d’accordo (più o meno)
tutti.
A Ghost Is Born è il trionfo del “rock” inteso come espressione (Puglia), è il lavoro di chi - buttato nel terzo millennio - capisce
di poter vivere solo covando quella fiammella di speranza, adocchiando quelle
pur incerte prospettive, cercando di tenere il tempo del caro vecchio rock'n'roll
(Solventi).
Restando nell’ambito dei generi “storici”, se il 2004 non è stato l’anno del Pop, poco ci è mancato;. la storica pubblicazione, dopo ben trentasette anni di attesa, del leggendario Smile di Brian Wilson nella sua versione definitiva è stato forse l’evento discografico più eclatante degli ultimi mesi. Nonostante si tratti per la maggior parte di musica composta più di tre decadi orsono, il suo valore assoluto lo rende attuale tanto quanto le uscite di quest’anno; e in effetti la lezione dell’ex leader dei Beach Boys (il gusto per la bella melodia e la ricercatezza degli arrangiamenti nell’ambito della forma canzone) continua ad essere un punto fermo nella produzione musicale mondiale, tanto che, ancor più dopo la pubblicazione di Smile, il Pop può ormai essere reputato un genere “classico”. Dischi recenti come quelli di Divine Comedy, AIR, Delgados, Sondre Lerche e Jens Lekman– senza dimenticare le spinte rètro di Coral e Bees - sono la migliore dimostrazione di come questo linguaggio musicale goda oggi di ottima salute.
Più in generale, spiccando da quel più ampio fenomeno che attinge
da ’70 e ’80 (il famigerato revival new wave), Interpol e Franz
Ferdinand sono stati sicuramente i gruppi più chiacchierati dell’annata
appena trascorsa, spartendosi in egual misura critiche e successi.
Specie per i secondi, la critica si è spaccata: i dissensi hanno riguardato
soprattutto la natura frivola e sbarazzina delle composizioni, con chi le
ha definite “normalissimi brani wave da hit-parade senza nerbo” (D’Ambrosio)
e chi, seppur inizialmente reticente, ha affermato che “(Franz
Ferdinand) è il
disco giusto al momento giusto” … “ruffiano ma indomito,
cazzone e sferzante, nervoso e malinconico” (Solventi).
Resta da vedere se - nonostante i due milioni di copie vendute – gli
scozzesi sapranno restare a galla anche quando l'onda avrà smesso di
spumeggiare, e questo lo si vedrà soltanto con la seconda prova; un
appuntamento già pienamente superato dal gruppo di Paul Banks, che
ha sfornato un maturo e convincente seguito dell’ottimo Turn On
The Bright Lights (Matador, 2002).
Per la serie next generation of emul rockers, continua il revival garage/rock and roll grazie a Libertines (i migliori della scena), Hives (ruffiani ma accattivanti), Ikara Colt (che cadono in piedi ma si sbucciano non poco le ginocchia) e Von Bondies (i peggiori, giustamente premiati da Jack White con un bell’occhio nero). Di certo, quel che abbiamo è una piccola generazione di musicisti cresciuti a pane e Strokes (come dimostrato dagli ultimi freschi pargoli Ciccone e Razorlight) di fronte alla quale non è poi il caso di storcere tanto il naso: se è questo il nuovo rock and roll, così sia.
Tutt’altro livello qualitativo invece per i DFA,
ovvero i produttori musicisti Tim Goldsworthy e James Murphy, che licenziando
una compilation
di ben tre cd hanno esposto le convincenti fotografie di un brulicante
sottobosco newyorchese nel nome del P(unk)-funk o del nu disco-punk. Forse
grazie alla
DFA Compilation #2, uscita sotto major (la EMI),
la scena che ha visto nei Rapture (prodotti
gurada caso dai DFA nel 2003) la punta dell’iceberg,
invaderà le
discoteche ponendosi come alternativa all’attuale (…oramai reazionario)
circuito house, chissà, ma se di funk bianco parliamo i veri trionfatori
dell’annata appena trascorsa sono stati i !!!, gratificati
sia in termini di vendite che di plausi (dal vivo al Primavera Sound hanno
spaccato …orecchie
comprese!).
Non ci sono dubbi che questo incrocio bastardo tra rock/disco/techno si
riproporrà nel 2005 e gruppi come i Bloc Party (i
futuri Franz Ferdinand?) e gli LCD Soundsystem (ancora il
DFA James Murphy), sono già ai posti
di partenza.
