Dal profondo della scena cult di Glasgow, tre (im)probabili vintage rockers dalla faccia di cartone ci rinfrescano la memoria sulla vera essenza del rock and roll: sbronzarsi, fumare erba e scoparsi le mogli di qualcun altro.
Che faccia di cartone che ha Jackie McKeown. Dal vivo ancora di più che in video, con la carnagione chiara, i capelli rossicci, le lentiggini e - ovviamente - l’accento a tradirne il dna fieramente scozzese. Della sua nuova band, i 1990s, se ne parla nell’ambiente indie d’oltremanica “che conta” da qualche tempo, grazie a sponsor ufficiali come Belle And Sebastian, Jarvis Cocker, Mogwai, Long Blondes e soprattutto Franz Ferdinand. Si fa presto a capire il perché. Una decina d’anni fa Jackie si faceva chiamare John, suonava in una band art-wave chiamata Yummy Fur (da recuperare assolutamente Sexy World, 1998), affiancato, tra gli altri, da un giovane Alex Kapranos.
Non solo, già nei primi ‘90 lo si poteva incrociare a Glasgow, sorta di Mark E. Smith in versione friendly, ad alimentare il versante più sperimentale della scena in seno a tante oscure band di ispirazione velvettiana, mentre l’altro lato della città riecheggiava delle nostalgie di Pastels, BMX Bandits e Teenage Fanclub. Sembra che il nome di uno dei primi gruppi di Stuart Murdoch (nonché di un brano dei B&S), Le Pastie De La Bourgeosie, sia stato ispirato da una scritta che vergò con lo spray insieme alla sorella su uno dei muri del quartiere. Insomma, Jackie è un mito, e lo sa. Lo canta pure :“My cult status keeps me alive (…) my cult status keeps me fucking your wife”. Più chiaro di così?

In realtà, dietro i lazzi irriverenti di Cookies,esordio dei 1990s rilasciato in maggio da Rough Trade, c’è una deliziosa e divertente operazione di recupero di certo rock anni ’70, effettuata con un gusto rigorosamente vintage, senza mancare di strizzare l’occhio ai compari Franz. Molto semplicemente, questo fa dei 1990s uno degli act più freschi in circolazione; una cosa per cui non bisogna per forza avere 20 anni, venire da Sheffield e chiamarsi col nome di qualche strano animale polare, insomma.
L’occasione di fare il punto della situazione si presenta il giorno dopo un disastrato concerto al Transilvania di Milano, prima data di un breve tour italiano. Jackie si affaccia in tarda mattinata insieme ai compari Jamie McMorrow (già co-fondatore dei Yummy Fur) e Michael McGaughrin (ex V-Twin, altra cult band che ha fatto da vivaio per i B&S), e i ricordi della sera prima, più che risultare annebbiati dai postumi di una sbronza – come ci si aspetterebbe -, bruciano ancora di incazzatura.
No. per niente. Penso sia il peggior show che abbia suonato in vita mia. Non è stato certo per Milano, o per il pubblico. L’acustica era orribile, il tizio al banco del mixer non ci ha nemmeno chiesto che suono volessimo. E poi anche il locale… Transilvania? Ma che razza di posto è? Siamo una piccola band, ci troviamo meglio nelle piccole venue… (non è che il Transilvania sia, chessò, l’Hammersmith Apollo, nda), Inoltre eravamo stanchi. Faremo comunque altre quattro date in Italia, speriamo vada meglio. Abbiamo suonato a Roma lo scorso settembre insieme a Veils e Long Blondes, e allora è stato fantastico.
Abbiamo suonato negli States a luglio dell’anno scorso, proprio insieme alle Long Blondes. Giusto un paio di date a New York, una città incredibile. Speriamo di suonare molto da quelle parti alla fine dell’anno. E’ comunque impossibile farsi delle aspettative, perché l’America è un posto talmente enorme… in termini di musica, si ragiona per coste. Puoi essere famoso a N.Y. e in California, ma probabilmente nel mezzo non ti conoscerà nessuno.
