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Syd Barrett

di ©2003 Martino Lorusso, Stefano Solventi e Edoardo Bridda
Tralasciando i fatti relativi alla vita che non abbiano relazione con l'esperienza artistica, si percorreranno i momenti più significativi della carriera solista di Syd Barrett, l’art-rocker di Cambridge che così profondamente influenzò generazioni di musicisti.
Foto: Syd Barrett

Strategia d'implosione

di Stefano Solventi

Era il 1967 – il fatidico 1967, da cui il rock uscirà irreversibilmente cambiato – quando fece la sua comparsa sugli scaffali The Piper At The Gates Of Dawn, forse il più importante album di psichedelia inglese d’ogni tempo. Anzi, togliamo il forse.
Cosa dite, togliamo pure “inglese”? Tant’è, la sostanziale anarchia compositiva trascendeva con feroce lucidità i dettami di folk e RnB, diluendoli o polverizzandoli attraverso la flemma allucinata di folgoranti escursioni vaudeville, brandendo filastrocche e ballate medievali come una chiave attraverso la stupefacente insidia dello specchio, immergendosi - fino ad annegarvi la ragione - in quell’ingenuità bislacca e scellerata che rendeva ancora più sconcertanti i decolli senza apparente approdo di Astronomy Domine e – soprattutto - di Interstellar Overdrive.

Niente, davvero niente che da allora possa vantare geni “psych” nel DNA potrà prescindere queste dieci tracce, a cui oltretutto non mancheranno di guardare – e quanto! – sia il kraut motoristico che quello dei cavalieri cosmici, con tutto il corollario che vi potete immaginare.
Dieci tracce dunque, di cui ben nove a firma Syd Barrett, e non lo scrivo certo per sminuire il peso degli altri Floyd nell’economia di quella prima straordinaria fase del quartetto. Però è un fatto che nei loro primi tre anni di vita quasi tutto ciò che usciva dal cilindro Pink Floyd era farina del sacco di Barrett – nel conto sono compresi i singoli che li imposero quale fenomeno della scena londinese, la beffarda Arnold Layne e la fanciullesca acidità di See Emily Play – del quale gli altri assecondavano l’estro puntellandolo con strutture sì ipnotiche ma ben più studiate e “consapevoli” (vale tanto per la pulsazione ritmica quanto per le tessiture tastieristiche, mentre nell’unica traccia a firma Waters del Piper - Take Up Thy Stethoscope And Walk – affiora una visione allucinata e corrosiva ma chiaramente studiata, dal passo lungo, per nulla desiderosa di sparare le cartucce tutte in una volta).

Un album di debutto dunque che sembra una consacrazione, tanto lucida e definita emerge la cifra sonora, la cui forza evocatrice, così bisognosa di spazi e disinvolte circonlocuzioni mentali, poteva ben dirsi inaudita. A tale scopo i quattro si gettarono con febbrile intraprendenza su tutti i mezzi messi a disposizione dalla EMI: clavicembali, hammond, farfisa, echo box, distorsori d’ogni ordine e grado, vibrafoni e un banco del mixer molestato – indovinate da chi? - senza troppo riguardo né criterio (beh, quello che non accade in Astronomy Domine, i cursori ubriachi, gli strumenti ondeggianti tra un canale e l’altro…). So che oggi sembra incredibile, ma tanta lucida oltranza poetica ebbe un immediato riscontro commerciale, moltiplicando le richieste per concerti ed apparizioni televisive. Altri tempi, altri tempi…