Rimanendo sempre dalle parti di New York, la
critica non ha premiato i Radio
4 che del movimento sopraccitato sono stati
i precursori,
mentre
più fortuna è toccata
ai due esempi più estremi di p-funk (e qui l'etichetta comincia a far
cilecca...), ovvero, Liars e Black
Dice, autentiche
schegge impazzite nell’odierno panorama musicale (Saran, Padalino).
Altro paio di maniche (e di polemiche) con gli americani Faint,
che hanno deluso molta della critica che si era infervorata per Danse Macabre.
Caso un po’ a parte (ma di sicuro interesse) è quello dei Tv
On The Radio, che riescono perfino a riempire gli schermi di MTV con un
convincente debut album, mentre caduta in piedi per i newyorchesi Oneida,
il cui avant-rock (pur addomesticato rispetto al magistrale Each
On Teach One) mantiene fascino
e verve.
Infine per l’indie rock (ormai inteso come contaminazione
e ibridazione a 360°) si segnalano i positivi lavori di Broken
Social Scene (la loro prima tournée italiana ha fatto il pieno
di consensi), Secret
Machines e Arcade
Fire.
Sul versante del folk, tra un Lanegan in virata rock e un Oldham autocelebrativo (entrambi in permanente stato di grazia) c’è stato spazio anche per un interlocutorio Molina e per la definitiva riscoperta di Daniel Johnston, grazie ad un indispensabile greatest hits affiancato da un prestigioso tributo. Gradite sorprese sono inoltre arrivate dall’alt.country contaminato di Jim White e dal recentissimo esordio del promettente Micah P. Hinson, mentre due vecchi leoni come Robyn Hitchcock e Stan Ridgway hanno fornito eccellenti testimonianze di una raggiunta e fiorente maturità artistica. Ma per molti, i momenti migliori in tal senso sono stati offerti dall’opera postuma del mai troppo compianto Elliott Smith: il suo From a Basement On The Hill, ancora prima che un testamento, è il disco di ‘un artista capace di saper cantare nell’ombra, attraverso l’ombra, la vita’ (Solventi). Infine mentre i Kings of Convenience maturano e convincono in studio (Riot on an Empty Street) e dal vivo (la tournée autunnale che ha toccato anche l’Italia), un Badly Drawn Boy equilibrato, maturo ma non sorprendente trova più spallucce (Puglia, Bridda) che elogi (Solventi).
Se l'elettronica pura (al desktop o alle manopole) arranca su se stessa, mordendosi la coda alla ricerca di una via d'uscita dal torpore che la sta avvolgendo (Blevin Blectum, Lovely Midget, Retina.it, Wechel Garland and World Standard, Donato Wharton), l'inventiva di Fennesz e Daedelus mantiene comunque alto il nome dell'intrattenimento intelligente e della sperimentazione rarefatta; l'unica ad aver tentato un approccio completamente personale ed inedito è forse stata Niobe col suo bellissimo Voodooluba, dove tribale, elettronica, psichedelia e songwriting convivono con inusuale eleganza. Il resto è stato un proliferare di produzioni elettro-pop, specie quelle europee su Morr Music e Labrador (forse pungolate dal ritorno di quei vecchi marpioni dei Duran Duran?), e in generale raramente si è assistito ad un revisionismo electro così vistoso, dall’electroclash maculato di rock che ha segnato Felix Da Housecat agli attesissimi Soulwax del dopo 2 Many Dj ’s.
Accanto alla cosiddetta folk-tronica di gente come Arovane, Milosh e Kim
Hyortoy (in cui i suoni digitali assumono connotati umani e intimisti),
le sperimentazioni più interessanti sono arrivate dalle contaminazioni
tra elettronica e wave d’annata. Le migliori cose in tal senso sono
state offerte dai Two Lone Swordsmen, dediti
a riscoprire (e aggiornare) l’appeal
del cavernoso sound di gruppi come i PIL, e gli Xiu
Xiu, veri e propri
beniamini della critica nostrana; forse hanno raccolto più consensi
di quanto meritassero, ma di certo Jamie Stewart è un
grande songwriter, che sa avvalersi di interessanti soluzioni di arrangiamento,
a volte fin
troppo ostiche, altre perfettamente al servizio della canzone. Sempre in
tema di
contaminazioni, i Domenico
+ 2 dimostrano come sia ancora possibile aggiornare
la canzone brasiliana senza essere emuli di Arto
Lindsay; ma forse una
delle rivoluzioni più rimarcabili di questo 2004 è stata quella
dei cLOUDDEAD che
con il loro strepitoso Ten hanno
tracciato la strada maestra per il superamento dell’hip hop dall’interno,
seguendo e continuando un discorso già avviato da gente come l’Anti
Pop Consortium e l’etichetta Anticon.
