Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Note a margine

The Stranglers - Anni Bui

una rubrica a cura di Giulio Pasquali
Gli anni bui degli Stranglers, ovvero l'oscurità nella quale è piombato negli ultimi 15 anni uno dei gruppi di spicco del punk/new wave, dopo cambi di formazione e alterne vicende che ne hanno segnato irrimediabilmente la storia.

“Bui”, in un certo senso, gli Stranglers lo sono sempre stati. Già agli esordi, secondo i testimoni dei loro primi concerti, “emanavano dal palco un senso di minaccia”, che negli anni darà vita a un curriculum fatto di risse, incidenti, date annullate e pubbliche prese di posizione di consiglieri comunali, degno dei Sex Pistols (storici, tra gli altri, i disordini all'università di Edimburgo, a Lisbona e a Nizza, dove furono anche arrestati, vedi Nice In Nice, da Dreamtime).

Il nero entrerà di prepotenza nel loro immaginario (diventando tra l'altro il colore unico dei loro abiti) col terzo album, Black And White (1978), e con il brano Meninblack, dal successivo The Raven (1979), che darà loro un soprannome che si porteranno dietro a lungo, sebbene in realtà la canzone parlasse degli “uomini in nero” americani, figure misteriose che secondo la leggenda urbana rapiscono le persone e le fanno sparire per conto del governo. O degli extraterrestri, secondo la versione accettata dal gruppo, che all'argomento dedicherà il successivo The Gospel According To The Meninblack (1981) il quale, con i cognomi dei musicisti cambiati in “in black” nei credits, consacrerà il soprannome.

Ma non è in questo senso che parliamo di anni “bui”: vogliamo parlare dell'oscurità nella quale è piombato negli ultimi 15 anni uno dei gruppi di spicco del punk/new wave che negli anni '80 aveva ottenuto, sebbene a fasi alterne, alcuni buoni successi commerciali.

A parte la notizia di qualche mese fa sul Mucchio Selvaggio che annunciava un ritorno in grande stile dopo tempo immemore, dal ' 90 in poi pochissime sono state le notizie a proposito del gruppo. Il che è piuttosto strano, se si considerano i burrascosi esordi, costellati non solo dagli incidenti durante i concerti, ma anche da un gran numero di scandali e polemiche di varia natura.

Turbini che hanno messo più volte a repentaglio la carriera del gruppo la cui musica, nata in epoca punk, in realtà si allargava tanto nel passato, con le tastiere doorsiane di Greenfield e l'ariosità sixties, quanto nel presente, con la grinta punk e lo spirito oltraggioso dei testi; e pure nel futuro, in quanto già si intravedevano strutture complesse ed un grado di elaborazione che proiettava il punk oltre se stesso, verso la New Wave (se questa parola, dopo esser finita a designare sia i Pere Ubu che i Duran Duran, ha ancora un senso).

Un passaggio questo, che la musica inglese dell'epoca dovrà in parte proprio al loro The Raven (1979), uno dei capolavori della band, che abbandona alcuni dei marchi di fabbrica della prima fase (organetto doorsiano, basso esplosivo, voce grottesca e beffarda), a favore di un suono maggiormente articolato.

Ma dicevamo del 1990: un anno centrale nella storia del gruppo, non solo per l'uscita del decimo album in studio, 10 per l'appunto (per inciso, peggior disco fino a quel punto della loro carriera, proprio come il precedente Dreamtime), e per l'abbandono del cantante e chitarrista Hugh Cornwell (che lascia all’indomani del concerto inciso sull’album Saturday Night, Sunday Morning), ma soprattutto perché si colloca esattamente nel mezzo della storia della band, dall'organico “classico”, al giorno d'oggi.

La stranezza della storia degli Stranglers sta nel diverso peso che hanno avuto certi anni rispetto ad altri.

Fatti salvi i primi tre anni della gavetta, l’incontro tra Hugh Cornwell e Jet Black (batteria), e il contratto discografico, i dischi “storici”, sono stati incisi nell'arco di cinque anni, dal 1977 al 1981: Rattus Norvegicus (1977), No More Heroes (1977), Black And White(1978), The Raven (1979), The Gospel According To The Meninblack (1981), e La Folie (1981); poi, nel 1982, il cambio di casa discografica, otto anni di relativa tranquillità (a parte le liti interne, in particolare le tensioni tra Cornwell e il bassista Jean Jacques Burnell) fatta di pop (i tuttavia ancora belli Feline del 1983 e Aural Sculpture del 1984) e infine la caduta plateale dei succedanei Dreamtime (1986) e 10 (un disco studiato a tavolino per sbancare gli USA che si traduce in un fiasco totale).

I primi 15 anni della band formano già una carriera fatta e finita, eppure ve ne sono altrettanti dalla sostituzione di Hugh Cornwell con Paul Roberts alla voce e John Ellis alla chitarra, non certo da applauso.