Di fronte a tutto questo, Syd prese l’unica decisione coerente col proprio imprendibile genio. Scelse di implodere. La chitarra suonata come un ebete, il mutismo di fronte alle telecamere, d’improvviso eccolo non-musicista, non-artista, incapace di esprimere e comunicare. Apatico, catatonico. Si ritrasse, dileguò, svanì. Dite che fu una scelta ben poco meditata, piuttosto una frittura di cervello condita con LSD e Mandrax? Certo, questo è quello che tutti noi sappiamo. Quello che sta scritto, comprovato e accettato.
Tuttavia, pensare a quel Barrett in grado solo poche settimane prima del tracollo di sostenere senza eccessivi problemi – a parte le consuete bizzarrie organiche al personaggio - tour de force in sala d’incisione alternati ai consueti intensissimi light show nei club della City, aggrappato e armonico al proprio tempo come un diapason incandescente, innesca angosciose e intriganti tentazioni. Fa cioè venire voglia di crederlo perfettamente capace del più estremo gesto artistico (che non è ne sarà mai il tragico escapismo del suicidio), di ammutolire volontariamente i pensieri, accecare le visioni, frantumare il diamante piuttosto che consegnarlo all’inevitabile dissiparsi nella macina dei media.

Capisco e accetto la natura illusoria di questa supposizione, eppure confesso di non riuscire ad escluderla fino in fondo, soprattutto alla luce dei due album solisti pubblicati nella magnifica cuspide tra i sessanta e i settanta, di cui si racconta con dovizia di particolari nell’articolo che segue. In essi, Roger Keith “Syd” Barrett intravide la possibilità di tornare ad una qualche purezza espressiva e – raccolte le energie, la residua lucidità, gli amici più fedeli - realizzò la sinopia della propria astrusa poetica, una strategia d’altrove che obbligava ad uno sguardo di sbieco sulle cose, scorci di rivelazione naif che la sua testa sul punto di perdere il controllo – nudi i nervi e scoperti i muscoli, la fragile sensibilità e la spietata chiarezza dello sguardo - ci ha consegnato meravigliosi e meravigliosamente fragili, vibranti d’incompiutezza, spiragli su toccanti e profondissime ferite, ancora oggi in grado di straziare e schernirci, ancora oggi modello di intransigente individuazione artistica, luce e riflesso di una sensibilità imprendibile. Anche, e purtroppo, a se stessa.

Dall’abbandono dei Pink Floyd ad Opel

di Martino Lorusso

La carriera solista di Syd Barrett ha inizio il 13 maggio del 1968, un mese dopo l’abbandono (allontanamento) ufficiale dei Pink Floyd annunciato alla stampa il 6 aprile. Peter Jenner, amico e manager di Syd ha intenzione di registrare alcuni nuovi pezzi di Barrett nel tentativo di trarne un album, così prenota lo studio 3 di Abbey Road. Le nuove composizioni sono rappresentate dalla saga indiana Swan Lee (Silas Lang) e dalla traccia strumentale Lanky, che rimanda alle improvvisazioni dei primi tempi con i Floyd. Vengono provate anche l’introspettiva e cupa Late Night, un’incantevole versione strumentale di Golden Hair e una prima take di Clowns and Jugglers, che sarà successivamente incisa col titolo di Octopus. Le session durano alcuni giorni al termine dei quali la EMI, entrata in possesso del master, si rifiuterà di produrre il progetto in quanto “inaccessibile” al grande pubblico.

A distanza di circa un anno da questi primi timidi tentativi, Barrett contatta la EMI e chiede di poter registrare del nuovo materiale. La proposta viene accolta con favore da Malcolm Jones, amministratore della progressiva Harvest, neonata sotto-etichetta legata alla major.

Per volontà dello stesso Syd, la produzione viene inizialmente affidata proprio a Jones ma a metà delle registrazioni gli subentreranno David Gilmour e Roger Waters per concludere il lavoro.

Copertina: The Madcap Laughs
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The Madcap Laughs (Harvest, 3 gennaio 1970)

di Martino Lorusso

The Madcap Laughs - titolo tratto da un verso di Octopus - mostra un artista più introspettivo, diverso della mente vulcanica che aveva concepito il manifesto dell'underground giovanile The Piper at the Gates of Dawn, l'indiscusso capolavoro della psichedelia britannica.
Madcap
è un disco di Barrett su Barrett, che riflette in ogni passaggio, in ogni singola nota, la personalità poliedrica e sofferta del proprio autore.