Da segnalare, sul fronte delle avanguardie, l’arrivo di dischi come
Milk man dei Deerhoof e l’ultimo Boredoms: un buon motivo di pensare
che per gli anni a venire ci sar à abbastanza carne a cuocere.
Come d’abitudine, anche il 2004 è stato costellato dai consueti
ritorni sulla scena, più o meno attesi, più o meno riusciti.
Partendo dal top di un’ipotetica scala, le lodi della redazione vanno
meritatamente a quel Tom
Waits inscalfibile, indomito, irascibile e appassionato
che ci ha regalato i 74 splendidi minuti di Real
Gone. Un uomo indiscutibile
sotto tutti i punti di vista, la sagoma di un mito che sembra rinascere
sempre dalle proprie ceneri; sua dunque la palma di migliore rientro, con
il quale
devono misurarsi le senilità artistiche degli altri. Un confronto che
nel caso dei Tuxedomoon e Frank
Black, in gran spolvero artistico coi Two Pale Boys (magicamente
divisi e contesi con l’altro grande in tutti i sensi, David
Thomas),
si dimostra titanicamente superato, seppur con un tantino di scarto; il
divario si fa leggermente maggiore nei lavori di Byrne, al
solito impassibile e sornione ma sempre all’altezza e della signora Faithfull,
che segna uno dei back di gran classe più inaspettati.
Così, scendendo giù per la china, giungiamo al "limbo
dei sospesi", ovvero di coloro per cui la critica si è divisa
tra chi elogia maturità e coerenza artistica e chi, maligno, auspica
il ritiro, assuefatto della coazione a ripetere.
Tra essi troviamo, già da un lustro, gli Einsturzende
Neubauten, gruppo
costantemente e barbosamente discusso per gli usuali motivi - quella pur
dignitosa svolta della “maturità” -, che sembrano non voler
lasciare in pace Blixa Bargeld neanche di fronte a un buon
album come Perpetuum
Mobile,
progetto per il quale il leader ha deciso di abbandonare la pluriennale
collaborazione con Nick Cave. E a proposito dell’impavido
Re Inchiostro, il suo sontuoso doppio Abattoir
Blues / The Lyre Of Orpheus, seconda tappa di una trilogia energica e soul-rock, segna una
rinascita che - seppur mirabile - non ha convinto appieno. Ragioni non
sono distanti da quelle che hanno riguardato i restanti passeggeri sul
carrozzone degli incerti: gente come PJ Harvey, Sonic
Youth e Beta
Band (peccato per
il loro split) hanno tutti pubblicato lavori sufficienti, ma non brillanti.
Hanno diviso la critica anche gli italo-nipponici Blonde
Redhead: la loro
svolta cantautorale, per quanto pregevole, lascia in alcuni qualche perplessità.
Fanalini di coda di questa rassegna di mostri sul lago d’inverno sono,
a nostro avviso, due vecchi protagonisti dei gloriosi anni ’80. Morrissey,
resuscitato dopo sette anni di esilio con carabina e gessato, convince
poco come politicante anti-Bush e ancor meno come interprete di se stesso;
e se
parliamo di emul-yourself, ultimo tra gli ultimi ecco Robert Smith,
che con i suoi Cure ha
schifato i vecchi fan per fare il pieno di nu metallari e MTV. Sua la palma
di peggiore dell ’anno.
Discorso a parte meritano i cosiddetti “intoccabili” del pubblico: parliamo di Bjork, R.E.M. e U2, realtà planetarie e mitizzate che godono da sempre di ampi consensi e si guardano bene dal cadere in passi falsi o salti nel vuoto. E se la gnoma islandese doveva stupire (e stupisce), seppur rischiando d’essere osannata a priori in virtù della sua ricercatezza e peculiarità, coloro che non si sono esposti sono gli U2, il cui marchio di fabbrica ritorna con uno smalto migliore rispetto al vituperato All That You Can’t Leave Behind, ma resta sempre nei limiti della maniera. Gli stessi dubbi accompagnano anche l’uscita dei R.E.M., che con un ritorno adulto e disarmato, politico, trepidante ma (a parer di molti) insicuro, non hanno convinto i pi ù.
E veniamo infine agli italiani, partendo dal caso (che oramai più caso
non è) Bugo, autore di un doppio album per la
major Universal. Lo sgangherato
cantautore novarese, nel suo sbilenco procedere sul filo di un equilibrio
storto (ma che arriva dritto, drittissimo) merita sicuramente un posto
di primo piano tra le proposte italiane; mirabile la capriola che lo vede
al
tempo cantautore intimo e distrattamente maturo con la spina attaccata
(male) e interprete pop frulla tutto (rap, wave, eighties) E sempre sul
folk ad altissimi
livelli troviamo Marco Iacampo, ovvero Goodmorningboy,
che con Hamletmachine regala
un album che non sfigurerebbe, a nostro avviso, accanto a lavori di artisti
affermati a livello internazionale.
