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Ultravox!

di Giancarlo Turra
I Roxy Music scontratisi con Kraftwerk e Neu! sull’autostrada M1. L’irruenza del punk e la tecnologia kraut per tramite di Bowie in combutta con Eno all’ombra del Muro. Sonorità per prospettive metropolitane. Ci sono stati anni in cui il nome Ultravox! era sinonimo di un cuore umano celato tra macchine apparentemente fredde.
This Heat

Ultravox Mon Amour

di Giancarlo Turra

L’Inghilterra presa d’assalto da Pistols, Clash e compagnia bellissima è una nazione in decadenza, impero e prestigio della potenza che fu ormai solo pura nostalgia. In realtà, paura e alienazione sono sentimenti diffusi in tutto l’occidente lungo gli anni Settanta, nei quali l’ottimismo del “decennio favoloso” è stritolato dai meccanismi del sistema, le crisi energetiche e il terrore dell’olocausto nucleare. Scenari urbani che furono preconizzati anni prima sulla carta da Huxley, Orwell e Ballard sembrano divenire realtà della più agghiacciante, si possono toccare con mano nella desolazione delle aree suburbane di New York e Londra o nelle aree più industrializzate del pianeta. Questo l’humus che fa crescere l’adeguatamente malefica pianta del punk, capace della scossa che sappiamo e di succosi frutti discografici, nonché di quel “posteriore” sviluppo che sviscererà – facendone un tema ricorrente – le angosce di cui sopra.

Quando si compilano liste dei più importanti gruppi new wave, gli Ultravox! si fanno notare per la loro assenza: su di loro ha pesato infatti l’aver intrapreso, all’inizio degli Ottanta, una carriera devota a un pop elettronico gonfio d’epico romanticume a buon mercato, ma già siamo alla fine di questa vicenda e pertanto non precorriamo gli eventi. Ci sono stati anni, brevi ma intensi, in cui il loro nome era – ed è a maggior ragione tuttora, in pieno revival della “nuova onda” - sinonimo di un cuore umano palpitante celato tra macchine apparentemente fredde, di un equilibrio tra l’irruenza del punk e la tecnologia “kraut” per tramite di Bowie in combutta con Eno all’ombra del Muro. Sonorità adattissime a fungere da colonna sonora per prospettive metropolitane perché colà concepite. I Roxy Music scontratisi con Kraftwerk e Neu! sull’autostrada M1, insomma, nonché il “dopo punk” prima che questi si fosse esaurito. Quasi tre decenni di mezzo da quell’epoca e ancora niente rughe sui loro tre primi album: quale miglior pretesto per riascoltarli, allora, meglio se approfittando delle nuove ristampe in digitale, rimasterizzate e dal prezzo abbordabile, corredate da libretti ricchi di note informative e appetitoso materiale iconografico.

Ai primordi ci furono i Tiger Lily, effimera risposta alla noia londinese di metà ‘70 assemblata dal cantante Dennis Leigh (lineamenti da Malcom McDowell un po’ teppista urbano e un po’ dandy: in realtà studente d’arte folgorato dal Futurismo) col violinista Billy Currie, il chitarrista Steve Shears e la sezione ritmica composta da Chris Cross al basso e Warren Cann alla batteria. L’epoca storica porta in dote l’ispirazione del glam più raffinato e intellettuale (Bowie e il primo Ferry punti di riferimento vocali di Leigh, nel frattempo rinato John Foxx) e l’anelito sperimentale avanguardistico del miglior rock di scuola germanica; la propulsione ad alzarsi dalla sedia fu invece pura cortesia delle Bambole di New York, viste esibirsi alla televisione. Il primo singolo – raro e bruttino – serve giusto a capire la necessità di una svolta e investire le 300 sterline ricavate in un sintetizzatore, subito affidato alle abili mani – background classico che emerge - di Currie.