Certo. Ma soltanto se sei ossessionato dall’idea di diventare famoso.
Beh, i Yummy Fur in un certo senso erano pop, ma erano anche più arty e underground dei 1990s o di altro che c’è in giro adesso. Il fatto realmente rilevante è che la gente ha cominciato ad ascoltarci dopo il primo album degli Strokes, nel 2001. Is This It? ha cambiato tutto, è stato più importante di Nevermind. Non dico sia un disco migliore, ma ha reso possibile a molte band “strane” di entrare in classifica. Sfortunatamente ha causato anche la totale distruzione della musica indie, perché se prima le band si accontentavano di fare musica interessante, adesso e hanno cominciato a fare dischi per entrare in classifica.

Questo perché gli Strokes hanno dimostrato che era possibile andare nelle charts con musica come la loro. Non è forse il caso specifico di Is This It?, ma ogni disco fatto dopo è stato fatto per entrare in classifica. E’ una brutta idea. Certe cose hanno successo perché sono uniche, non perché sono prodotti in serie, pensati per entrare in classifica. Nevermind era unico, il disco degli Strokes era unico. Anche i Yummy Fur erano unici, è che il mondo possibilmente non era pronto. Quando faremo il secondo disco dei 1990s, non penseremo alle classifiche, penseremo al disco.
Forse avrebbe dovuto uscire prima, ma penso che comunque questo ritardo sia stato un bene. Abbiamo registrato Cookies l’anno scorso in estate, quindi è un disco molto estivo. Va benissimo se esce proprio adesso, che l’estate è alle porte.
Due anni fa, per essere precisi. È una cosa molto fresca, se ci pensi. Inizialmente non pensavamo di dover investire troppe energie in questa cosa, il mood era molto, molto rilassato. Abbiamo cominciato con un piccolo show per amici, poi un altro, poi un altro ancora. Quando ci siamo ritrovati a suonare insieme a questi ragazzi (indica il poster dei Franz Ferdinand che campeggia nel muro di fronte a noi, nda), di fronte a 10000 persone, ci siamo detti “forse dovremmo cominciare a prenderci sul serio”. E ora, vedi, siamo molto famosi.
Ci hanno contattati loro stessi, prima del Natale 2005. Sono venuti a vederci in occasione di un aftershow per i FF, dopo che avevamo mandato dei demo. Un paio di giorni dopo ci hanno messo sotto contratto.
Power trio? Strana questa cosa… in origine in realtà dovevamo essere in quattro. Poi l’altro chitarrista non si è più presentato alle prove… Scherzi a parte, all’inizio ero interessato a sentire cosa veniva fuori con due chitarre. Il suono però era troppo confuso, e non ci ho messo molto ad accorgermi che già in tre avevamo raggiunto la formula perfetta.
Benissimo, proprio perché proviene dal nostro stesso background. Sapeva perfettamente come dovevamo suonare (a seconda delle nostre richieste, come un disco di Bowie, o Lou Reed), e aveva anche delle idee efficaci sulle canzoni. E’ stato un lavoro dinamico, senza contrasti, basato sull’amicizia. Alcune band preferiscono affidarsi del tutto al produttore, e va a finire che i loro dischi suonano tutti uguali. Penso che questo non sia (non sarà) il nostro caso.
Sì, un mixer a 24 piste e alcuni amplificatori dei ’50 e ’60, oltre ad alcune chitarre che gli Orange Juice usavano ai tempi di Rip It Up. Anche a riascoltarla oggi, quella roba ha un suono strepitoso, molto vintage. Anche per questo abbiamo registrato tutto su nastro, in analogico.
