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Dopo il tira e molla di voci e smentite degli ultimi mesi, non ci credevamo quasi più. E invece eccolo, il nuovo album degli Who. Che è davvero un album nuovo di zecca – ogni riferimento ai Beatles è puramente… voluto -, registrato a singhiozzo dai superstiti Townshend e Daltrey negli ultimi quattro anni.
Specie ora che anche John Entwistle ha detto addio a questo mondo, viene naturale chiedersi quanto sia opportuno che i due calchino ancora le scene. Ma poi ci si ricorda che Sir Macca ancora riempie stadi in tutto il mondo, Brian Wilson viene salutato come un dio ad ogni apparizione, Gilmour e Waters continuano ad accumulare punti… e se perfino quegli altri “vecchiacci” degli Stones non ne vogliono proprio sapere di mollare l’osso, seguiti a ruota dagli incredibili ritorni di New York Dolls e Cat Stevens, allora tutto diventa possibile, anche un nuovo disco degli Who. Che arriva ben ventiquattro anni dopo It’s Hard e, confrontato con l’intero periodo post-Moon - quando dietro i tamburi c’era Kenny Jones - , non sfigura neanche troppo (impresa comunque facile).
Ancor prima che un sell-out - in senso letterale, senza riferimenti al disco del 1967 – per giustificare la presenza di Pete&Roger sui palchi, Endless Wire è infatti un tentativo di aggiornare alla contemporaneità la formula da sempre prediletta dalla band. Una rock opera alla Tommy o Quadrophenia, per capirci, in uno stile che, pur più soft e folk oriented, non disdegna richiami a Who’s Next. Che l’autoreferenzialità fosse il carburante principale del progetto non è certo un mistero, già dai tempi di Who Are You?; non stupisca quindi che l’attacco di Fragments sia una citazione spudorata di Baba O’Riley, che Mike Post Theme e Mirror Door suonino come surrogati del più tipico epos quadrofenico o che Black Widow’s Eyes si regga su progressioni armoniche e chitarristiche uscite direttamente dal masterpiece sul pinball wizard.
Continuità stilistica garantita, certo, così come un fin troppo facile effetto nostalgia; ma quello che ci vuole realmente in casi come questo è della sana e buona ispirazione. Che onestamente vuole esserci, se la prima parte dell’album si basa su un recente racconto di Townshend, The Boy Who Heard Music (nello stile dell’abortito Lifehouse), e la seconda è una mini-opera di dieci brani chiamata Wire And Glass, in cui il Nostro aggiorna i suoi temi di sempre all’era di Internet. E un paio di colpi vanno anche a segno, vedi una God Speaks Of Marty Robbins che sa del Neil Young più intimo, o l’invettiva dylaniana A Man In A Purple Dress (ispirata al recente scandalo che ha visto Townshend accusato di pornopedofilia); allo stesso modo non si possono che allargare le braccia di fronte alla pura e semplice bruttezza di In The Ether (in cui Pete si produce in un growl alla Tom Waits) e It’s Not Enough, o di fronte a un puro riempitivo come Two Thousand Years…
Per farla breve, gli Who targati 2006 non sono altro che gli Who di sempre, soltanto inesorabilmente invecchiati. Non benissimo, ahimé. (5.9/10)

Incidenti, li chiamano. Quando quello che è successo ai redivivi Townshend & Daltrey – e ai circa 12000 avventori profumatamente paganti – nella loro unica e attesissima data italiana potrebbe benissimo rientrare sotto la voce “collera divina” / “fato funesto”. O, meno omericamente, “sfiga pazzesca”. Ma andiamo con ordine, come si dice in questi casi. Anzi, no, partiamo da quella frase pronunciata dal buon Pete quando, dopo sole cinque cartucce sparate, la furia degli elementi si scatena su Verona sotto forma di un violento nubifragio, che costringe presto gli sventurati astanti a cercare rifugio tra le arcate dell’antico circo romano. “This is the first time it rains on me. It is supposed to rain on you!”, urla un Townshend quasi divertito quando le gocce, complice il vento galeotto, colpiscono anche lui e tutta la strumentazione sul palco. Come dire: questo non dovrebbe succedermi, perché – per dirla come il Marchese del Grillo- “io so’ io (la rockstar) e voi nun siete un cazzo” (o meglio, siete i poveracci che avete pagato un minimo di 54€ per vedermi suonare). Che poi, a quanto pare, lo stesso Pete spingerà da subito per far fronte all’inconveniente e riprendere lo show, ma è bello pensare che il ragazzaccio dentro di lui si sia fatto sentire ancora una volta. In ogni caso, concerto interrotto per più di un’ora, con l’angoscia incombente che tutto sia già finito. Ridere o piangere, in questi casi, non fa differenza.