Mossa azzeccata, che imprime alla band una spinta innovativa, temperando il gelo di parsimoniosa elettronica e distacco vocale con irruenza chitarristica e contorcimenti di archetto. Una musica dall’eminente impronta modernista ed europea, fin da subito, il cui ascolto rivela allo stesso momento le radici e il gusto peculiare. Si sfrutta il momento anche per un cambio di ragione sociale, adottando quell’Ultravox! tenuto fino alla fine (all'incirca: nel loro periodo peggiore si faranno chiamare U-Vox…), dal mai ben chiarito significato e omaggiante la coppia Dinger-Rother nel punto esclamativo apposto in coda. Una serie di intensi concerti nel fitto circuito underground di Londra li mette in risalto, e mentre infuria l’uragano punk, tra i contendenti la spunta la Island di Chris Blackwell.

Il nome della band fa bella mostra di sé sull’omonimo album d’esordio, modellato con tubi al neon fluorescente sotto al quintetto, indeciso se rifarsi alle atmosfere di For Your Pleasure o alle pose di La Düsseldorf. In cabina di regia siede - a fianco di un giovane Steve Lillywhite – l’uomo del momento, quel Brian Eno che rende il gruppo partecipe delle sue innovative modalità di affrontare strumenti e composizione: puntare a un suono e poi adattarsi a quanto emerge dal processo creativo.

Il risultato è un colpo inatteso per il freddo inizio del 1977, liriche ballardiane che da incombente presagio divengono realtà, fatta di uomini macchina che s’aggirano il sabato notte per una “city of the dead” dal caracollare Johansen-Thunders e le pile inacidite, poi stentano nella “vita alla fine dell’arcobaleno” squadrata ma con defilate tastiere da chiesa. Slip Away è Ferry che glassa il suo cuore fifties in linee slanciate, che i primi Simple Minds sogneranno senza mai avvicinarvisi. L’esplicativa I Want To Be A Machine porta sul luogo del delitto spettri che entrano ed escono da tubi catodici, tallonati da un violino che squarcia il brano e ne getta via i pezzi tra incubi d’un Fripp balcanico.

L’eco dei lustrini bowiani riemerge nella baldanza falsamente cheap di Wide Boys, e Dangerous Rhythm avanza come un reggae mutante mentre la candeggina satura l’aria. Scavalcando la discreta parentesi The Lonely Hunter, i cinque salutano con due classici assoluti: la mutazione folk wave The Wild, The Beautiful And The Damned e il piano di My Sex, alienato riflettere che diviene pian piano constatazione amara, rischiarata da una fioca luce elettrica. (La ristampa in cd offre in più un pugno di incisive tracce dal vivo: Slip Away, The Wild, The Beautiful And The Damned, My Sex e la discreta Modern Love).

Pubblicata a quarantacinque giri, My Sex riscuote un discreto successo britannico e, siccome in quei giorni se hai qualcosa da dire non sprechi il tuo tempo, l’ottobre dello stesso anno recapita un altro trentatrè giri del gruppo. Ha! Ha! Ha! è un capolavoro che mette a fuoco anche quel poco d’indeciso che si trascinava nel debutto, pertanto il miglior disco della band, compatto, articolato, offerto senza eccedere in irruenza né orpelli. Schiaffeggia il glitter col punk per The Frozen Ones e declina electrobilly iper-accelerato con ROckWrok, dipinge epica modernista su Artificial Life e dipana un violino di scuola King Crimson dentro gli ambienti cangianti di Distant Smile. Presente anche nell’ipotetico Ziggy berlinese che anima While I’m Still Alive, lo strumento di Currie si bilancia perfetto con tutti gli altri grazie a una stupefacente maturità.

La stessa che permette di partorire gioielli epocali come l’incalzare fumigante di The Man Who Dies Everyday e, sopra ogni cosa, un incantesimo di tastiere radenti e sax romantico che incornicia la melodia indimenticabile di Hiroshima Mon Amour, pellicola mentale di Foxx composta senza aver mai visto l’omonimo titolo del regista Alain Resnais. Un caposaldo, in definitiva, e il punto di partenza migliore per accostarsi alla formazione, specie nella nuova versione in cd che arricchisce la scaletta col singolo Young Savage (affilata innodia punk), riproposto anche in versione “live” come The Man Who Dies Everyday (di cui è presente anche un “alternate mix” più ruvido). Completano il rimpolpato piatto la breve Quirks (un ricalco cibernetico di So Sad About Us degli Who) e una Hiroshima Mon Amour assai distante da quella poi finita su lp. Priva di sassofono e con violino, batteria e chitarre a farla da padrone, mostra discendenza diretta da Virginia Plain dei Roxy Music, e ciò nonostante rifulge di luce accecante.