Con la nuova formazione gli Stranglers inaugurano nel 1992, la terza generazione con In The Night, un album che sembrerebbe possedere le carte giuste fin dal titolo (letto dopo il nome del gruppo risultava “Stranglers In The Night”), che non lesina un asso in apertura (Time To Die, un western con base dance ai livelli dei vecchi Stranglers), non facendosi mancare nemmeno il (disgustoso) “ratto norvegese” del primo album. Tuttavia i difetti sono dietro l’angolo: il canto di Roberts, tra alti e bassi, non possiede il carisma di Cornwell, anzi, oltre a Ian Mc Culloch degli Echo & the Bunnymen, tocca persino le corde di Tony Hadley degli Spandau Ballet (!)…stilisticamente e a livello di produzione, il platter avvicenda certo pop anni '80 e suoni mainstream (per esempio nelle distorsioni delle chitarre), canzoni non proprio incisive, che nelle tronfie Heaven Or Hell e Grand Canyon raggiungono picchi in negativo assoluti (si ascoltino versi "seri" quali “guardo i giornali e non credo a ciò che leggo” , o“Grand Canyon, lo spazio tra di noi mi spezzerà il cuore”). Altri brani, come Laughing At The Rain, This Town e Southern Mountain prodotti diversamente avrebbero avuto qualche chance in più. Never See si salva ma il problema è un altro: se in passato era difficile catalogare lo stile dei Nostri, ora la difficoltà maggiore è trovare in loro la personalità.

Tra il 1994 e il 1995, in piena esplosione brit-pop, il nome Stranglers torna a far parlare i media: una delle varie “big things” della stampa inglese è un gruppo quasi completamente femminile, le Elastica, il quale prima racconta in un’intervista di essersi formato grazie a un annuncio (sullo stesso giornale) nel quale si cercavano “appassionati di Stranglers e Wire”, e poi pubblica due canzoni plagiando le stesse band. Nessun dubbio: il giro di basso di Waking Up è identico al riff di No More Heroes (nemmeno la più ignota, perché non Peaches, a quel punto?), e anche il tribunale ne è convinto: obbliga le giovani a corrispondere alle band scopiazzate parte dei guadagni dei brani.

In qualche modo, gli Stranglers tornano in classifica…

Il 1995 è anche l’anno dell’abbandono temporaneo di Jet Black, che rientrerà dopo l’album About Time (dello stesso anno, e il relativo tour). Il disco trova i favori della critica, tuttavia è una raccolta di brani mediocri. Al solito l’iniziale Golden Boy (Gianni Rivera non c'entra nulla...), un rock nel più classico Stranglers style, conferma la tradizione anni '90: il primo brano è sempre il migliore.

Da ricordare il singolo Lies And Deception, un valzer delicato dal ritornello easy considerato un piccolo classico di questi anni, e Paradise Row, che ricorda i Doors come non mai. Per il resto, le solite canzoncine, con l’eccezione di She Gave It All e Lucky Finger la cui debolezza compositiva è compensata dalla buona performance strumentale.

Due anni dopo, è la volta di Written In Red (1997), che da un lato presenta i soliti difetti, ma dall’altra mostra a tratti una ricerca più consapevole e mirata rispetto alle “americanate” di In The Night. Anche in questo caso, buone le recensioni, ovvero buona la prima Valley Of the Birds, che forte del riff preso di peso da No More Heroes, vuole forse essere una risposta alle Elastica.

Il resto dell’album, infatti, è disseminato di piccoli e grandi autoplagi: In A While presenta più di uno spunto da The Raven, Silver Into Blue vede Roberts copiare Cornwell, Joy De Viva, ricorda la struttura del classico Who Wants The World?. Per quanto riguarda la ricerca di cui si diceva essa funziona soprattutto a livello di produzione (Blue Sky e Summer In The City), quanto alle canzoni buona Daddy's Riding The Range, un elaborato tempo di valzer “nascosto” nello stile di Goodbye Tolouse (ma non a quei livelli).

Per i Nostri che ci credono, insistono e dichiarano “non puoi fermarti, perché se ti fermi mentalmente sei morto”, è l’ennesimo timbro del cartellino, ma piuttosto che limitarsi a un'intensa attività live, nel 1998, a solo un anno di distanza, pubblicano Coup De Grace.

Due album così ravvicinati non li pubblicavano dal 1984 (e i risultati erano stati ben altri), e in mezzo c’era stato anche il live con gli archi Friday the Thirteenth; tuttavia, se la scarsa ispirazione poteva far temere la scomparsa dell'Universo, in realtà la raccolta non è più brutta delle precedenti. E comunque, per non sbagliarsi, lo sforzo successivo giunge soltanto sei anni dopo.