Questo non implica, come si potrebbe immaginare, un appannamento della vena creativa dell’artista, al contrario, in questa sede, vengono percorse nuove strade fino ad allora inesplorate (o appena sondate). Madcap è una raccolta di canzoni suonate con una naturalezza disarmante, dove il termine canzone assume connotazioni e caratteristiche nuove, speculari d'una visione dell’arte unica qual'è quella del "pifferaio" di Cambridge. È la costruzione armonica a venire svuotata, demolita dall’interno e ricostruita in una forma assai stilizzata, essenziale e spigolosa, ma al tempo rivestita di morbida ingenuità e, a tratti, d'infantile ludicità.

Presso gli studi 2 e 3 di Abbey Road, vengono registrati tutti i pezzi secondo un medesimo schema: prima la parte di Barrett da solo, voce e chitarra (la sua Fender Telecaster Esquire blu notte non amplificata), successivamente  le sovraincisioni di quelle relative agli altri strumenti (chitarra slide, basso, organo, batteria, percussioni e vibrafono). Molti i musicisti che partecipano al disco più o meno attivamente (senza peraltro essere citati nei crediti, perché a contratto con altre case discografiche), tra questi ricordiamo: Mike Ratledge all’organo, Hugh Hopper al basso e Robert Wyatt alla batteria, dei canterburiani Soft Machine; inoltre, Willie Wilson (Quiver) e Jerry Shirley (Humble Pie), vecchi amici di Barrett. Tra i nomi non certi figura Rick Wright, che prenderà parte anche alle registrazioni del successivo Barrett (1970).

Alla dolce e trasognata Terrapin fanno da contraltare pezzi più elettrici come No Good Trying, con una trascinante batteria (Robert Wyatt) in primo piano e un basso (Hugh Hopper) assai slegato, grazie ai fraseggi melodici, dallo stile free dei "Soffici". Sulla stessa lunghezza d’onda, la caotica No Man’s Land, traccia percorsa da una noiseggiante chitarra effettata che si dissolve nello stralunato parlato di Barrett sul finale. Love You  è un’agile filastrocca impreziosita dal jangle piano di Mike Ratledge. Tra le composizioni più interessanti figura la deliziosa Here I Go col suo incedere rilassato e il suo sapore old-style, che Syd - secondo quanto afferma Malcolm Jones - scrive in studio nel giro di pochi minuti.
Jones, contrariamente alle dicerie circolanti in proposito all’epoca, sostiene che Barrett era in buone condizioni mentali durante queste session. La registrazione del disco rappresentava una sfida per lui, la dimostrazione a sé stesso e al pubblico che poteva ancora scrivere grande musica dopo il duro colpo per il prematuro allontanamento dai Floyd. D’altra parte, la delusione di quei giorni - e il senso di straniamento dalla realtà - sono ben evidenti nella cupa e sconcertante Late Night, un brano composto l'anno precedente, con la supervisione di Jenner, proprio all'indomani dalla defezione del gruppo; lì, tra le strofe, uno sconsolato Barrett cantava con voce spezzata: “Inside me I Feel Alone and Unreal…”.

Le restanti tracce dell’album sono prodotte, di comune accordo con l’amministratore della Harvest, da Dave Gilmour e Roger Waters, i quali subentrano a Jones secondo esplicita richiesta di Syd. Ciò avvenne non perché Barrett sia insoddisfatto dal lavoro svolto, tuttavia, quel che ne viene fuori non è propriamente all’altezza della precedente metà dell’album e mostra un evidente senso di incompiutezza che può essere attribuita, in parte, alla fretta e discontinuità con cui vengono registrate le session distanziate di oltre un mese tra loro (12-13 Giugno e 26 Luglio).
Gli impegni dei due Floyd, occupati nel missaggio del nascente Ummagumma e alcuni concerti svolti in Olanda nel mese di Luglio, tolsero molta energia al progetto e questo è evidente, se si escludono Octopus e Golden Hair, le uniche per cui si possa parlare effettivamente di “produzione”, nelle restanti tracce, prive di sovraincisioni (se si eccettua l’organo in Long Gone) con Barrett solo accompagnato soltanto dalla chitarra.