Come spesso accade, le platee ancora non sono sufficientemente ricettive e così s’insinuano crepe nell’armonia di gruppo. Si temporeggia col pregevole e.p. dal vivo Retro fino al gennaio 1978, dopo di che a Shears è dato il benservito: gli subentra Robin Simon quei dieci giorni prima di partire tutti per un tour europeo. Il passo successivo è l’ultima carta rimasta da giocare per far saltare il banco: Systems Of Romance viene concepito in Germania assieme a Conny Plank, e l’uomo ombra di buona parte del krautrock presenzia a chiudere un cerchio. La copertina ostenta segnali di cambiamento ovunque, perché adesso ci si chiama solo Ultravox e sono stati buttati gli abiti decadenti, a favore di austere mises che saranno presto neoromantiche, manco a dirlo con quell’anticipo che lascia critica e fan spiazzati e divisi. Lo stesso fa la musica, adesso più algida, con il violino scomparso e la sei corde acquietata su tappeti di tastiere equilibratissime e compattezza ritmica “motorik”. Someone Else’s Clothes e I Can’t Stay Long sono le intuizioni dell’anno prima sotto sedativo o, se preferite, dei La Düsseldorf più sereni, laddove il magnifico apripista Slow Motion sferza un vento di brividi su panorami impalpabilmente malinconici.

Al tempo in parecchi non gradirono la svolta “mitteleuropea” e ancora da più parti si persiste nel considerarla un fallimento, ma a chi scrive lo sforzo di rendere più potabile la proposta smussando angoli e asperità pare tuttora ben più che semplicemente decoroso. Vero: cose come Blue Light paiono spianar la strada a Enole Gay e Ragazze Da Film, ma la classe rimane inarrivabile, e altrettanto la distanza che la separa da chi ricopiò intascando fior di soldoni. Con i doverosi distinguo, il cambio di pelle fu coerente quanto quello a noi vicino tra El Guapo e Supersystem: i Kraftwerk addizionati di chitarre del singolo autunnale Quiet Men sono lì a eterna attestazione, come la straziante e conclusiva Just For A Moment, la voce così estranea alla musica che pare muoversi nell'aria soprastante (Plank la fece cantare a Foxx di mattina presto, in un granaio nei pressi dello studio). Come una meccanica Dislocation dal cuore che si volge all’Asia, come una Maximum Acceleration che trasporta Bowie da Heroes a Scary Monsters, come gli incongrui accenti “mod” dell’esuberante When You Walk Through Me. (La riedizione aggiunge la battente cantilena inedita Cross Fade e una gustosa Quiet Men elettro poppizzata.)

Poiché di incrementi nelle vendite ce ne sono, ma non quanto si sperava e malgrado la presenza al festival di Reading, l’etichetta molla il gruppo a capodanno del 1978. Eccessivo l’anticipo su eleganti manichini, gotici emaciati e falsi intellettuali tecnologici pagato dai nostri, che sulle prime non si perdono d’animo e si auto finanziano una visita oltreoceano. Faranno il tutto esaurito in ogni data , a New York per vederli faranno la fila personalità come Jean Michel Basquiat e un giovane Vincent Gallo.

Foxx ha comunque la testa da tutt’altra parte, e al ritorno saluta per intraprendere la carriera solista, ricca di soddisfazioni artistiche (almeno una piccola grande meraviglia in carniere: The Garden) ma non economiche. O meglio, non quante ne raccoglieranno coloro che nel frattempo han preso nota, come il reo confesso Gary Numan: Simon trova rifugio nei Magazine e i resti del gruppo convocano Midge “baffetto” Ure a prendere il comando delle operazioni. Questi viaggerà senza scalo dai Rich Kids ai piani alti delle classifiche, mentre gli esiti artistici coleranno a picco fino a sfiorare e poi oltrepassare il ridicolo. Per quanto ci riguarda, la storia si chiude con l’ultima frase intonata da Foxx in Just For A Moment, a rileggersela oggi profetica ed esplicativa: “Quando le strade saranno tranquille, ce ne andremo via in silenzio.