L'album parte col solito colpo di classe per poi peggiorare immediatamente e riprendendosi soltanto alla fine. Un classico canovaccio, nel quale troviamo un gusto per certo easy listening rétro (ma Bacharach era stato usato meglio ai tempi di Walk On By), qualche sperimentazione etno techno indiana prima che andasse di moda (God Is Good), echi Primal Scream (No Reason), e valzer con tocchi swing (In The End).

Il rétro funziona in Known Only Unto God, nella quale gli archi accompagnano una tipica melodia inglese d'altri tempi (e un testo dedicato ai soldati argentini seppelliti senza nome nelle Falklands), c'entra poco con lo stile del gruppo, ma anche qui gli arrangiamenti rendono bene. Il resto sono lentacci, pallide reminescenze vecchi Stranglers, melodie sciocche (You Don't Think That What You've Done Is Wrong) e una title track à la Ramones lenti (tipo Pet Sematary, per capirci).

Ciliegia sulla torta un libretto che accompagna i non eccelsi testi ( con non eccelse né utili spiegazioni): praticamente un manuale boy-scout con tanti saluti all’ironia di un tempo.

Nel 2000 anche il chitarrista John Ellis lascia, a rimpiazzarlo Baz Warne che esordisce dal vivo con la band … in Kossovo! Già, perché, in questi ultimi anni, il lavoro (ahem, l’attività) live ha portato gli Stranglers a suonare all’estero per le forze armate britanniche come, prima di loro, avevano fatto nientemeno che Marlene Dietrich e Marylin Monroe per quelle USA. Certo una caratteristica insolita nella biografia di un gruppo punk, non meno enigmatica dell'aver prodotto in passato un disco che attribuiva la scrittura della Bibbia agli extraterrestri.

Ma se queste notizie dal fronte paiono inchiodare il gruppo a un destino parodistico, secondo soltanto a quello dei Simple Minds (tanto per rimanere nella New Wave), Norfolk Coast, uscito nel 2004, rimette in gioco la band.

Rispetto all'ultima foto di copertina (Aural Sculpture) la formazione s’è allargata a cinque, quei volti pur torvi e meno minacciosi di un tempo (persino l'irrequieto Burnell ha un'aria più matura) hanno prodotto – e diciamolo, finalmente, - un album fresco, compatto e grintoso con un ritrovato gusto per l'ironia.

Più inquietante degli sguardi fotografati è il fatto che gli Stranglers siano tornati allo stile degli album pre-The Raven, facendo dimenticare le produzioni anonime, quando non ruffiane, dei dischi seguenti a Aural Sculpture (e non solo post-Cornwell).

Norfolk Coast ha dato ragione alla caparbietà degli Stranglers.

 

  • Norfolk Coast
  • Big Thing Coming
  • Long Black Veil
  • I Ve Been Wild
  • Dutch Moon
  • Lost Control
  • Into The Fire
  • Tucker S Grave
  • I Don T Agree
  • Sanfte Kuss
  • Mine All Mine

The Stranglers - Norfolk Coast (Emi, marzo 2004)