Canzoni scarne, grezze e assai dirette mostrano un artista che non ha il pieno controllo dei suoi mezzi: Syd è spesso insicuro nelle parti vocali, a volte non è propriamente intonato e quasi sempre è caotico e irregolare nella scansione ritmica. Si ascoltino, ad esempio, il cantato stravolto di Dark Globe e la straziante If it’s in You le cui false partenze, lasciate da Gilmour nella versione definitiva come si usava fare all’epoca, nulla aggiungono artisticamente al brano.
La disincantata analisi della propria alienazione è evidente in pezzi come Long Gone dove la tensione crescente è sottolineata dalla tecnica del "Double Tracking" sulla voce (che in un canale è un’ottava sopra); squarci d'emotività emergono negli affreschi di She Took a Long Cold Look e in Feel, vera e propria istantanea della precarietà e instabilità mentale di Barrett. Eppure, bastano le illuminazioni della incantevole e fragilissima Golden Hair, una poesia di James Joyce messa in musica da Syd ai tempi dei Floyd, e la vivace e immaginifica Octopus, a darci un saggio dello straordinario talento di Barrett, a prova di quanto fosse capace l’artista nei suoi momenti di maggiore ispirazione e controllo di sé.

Nel complesso, Madcap appare, come lo stesso Jones osserva con un pizzico di delusione per il lavoro di produzione svolto da Gilmour, un album “frammentario e disomogeneo” che mostra i due volti di Barrett, il suo genio come pure la sua follia.

L’artwork del disco è affidato ai vecchi amici designer Storm Thorgherson e "Po" Powell, e al fotografo Mick Rock. La copertina ritrae Syd accovacciato nel suo disadorno appartamento di Earl’s Court su un pavimento dipinto per l’occasione di vivaci strisce arancione e viola dallo stesso musicista. Altre foto, all’interno e sul retro mostrano ancora Syd in svariate pose con una ragazza dai tratti orientali nuda sullo sfondo, Iggy the Eskimo. Il lato divertente della situazione è che l’idea per quegli scatti non è opera dei designer, né di Mick Rock, l'occasione si è infatti presentata da sola quando quest'ultimo si presentò a Earl’s Court per la session fotografica e fu accolto da un Syd in pigiama chiaramente non memore dell’appuntamento in compagnia della sua ultima fiamma completamente nuda!

Il risultato finale fu davvero magico e artistico, perfettamente speculare e raffigurativo del contenuto del disco.

Preceduto dal singolo Octopus (con Goldain Hair sul lato B), messo sul mercato per il periodo natalizio, The Madcap Laughs viene pubblicato nel gennaio del 1970 ricevendo il plauso della critica, oltre che un ottimo riscontro tra gli ascoltatori. Il disco raggiunge nel giro di otto settimane le seimila copie vendute in Gran Bretagna a riprova della considerazione e dell’affetto di cui Syd ancora godeva tra gli appassionati di musica.

Il 24 febbraio Barrett, accompagnato da Gilmour e Shirley, si esibisce in una performance dal vivo per il programma radiofonico condotto dal mitico John Peel - Top Gear -. Oltre a una Terrapin velocizzata e arricchita di backing vocals di piperiana memoria, il gruppo esegue Gigolo Aunt, Baby Lemonade e la filastrocca innocente e visionaria  di Effervescing Elephant (scritta da un Barrett appena sedicenne), nuove canzoni che appariranno nell’album successivo con l'unica eccezione di Two of a Kind, che sarà pubblicata nel Best del 2001 (si veda la discografia). Di questo live stupisce, in particolare, la splendida Baby Lemonade, uno dei pezzi più melodici dell’intero repertorio barrettiano.

