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The Zombies - Odessey And Oracle (Columbia Records, 1968)

di Stefano Solventi

Ci sono le cose, e c'è l'ombra delle cose. Ci sono le meraviglie assolute, sfrontate, implacabili, cui se il passato non ha concesso abbastanza arriva in soccorso la nemesi del presente. Poi ci sono fotogrammi che scivolano fuori sincronia, perdono il fuoco, la grazia del fascio di luce. Di questi, se va bene, si parla tra le righe, emergono ogni tanto dal loro brodo di amorevole culto come riferimenti desueti ma spesso inalienabili. Invece, se va male, è il nulla: dispersi nella macina dei giorni come odori di passaggio o un colore troppo presto sbiadito.
Ecco, tra i dischi più sfigati della Storia, Odessey And Oracle è uno a cui è andata abbastanza bene, ma senza esagerare. Nato postumo, il nome storpiato da un refuso tipografico (a cui si pose rimedio tirando in ballo un improbabile calembour con riferimento alle odi shakespeariane), dovette affrontare da solo un mondo assediato da floridi impulsi psych, deliri in boccio e utopie perniciose. Cadde tra ipercaloriche meraviglie quale ingrediente imprevisto, forse intruso, ma niente affatto stonato.
Gli Zombies erano cinque cari ragazzi inglesi, invasati di RnB per come lo stavano rinvigorendo i fervidi compatrioti. Preso atto del talento, la Decca li scritturò nel più o meno disperato tentativo di rifarsi dalla imperdonabile "svista" Beatles (figuriamoci). Tant'è, il salto dal natio Hertfordshire alla vetta delle classifiche USA avvenne in sella al missile terra-aria She's Not There, anno 1964, replicato pochi mesi dopo dall'appena meno fortunato Tell Her No.
Grandi le aspettative, giustificatissime. Ma l'album Begin Here (1965) fallì clamorosamente il bersaglio. Il panico da "one hit wonder", altrettanto giustificato, fiorì spontaneo, e il gruppo - subito scaricato dalla ineffabile Decca - prese a sgretolarsi senza rimedio. L'opera seconda nacque quindi con le stigmate del botto finale, ma di quelli ciccioni, che s'ingoiano ogni altro suono intorno. Presi accordi con la CBS/Columbia, scelsero di perseguire un sound ricco, strutturato, morbidamente visionario.

Correva il 1967, anno di cataclismi e rivoluzioni. I Beach Boys, celestiali e bislacchi, erano maestri nella costruzione di armonie corali. E i Beatles? Date un'ascoltatina - per dirne una - a Because: dei mostri, nientemeno. Ebbene, gli Zombies affrontarono la questione senza alcun timore reverenziale, smerigliando le corde vocali tra penombre chiesastiche e fumi d'incenso, tanto che un quadretto bucolico e risoluto come Changes sbaraglia le coordinate spazio-temporali che è un piacere, il ritornello di Maybe After He's Gone è tutto un baluginare di declinanti chimere californiane, mentre in Brief Candles gli svolazzi in picchiata obliqua sfiorano i fratelli Wilson e i primi Fab Four per condurci direttamente al sogno allucinato dei Pretty Things.
Se dunque l'apparato canoro poteva ben dirsi prezioso (e legittimamente pretenzioso), l'accompagnamento orchestrale sfarfallava vivido e ricercato (clavicembalo zampettante e basso profondo nell'umorale I Want Her She Wants Me, organo, mellotron, delay di chitarra e vocoder in Beechwood Park, nudità di piano sulle fantasmagorie vocali di A Rose For Emily): amazing, direbbero da quelle parti.
E le canzoni? Sbocciano una ad una frizzanti e saporite, alternando umori e cifre stilistiche senza mai mollare la presa da una calda trepidazione formale: vedi il disinvolto siparietto di This Will Be Our Year - quasi un frutto acerbo della Band - o l'impertinente schiudersi melodico - petalo dopo petalo - dell'iniziale Care Of Cell, dove il RnB inforca surf cosmici e i Beach Boys si danno appuntamento in nebulosi pomeriggi Left Banke, oppure il colpo di coda black della conclusiva Time Of The Season, il cui campionario di luoghi comuni svapora tra gli intriganti assolo d'organo e nella stupenda sospensione del chorus.
Anche una frivolezza assoluta come Friend Of Mine, vi dico, con tutto il suo corredo tra lo sbruffone e il nostalgico di espedienti Kinks e trovate Who, finisce per adempiere benissimo al gioco d'insieme.
Poi c'è Butcher's Tale, e qui la cosa si fa seria: un canovaccio folk spennellato di gotiche gettate d'organo, rabbrividenti decolli di mellotron, carola melodica in elevazione sul ritornello, un diffuso sentore di parodia e genuino raccapriccio, disorientamento, apparizioni, lo spettro di un futuro incombente col suo carico di carneficina industriale che il rock canterà negli anni con voce sempre meno accomodante e - ahinoi - speranzosa. Può sembrare, questa canzone, un giochino da poco, e invece è la bandiera che segnala il punto a cui gli Zombies erano arrivati e dal quale - casomai il destino fosse imparentato con la ragione - avrebbero potuto e dovuto ripartire: una creatività bizzarra e visionaria, maligna e favolosa, sghemba e imprevedibile, quindi libera di specchiarsi nel proprio caleidoscopico liquore.
Ma il destino ha la testa vuota, e le mani sistematicamente indaffarate altrove. Voglio dire, preso atto di tutta la meraviglia appena riferita, la Columbia si rifiutò di pubblicarla. Sembra fantascienza, non lo è. Roba da discografici. Fortuna volle che passasse da quelle parti un certo Al Kooper: altre orecchie, altra sensibilità. La sua sponsorizzazione del singolo Time Of The Season nel circuito radiofonico USA, vista da qui, ha del commovente: un gagliardo numero 3 in classifica (la nemesi che fa capolino) ne ripagò l'impegno e la passione. Corse in fretta ai ripari la Columbia, ma la stampa di Odessey And Oracle avvenne fuori tempo massimo: il gruppo era ormai uno specchio rotto, i frammenti sparpagliati. Fu il parto meschino di un disco meraviglioso, dolce rimbrotto ai ghiribizzi del fato.

01. Care Of Cell
02. A Rose For Emily
03. Maybe After He's Gone
04. Beechwood Park
05. Brief Candles
06. Hung Up On A Dream
07. Changes
08. I Want Her She Wants Me
09. This Will Be Our Year
10. Butcher's Tale
11. Friends Of Mine
12. Time Of The Season
Chris White - Bass, Vocals, Producer
Rod Argent - Organ, Piano, Keyboards, Vocals, Producer, Mellotron
Colin Blunstone - Vocals
Paul Atkinson - Guitar
Hugh Grundy - Drums