di Stefano Solventi

Chissà se completerò mai la discografia degli Stranglers. Boh, però questo Norfolk Coast è una tale e inattesa botta di vita che un po’ la voglia mi è tornata. E’ un lavoro accattivante, molto vario, zeppo dei loro tipici chiaroscuri & zampate pop-rock più un paio di riuscite escursioni jazz. É pressoché privo di quella superbia che anima a volte le band dal passato tanto ingombrante/importante. É la loro cosa, oggi, probabilmente al meglio di quanto possono. E - signori miei - certo che possono.
Viveva un dissidio irrisolto, la musica degli Stranglers, in perenne contesa tra punk e prog, barocca e umorale, funesta e ironica. Non capivi bene dove iniziava la beffa e dove la cupezza, entrambe aleggiavano come immagini sovrapposte. Scavava un solco che seguiva lei sola, libera di sperimentare, atterrire o strapparti dalla gola un inno liberatorio.
L’abbandono di Hugh Cornwall sembrò ragionevolmente la fine, e invece oggi il buon Paul Roberts dimostra di saperne fare le veci con vigorosa personalità. Voce a parte, è l’intera band che gira alla grande, celebrandosi con il brio dell’urgenza giovane e la perizia di chi ne ha viste un bel po’.
Risultato: undici pezzi che si appiccicano ai timpani festosi & vischiosi, roba che ti vien voglia di ascoltarli dal vivo quanto prima, magari tra una Peaches e una The Duchess, perché no? Certo, c’è meno urgenza rispetto a quelle, meno inquietudine, meno allarme. La maturità ha evidentemente sciolto i nodi e smussato gli angoli, così gli strangolatori di oggi sono più intrattenitori che minacce sonore, con il merito non trascurabile di riuscire a non sembrare né risaputi né banali pur riciclando i propri stessi stilemi (vedi gli arzigogoli liquidi di tastiera in I Don’t Agree, il riff arabescato di Into the Fire o la ritmica accanita di basso-batteria-tastiera in I’ve Been Wild).
Il punto di forza sta proprio nella capacità di rendere interessanti intuizioni melodiche non eccelse, caratterizzandole con una firma sonora forte, avventata, disinvoltamente demodée (è il caso di Lost Control – rabbiosa, innodica e giocosa in un colpo solo – di Big Thing Coming – rock’n’roll sferzante spazzato da folate di synth – e della vigorosa title-track, epica, aspra e visionaria come i primi Ultravox abbagliati da Bowie e Killing Joke).
Stupiscono (e a dire il vero un po’ stonano nel contesto) i due episodi jazzy, ma tanto Dutch Moon che Sanfte Kuss sbocciano con tale nitore e naturalezza da farsi accettare di buon grado, con la loro malinconia nomade, il gioco di sussulti elettroacustici e rarefazioni sintetiche nella prima, gli interventi virtuosi (e per nulla boriosi) di chitarra e violino nella seconda. Senza contare la sorpresa psichedelica affidata al denso raga di Tucker’s Grave, corposo e aereo ad un tempo (un sordido giro di basso, la tastiera che pennella radente), acido e dolciastro (sfrigolano corde sulla flemmatica ascensione della melodia), da qualche parte tra i Doors, i tardi Depeche Mode e gli U2 periodo "americano".
Volendo potremmo rintracciare un po’ di faciloneria in Long Black Veil (con quel ritornello degno - sigh! - di certi Litfiba) e nella conclusiva Mine All Mine (disco-rock effervescente e un po’ fracassone), troppo poco comunque per intaccare il giudizio complessivo su un disco più che gradevole, energico e – è il caso di sottolinearlo – estremamente competente.
Quest’anno si è sentito di meglio, ma dagli Strtanglers non mi sarei aspettato né così tanto né di più. Per cui: (7.0/10)

  • Unbroken
  • The Spectre Of Love
  • She’s Slipping Away
  • Summat Outanowt
  • Anything Can Happen
  • See Me Coming
  • Bless You (Save You, Spare You, Damn You)
  • A Soldier’s Diary
  • Barbara (Shangri – La)
  • I Hate You
  • Relentless

The Stranglers - Suite XVI (Emi, settembre 2006)

di Giulio Pasquali

Stavolta ci hanno messo solo tre anni dal disco precedente, nel quale però già si sentiva che il gruppo, pur in versione passatista, aveva recuperato la vena. Nel frattempo gli Stranglers sono anche tornati ad essere un quartetto, dopo che quest’estate il cantante Paul Roberts ha lasciato il gruppo (l’altro sostituto di Hugh Cornwell, il chitarrista John Ellis, era stato rimpiazzato da Baz Warne nel 2000). Proprio Warne sembra aver dato nuova linfa creativa a una band che negli anni ‘90 si era dibattuta tra l’anonimato del suono e una penna carente.

La rinascita, come dicevamo, è avvenuta nel segno del passato: come Norfolk Coast anche quest’album, infatti, torna dalle parti dei loro esordi, e la “suite” del titolo - lungi dall’annunciare svolte prog - è in realtà un gioco di parole (leggendolo ad alta voce il titolo suona come “sweet sixteen”). Scelta apparentemente facile, e a rischio di risultati penosi se non sorretta da una buona ispirazione compositiva; che però regge anche qui, e gli Stranglers confermano di aver reimparato a raccontare la propria vecchia storia con freschezza e qualche puntata in avanti.

Se infatti è vero che Unbroken, il singolo Spectre of Love e Summat Outanowt, per dirne solo alcune, recuperano il punk arioso dei tempi di No More Heroes (i cui accordi e fraseggi di tastiera però forse risuonano un po’ troppo), va anche detto che già nello scorso episodio i Nostri non si erano limitati al gioco dell’autorevival, ma insieme al vecchio suono - anche di altre fasi nobili della loro storia - avevano recuperato un’identità intorno alla quale focalizzare idee e canzoni. E se il funk di See Me Coming risulta un po’ di maniera, in Anything Can Happen e Relentless riescono ad aggiornare quella grazia ineffabile dei dintorni di The Raven.

Certo, il livello e l’importanza storica non sono quelli, e un disco così, fatto adesso, suona strano anche perché la loro new wave non è quella di moda tra i gruppetti attuali (come nel recente caso dei Pere Ubu). Ma almeno i fan non hanno più di che vergognarsi, e un’onesta routine con svariati guizzi è più di quanto molti riescano a raggiungere dopo trent’anni di carriera. (6.7/10)