Copertina: Barrett
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Barrett (Harvest, novembre 1970)

di Martino Lorusso

Pochi giorni dopo iniziano le registrazioni del secondo album solista intitolato semplicemente Barrett, un lavoro partorito da una serie di session assai travagliate con un Syd indisciplinato e confusionario, incapace di suonare le sue parti correttamente e intento ad apportare continue variazioni alle incisioni, sintomi evidenti di un declino psichico, oltre che artistico e creativo, in progressivo e preoccupante avanzamento.
Il disco, pubblicato nel novembre del 1970, su etichetta Harvest, risulta tuttavia più compatto, a livello strutturale, del suo predecessore, probabilmente per una produzione più omogenea, affidata questa volta al solo Dave Gilmour, il quale vi suona anche il basso accompagnato da Jerry Shirley, alla batteria, e  Rick Wright alle tastiere. La copertina, opera questa volta dello stesso Syd, ritrae degli insetti disegnati in fila, eredità dei tempi della scuola d’arte.

Barrett è un album folgorato da felici intuizioni e perciò ricco di spunti interessanti, in particolare, per quel che riguarda i testi ma anche sul piano più strettamente musicale a cominciare dalla chitarra erratica di Baby Lemonade che apre le danze in modo assai suggestivo. Sullo stesso piano l’ironica Gigolo Aunt, forte di un ritmo incalzante, di preziosi interventi di Syd (o Gilmour?) alla solista e un gran lavoro di Wright all’organo. Più pacate le altre tracce: Waving my Arms in the Air – in ricordo dei giorni con i Floyd, quando Syd sul palco agitava le braccia mentre la sua immagine veniva proiettata sullo sfondo – che prosegue in I never Lied to You. E ancora il blues stralunato di Maisie, la litania bofonchiata di Rats, la colorata ingenuità di Effervescing Elephant. Wolfpack è follia pura, una risata diabolica e disperata con la voce di Syd tesa e tagliente ancor più che in Octopus. Altri pezzi riprendono i toni di Madcap, come la rilassata Love Song, che rievoca l’atmosfera di Here I Go, e il jangle piano di Love You.

Nei testi riluce ancora il genio di Barrett che prende magicamente linfa dal suo ricco immaginario poetico. Mirabile esempio è la cantilena It is Obvious:

”Each of us crying
the velvet curtain of grey marked the blanket where sparrows play
and the trees bye the waving corn standed
my legs moved the last empty inches to you”.

Tuttavia, il capolavoro dell'album (e forse dell’intera discografia barrettiana) si intitola Dominoes: quattro minuti in cui è racchiusa tutta l'arte e creatività di Syd malinconica e fragilissima, trasognata e criptica nella disarmante semplicità delle sue immagini.

“You and I in place Wasting time on dominoes”

Vi è un curioso aneddoto in merito alla genesi di questa canzone: Syd aveva dei problemi con la sua parte di chitarra solista a tal punto da risultare incapace di suonare qualsiasi cosa e Gilmour, esausto della situazione, mette il nastro a rovescio e d’improvviso Syd, come ridestato dal suo blocco, inizia a suonare scrivendo, a detta di Jerry Shirley, “la migliore parte solista in assoluto, suonata una volta e senza una nota fuori posto”.

Durante le registrazioni di Barrett, Syd fu anche in grado di prendere parte al Music and Fashion Festival  all’Olympia di Londra, accompagnato da David Gilmour e Jerry Shirley. Pur con varie difficoltà (Syd è intimorito a tal punto che David e Jerry lo trascinano di peso sul palco), il gruppo riesce a suonare quattro pezzi, Terrapin, Gigolo Aunt, Effervescing Elephant e una straordinaria Octopus, al termine della quale Barrett ringrazia frettolosamente gli astanti e abbandona il palco.

Questa seconda prova, pur maggiormente coesa e ispirata della prima, non riceve il medesimo favore di pubblico ed è accolta freddamente dalla stampa.