Per quanto riguarda la scena indie, la tendenza che continua ad andare
per la maggiore è il post rock, coi nuovi arrivi Hormiga, Franklin
Delano e My
Own Parasite. Fatto salvo per la conferma (più o meno apprezzata)
del talento del malinconico Paolo
Benvegnù e di quello evocativo/narrativo di Emidio Clementi (con
gli El
Muniria),
belle le recentissime sorprese
provenienti dal cantautorato noir d’autore degli Hollowblue e
dalla new wave d’annata dei Kyrie.
Inoltre fanno ben sperare le proposte per un certo cantautorato acustico
della neonata etichetta Seahorse (Blessed
Child Opera , Moopo).
Parlando più propriamente di rock, se purtroppo è ben vero che i nuovi CSI non sono nati (e nemmeno si scorgono col binocolo), e se è altrettanto pericoloso che gran parte del sottobosco nostrano (specie i giovanissimi con le demo) si avvinghi sempre più alle budella di Afterhours/ Marlene / Bluvertigo / CSI / Battiato, c’è pur sempre Snowdonia, le cui uscite hanno trovato ancora una volta spiazzato Stefano Solventi, costretto anche quest’anno a votare i gruppi dell’etichetta con punteggi mai sotto una sufficienza piena. E se la label di Cinzia La Fauci non sbaglia un colpo, nemmeno l’avant dell’avant-tutto italiano, l’impervia Bar La Muerte, è da meno: i suoi OVO non hanno mancato di infervorare i palati più maculati e nemmeno gli estremi I/O della affiliata Ebria Records hanno fallito nell’intento di far rizzare le orecchie. Ultimi (ma non per importanza) i consolidati e ottimi Nada, Giorgio Canali e PGR, che si sono riaffacciati ricordandoci che di loro c’è sempre bisogno.
In generale, SA ha trattato più musica italiana di quanto non abbia
mai fatto: parecchi gli album interessanti, buoni i segnali dal mondo dei
demo, e soprattutto una sensazione nitida che certo rock italiano emergente
sembra aver finalmente imparato l'idioma, al punto che di smettere di preoccuparsene
e iniziare quindi a fare sul serio. Gruppi come Joe
Leaman, One
dimensional Man, A
Toys Orchestra, Dontcareful e il già citato Goodmorningboy “fanno
la loro cosa e la fanno pura, si portano dietro i loro riferimenti ma non
se ne fanno soggiogare, sono - in primo luogo - se stessi”. (Stefano
Solventi)
Tutto l'ambiente in sostanza pare più scafato, non da ultime le etichette,
che stanno imparando a sintonizzarsi sul giusto mix tra mentalità imprenditoriale,
sensibilità artistica e benemerita incoscienza. Manca forse il disco
definitivo, quello che azzecca i modi più urgenti. Comunque i disfattisti
sono avvisati. Anche perché i demo che continuano ad arrivarci - al
MEI siamo stati addirittura sommersi - abbozzano la radiografia di un organismo
palpitante. Attenzione, attenzione, attenzione.
Volendo tirare le somme di questa lunga analisi, è emerso che, sia
come sia, il rock si muove ormai per piccoli ambiti. I cambiamenti epocali
appartengono ormai al passato. Visto il panorama nel suo insieme, sembra che
poco sia cambiato rispetto agli anni scorsi. Ovvero, digerite le perturbazioni
del "post", completato il processo di metabolizzazione del glitch
all'interno della fenomenologia rock, è sempre il solito, antico destreggiarsi
tra colori e oscurità, tra struttura e destrutturazione, tra immediatezza
e progressione, tra flussi e riflussi, eccetera.
In effetti, i cosiddetti “vecchi generi” continuano ad essere
rappresentati (più che) degnamente mostrandosi realtà sempre
vitali, e fenomeni come la tendenza al revival e le recrudescenze ed aggiornamenti
cui la new wave continua ad essere sottoposta (rischiando perdipiù di
ri-diventare fenomeno di costume), sembrerebbero mostrare come i migliori
fermenti e le vere “novità” vengano, paradossalmente (ma
non troppo), dalla rilettura del passato.
Tutte cose che, sicuramente, avrete già sentito dire… non ci resterà che confermarle o smentirle nell’anno che verrà.