E dire che l’avvio era stato al cardiopalmo: I Can’t Explain, The Seeker, Substitute, Fragments da Endless Wire (concessa, e live ha anche un suo senso), Who Are You, con il vecchio Roger per nulla domo a far roteare il cavo del microfono come solo sa lui, e l’eterno Pete a infliggere i classici colpi “a mulinello” alla Stratocaster d’ordinanza. Roba da restarci secchi solo a vederlo, altrochè, e al diavolo tutti gli scrupoli di questo mondo su reunion come questa e i soliti discorsi sui dinosauri “bolliti” e bla bla bla. Con una band così, poi, - i rimpiazzi di lusso Pino Palladino e Zak “Starr” più il fratellino di Townshend, Simon, alla chitarra e il veterano John “Bunny” Bundrick alle tastiere -, ci si dimentica di tutto.
Senonché, arriva la natura a cercare di ristabilire il suo ordine (o caos, che poi è uguale quando si parla di elementi, no?). Perché – non è certo finita qui, che credevate – quando i due tornano sul palco, accade l’ineluttabile: Behind Blue Eyes non arriva neanche a sbocciare che la voce di Daltrey si incrina impietosamente su “but my dreeeams they aren’t as empty…”. L’umidità della serata veneta ha fatto il suo sporco, diabolico lavoro. Stizzito, il frontman si sfila l’acustica e corre nei camerini.
A questo punto, stati d’animo contrastanti s’impossessano di un pubblico ormai attonito, generando una certa schizofrenia – che non è quadrofenia, ma è pur sempre un buon inizio. “In pensione, subito, e per sempre”, pensa il cinico bastardo. “Non posso vedere Roger Daltrey così. Mi fa quasi tenerezza. Potessi salirei sul palco e lo abbraccerei”, pensa il fan dal cuore spezzato. “E’ la fine”, pensano un po’ tutti. E invece no: dopo un altro balletto di scuse e indecisioni, quando ormai ogni speranza sembrava del tutto svanita e la pioggia continuava a battere inesorabile, si diffondono le note di Let’s See Action (una chicca, tra l’altro). Roger è lì, sofferente e praticamente afono, ma fa il meglio che può, cimentandosi perfino in Baba O’ Riley, My Generation e The Real Me. E’ però Pete che su Magic Bus, The Kids Are Alright e Pinball Wizard recupera vistosamente il punteggio; d’altronde gli Who non sono stati quasi sempre una cosa sua? Pur roco e fioco, sarà comunque Daltrey a chiudere la partita, dando il definitivo colpo di grazia alla sua ugola nell’urlo finale di Won’t Get Fooled Again. Pubblico per la maggior parte riconquistato (con tanto di commovente abbraccio finale tra i due), e risultato portato a casa.
Chi ha vinto, allora? Il mito immortale del rock che sconfigge il destino avverso o le ciniche regole dello showbiz che impongono che il malloppo sia comunque incassato? Nel dubbio, se mai voleste vedere gli Who dal vivo - è pur sempre un signor show -, consigliamo vivamente una venue al chiuso. Sia mai la natura si ribelli un’altra volta.