Nel frattempo, Syd ritorna più o meno stabilmente a Cambridge dalla madre e, ritrovato un vecchio amico, il batterista "Twink" (Tomorrow, Pretty Things, Pink Fairies), forma gli Stars insieme al bassista Jack Monck. Il gruppo, nato come una jam band, decide di reinterpretare qualche classico del repertorio dei primi Floyd, tra cui Lucifer Sam, e alcuni brani tratti dai dischi solisti di Syd. Dopo un paio di esibizioni in piccoli locali, il terzetto esordisce al Corn Exchange di Cambridge come gruppo spalla degli MC5 in quella che sarà ricordata come la performance più fallimentare della carriera dell'artista.
Tutto va per il verso sbagliato: l’impianto di amplificazione del locale sovrasta la voce, l’amplificatore di Twink si guasta e Barrett si procura un taglio al dito. La rabbia per l'insieme di imprevisti, e le inevitabili recensioni negative della stampa, contribuiscono alla decisione di abbandonare il progetto. Barrett sfiduciato, depresso e sempre meno padrone di sé stesso, entrerà così all'ultimo e triste periodo della sua vita artistica.
Tra le ultime oscure apparizioni, di cui non si dispongono registrazioni, solo di una vi è testimonianza: una sera, Peter Brown, accompagnato dall’amico Jack Bruce (dei Cream), si trovava in un Club di Bambridge per leggere alcune poesie di sua composizione. Sul palco, in totale anonimato, si esibiva una jam band alle prese con “un folle e interessante miscuglio jazzistico”, come egli stesso la definì, e al termine dell’esibizione, al quale prese parte lo stesso Bruce al contrabbasso, Peter, riconosciuto il volto famigliare, salì sul palco e disse: “Vorrei dedicare questa poesia a Syd Barrett perché sta qui a Cambridge ed è uno dei migliori autori di canzoni di questo paese”. Di tutta risposta, il chitarrista di quella bizzarra band, affermò “Non è vero, non lo sono!”.

Verso la fine del 1974, Peter Jenner si propone di produrre un terzo album solista di Barrett ma le condizioni mentali in cui versa il musicista sono troppo gravi. Le session, di cui ancora si discute dell'esistenza, sarebbero consistite in “abbozzi minimalisti” talmente insignificanti che lo stesso Jenner abbandonò presto l'impresa.

L’ultima apparizione di Barrett in uno studio musicale risale al 1975, ad Abbey Road, durante le registrazioni  dell’album Wish You Were Here. La leggenda vuole che Syd si materializzò nello studio della EMI proprio mentre i quattro amici si stavano occupando del missaggio di Shine on You Crazy Diamond, l'omaggio più sentito dei Pink Floyd al genio di Cambridge.

Copertina: Opel
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Opel (Capitol, ottobre 1988)

di Martino Lorusso

Nell’autunno del 1988, visto il rinnovato interesse del pubblico, nonché delle nuove leve musicali verso la musica di Barrett, vede la luce una raccolta di inediti e alternate takes risalenti al periodo di Madcap Laughs e Barrett. Il nuovo album, pubblicato dalla EMI, prende il nome di Opel, dalla traccia omonima incisa durante le session del primo disco prodotto da Malcolm Jones. Il brano è un sogno marino di straordinaria poesia:

On a distant shore, miles from land
Stands the ebony totem in ebony sand
A dream in a mist of grey
On a far distant shore…
”.

Una canzone incantevole ed evocativa che lo stesso responsabile Harvest non comprende tutt'ora come possa essere rimasta esclusa dalla scaletta dall’album. Tra gli altri inediti troviamo la compassata Dolly Rocker, il mantra sussurrato della splendida Word Song, e poi ancora Birdie Hop, Let’s Split e Milky Way con le loro esplorazioni vocali, tutti brani prodotti da Gilmour.
Interessanti anche le alternate takes: Octopus, inizialmente intitolata Clowns and Jugglers prodotta da Jenner nel 1968 con la partecipazione di Wyatt, Hopper e Ratledge; le versioni di Golden Hair, Rats e Wined and Dined e Wouldn’t You Miss Me (quest'ultima più rilassata e godibile della versione originale) per sola voce e chitarra prodotte da Gilmour. Le tracce più significative restano tuttavia quelle inedite incise con Peter Jenner, le prime della breve carriera solista di Barrett: le già citate Lanky (Part One), esplosione acida e delirio free costruito su esotiche percussioni che ricorda il Barrett improvvisativo di Interstellar Overdrive; Swan Lee (Silas Lang) con la chitarrina quasi-surf sullo sfondo e il canto quasi-recitato in figura; infine la backing track strumentale Golden Hair, nella sua primissima affascinante versione.