Non è cambiato niente. Le band sono uniche, oggi come 10 o 20 anni fa. Nonostante il successo di Franz Ferdinand e Belle And Sebastian, non c’è stato un tentativo da parte di altre band di sfruttarlo, imitandone lo stile. A Glasgow non si seguono tendenze. E’ possibile che trovi band che suonano come i Franz in altri posti, non da noi. Quanto a nuove band, i Bricolage sono molto bravi. E poi anche The Royal We, Mother And The Addicts (su Chemikal Underground, nda), Park Attack…
No, nessuna rivalità. Le band che ci sono cascate, sono scomparse senza lasciare traccia. A Glasgow frequentiamo tutti gli stessi bar e concerti, a volte conosci qualcuno e ti dimentichi che fa parte (o ha fatto parte) di una band. Ci è capitato di recente con Patrick dei Royal We.

No, assolutamente, non c’è niente di ironico, non è uno scherzo. Parlo della mia vita.
Sì (grasse risate, nda).
Sì, è uno spasso, ma non c’è satira, non c’è l’intenzione di prendere in giro altra gente. Sarebbe una cosa negativa, e il nostro è un disco molto positivo.
C’è una frase di Bowie, dalla canzone Candidate: “we could buy some drugs and watch a band, and jump in the river holding hands”.
Sicuramente quella a proposito del nostro nome. Scommetto che stai per chiedercelo… lo sento, eccola che arriva!
(Risate generali, nda.), no, ma hai perfettamente ragione. Come intervistatore, penso che tu metti un certo livello di intelligenza in quello che fai, perché scrivi e parli alla gente. Ma a volte per noi ricevere questa domanda è imbarazzante, specie nel momento in cui si pensa che la tua musica abbia a che vedere con il tuo nome. A questo punto avremmo potuto chiamarci Heavy Rockers, o qualcosa del genere. E’ solo un nome in fondo, sai… per dire, non è che Frankie Goes To Hollywood si chiamavano così perché la loro musica aveva a che fare con Frankie e con Hollywood. D’altro canto la gente può dire: oh vi chiamate 1990s, posso sentire la musica di quegli anni nel vostro nome… cazzate.

Sono scozzesi. Sono buffi. Sono divertentissimi. E ai loro concerti puoi anche ballare. No, non sono i Franz Ferdinand, ma ci siamo parecchio vicini, e non solo per le indubbie assonanze di See You At The Lights, che fa subito pensare a una versione 2.0 della band di Kapranos. Prima di formare i 1990s, quella sagoma di John McKeown era la mente e la faccia – e che faccia! - dei Yummy Fur, art wavers ante litteram dal profondo underground di Glasgow, tra le cui fila hanno militato, in tempi oscuri ma non lontanissimi, anche Alex e Paul Thompson dei FF. Insomma è una lunga storia, in cui alla fine l’unica cosa che davvero stupisce è la lunga attesa che questo irresistibile trio – completato da un altro Yummy Fur, Jamie McMorrow, e da Michael McGaughrin dei V-Twin, compari storici dei Belle and Sebastian – ha patito prima di raggiungere gli scaffali dei negozi con un full lenght.
E’ vero, alla Rough Trade hanno dato priorità alle Long Blondes, e sarebbe un peccato se Cookies venisse scambiato per l’ennesimo surrogato post Franz Ferdinand (promesso, è l’ultima volta che li nominiamo in questa recensione). Perché, si sarà capito, questo disco è un vero spasso.
Uno sberleffo rock and roll inscenato da tre toons depravati, i nipoti cazzoni degli Stones dei ’70, i cugini devastati dei primi Supergrass, gli zii degeneri degli Arctic Monkeys (scegliete voi l’opzione preferita), intenti a seppellire con una risata l’ondata emul wave e tutto quello che ci sta intorno. Le loro armi? Riff secchi e contagiosi, coretti scemi e appiccicosi, liriche comico-demenziali che ironizzano a manetta sul successo e il r’n’r lifestyle (Cult Status, You’re Supposed To Be My Friend), con Exile On Main Street (You Made Me Like It), il Lou Reed glam dei ’70 (Arcade Precint, Switch), Jonathan Richman e gli immarcescibili Fall (Situation) a fornire la materia prima per la colonna sonora di un party a base di alcol, erba e anfetamine. Assolutamente imperdibile. (7.3/10)