Ha visto recentemente la luce, grazie al consenso di David Glimour (che ne possedeva il master), il folkettino senza infamia e senza lode Bob Dylan’s Blues (il titolo non potrebbe essere più esplicito nella caratterizzazione del contenuto), pubblicato nella recente raccolta Wouldn’t You Miss Me: The Best of Syd Barrett (Harvest/EMI, 2001).

Copertina: The Best Of
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Bootleg e altri inediti

di Martino Lorusso

Opel non recupera l’intera produzione di inediti dell'ex Pink Floyd: diverso materiale mai apparso sui dischi ufficiali è presente infatti sui numerosi bootleg, in vinile soprattutto, che raccolgono canzoni incise in massima parte tra il 1966 e il 1972, chicche che hanno fatto impazzire i soliti avidi collezionisti di registrazioni rare. Trattasi per lo più di versioni dal vivo dei pezzi noti, laddove sono stati parzialmente cambiati/integrati i testi/titoli originari e/o modificati gli arrangiamenti.
Tra gli inediti della prima ora (1965/66 a nome The Scriming Abdabs), non recuperati nei primi singoli dei Pink Floyd, è d’uopo citare quantomeno il blues essenziale, ma non per questo privo di fascino, King Bee, che già lascia trasparire il genio di Barrett (ascoltate l’indistinguibile tocco di chitarra acida sull’assolo), e Lucy Leave, beat sfolgorante con retrogusto surf. Per chi volesse porvi ascolto sono entrambe reperibili (con discreta qualità di registrazione, rispetto alla media di un bootleg) su Magnesium Proverbs (Night Tripper Productions, CD Germany), dove è possibile trovare anche l’esplorazione space, Stoned Alone (anche nota come Reaction in G) e soprattutto altre due perle nascoste quali Vegetable Man e Scream Thy Last Scream (Old Woman with a Casket), le più memorabili.
La prima, del 1967 proveniente da una delle ultime session tenute con i Pink Floyd, è la più coverizzata - ricordiamo Soft Boys e il progetto di Effetto Doppler tra tutti - ed è un autoritratto bizzarro, un’istantanea inquietante di un’artista che avverte crescere irreversibilmente il proprio distacco dal mondo.
Peter Jenner ne ricorda l’origine: “Syd era giro per casa mia, giusto prima di andare a registrare, e visto che occorreva un altro pezzo, tirò giù in pochi minuti una descrizione di quel che indossava in quel periodo, mettendoci un ritornello in cui ripeteva ‘Vegetable Man, where are you?’”. Scream Thy Last Scream utilizza la tecnica del double tracking con la seconda voce registrata a una frequenza più bassa, di modo da ottenere un effetto psichedelico preso a prestito anche da altri in quel periodo (ricordiamo un brano coevo del primissimo David Bowie che inscena un duetto con uno gnomo dalla voce gorgogliante, curiosamente anche Barrett aveva inciso una canzone intitolata The Gnome). E ancora, a titolo di curiosità, sul bootleg dal titolo Rhamadan (No Man’s Land, CD) è presente la traccia omonima, breve improvvisazione strumentale di percussioni in stile Lanky, risalente alle registrazioni di Madcap.

Irreperibili anche sui bootleg restano alcune tracce tra cui i fantomatici abbozzi e licks delle session del 1974 e gli esperimenti infelici con i rumori prodotti da una motocicletta. Per non parlare delle numerose alternate takes dei pezzi già noti, insomma apparentemente ci sarebbe del materiale sufficiente per una seconda raccolta che sarebbe molto gradita agli appassionati e completisti.