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Rhys Chatham

di AA. VV.

 

 

 

 

 

 

Copertina: ...
  • A Crimson Grail (Part One)
  • A Crimson Grail (Part Two )
  • A Crimson Grail (Part Three)

A Crimson Grail for 400 Electric Guitars (Table of the Elements / Wide, 23 gennaio 2007)

di Federico Romagnoli

Da vent’anni residente in Francia, Rhys Chatham è stato ampiamente valorizzato dalla terra che l’ha accolto, non ultimo quando nel 2005 la città di Parigi gli ha commissionato un’opera da eseguire in occasione della Notte Bianca, ottenendo in risposta un tour de force chitarristico per quattrocento elementi. L’esecuzione, durata dodici ore, si è svolta all’interno della Basilica del Sacro Cuore, suscitando entusiasmi fra le migliaia di persone presenti. La Table of the Elements pubblica ora un disco che di quella montagna di musica seleziona cinquantasei minuti.

La versione di A Crimson Grail che ci perviene è composta da tre movimenti che per comodità mettiamo allo specchio con ciò che l’artista ha realizzato negli anni Ottanta (quando rappresentò la controparte di Glenn Branca in quella terra di mezzo fra la no-wave e il neominimalismo): costante il senso di trance trasmesso, diverse le modalità per ottenerlo. Se in Die Donnergötter o An Angel Moves Too Fast To See il mezzo erano chitarre echeggianti il cui suono rimaneva interno a un certo sinfonismo noisy che spesso si è espresso in frangenti avant-rock, A Crimson Grail ci presenta un unico mastodontico flusso, una massa indistinguibile che non si faticherebbe a credere frutto di tastiere e diavolerie elettroniche, anziché dello strumento principe della musica rock. Quattrocento chitarre elettriche che cozzano e si sovrappongono, espandendosi come rigagnoli fra muri e spazi di una delle più grandi chiese d’Europa, rimbalzando e curvandosi in un labirinto di riflessi che trova apice nei suoni mastodontici del terzo movimento, a un passo dai Popol Vuh di In Den Gärten Pharaos, mentre nei tratti più placidi (l’inizio del secondo movimento) mostra parentele con il lato più onirico del suono Kranky.

Ferma restando la qualità eccelsa del disco, ci auguriamo che Chatham si adoperi per pubblicare un relativo dvd, permettendoci di sommare al tutto le suggestioni visive della splendida chiesa parigina. (7.5/10)

  • Guitar Trio Pt. 1, Brooklyn
  • Guitar Trio Pt. 2, Chicago
  • Guitar Trio Pt. 1, Buffalo
  • Guitar Trio Pt. 2, Toronto
  • Guitar Trio Pt. 1, Montreal
  • Guitar Trio Pt. 2, Cleveland
  • Guitar Trio Pt. 1, Minneapolis (excerpt)
  • Guitar Trio Pt. 2, Milwaukee
  • Guitar Trio Pt. 1, Chicago
  • Guitar Trio Pt. 2, Brooklyn

Rhys Chatham & His Guitar Trio All-Stars – Guitar Trio Is My Life (Radium, 4 marzo 2008)

di Gaspare Caliri

Rhys Chatham, nel 1977, compose Guitar Trio Is My Life, unamoltiplicazione tutta newyorkese di una sola corda di chitarra che fonde il minimalismo “non stratificato” di Tony Conrad e l’esercito chitarristico su cui stava lavorando in quegli anni anche Glenn Branca, cui spesso – e con ottime motivazioni – Chatham è associato. A trent’anni di distanza, cioè oggi, la Radium, sezione della Table Of Elements, pubblica un cofanetto di 3 CD intitolato proprio Guitar Trio Is My Life, che contiene la stessa composizione suonata svariate volte (con cambiamenti di velocità o di veemenza) l’8 febbraio 2007 a Chicago da membri di un coacervo di gruppi, dai Sonic Youth ai Tortoise, dagli Hüsker Dü ai Silver Mt. Zion. Esagerazione? Forse, ma per passione critica, e non per gusto dell’eccesso, cerchiamo di andare al fondo della questione.
Dicevamo di Branca: l’accostamento tra i due compositori è produttivo perché ci permette di esprimere in paragoni musicali una caratteristica fondamentale della musica di Chatham, o almeno della composizione contenuta (e ri-contenuta, e ri-ri-contenuta) in questa uscita, c’est à dire il gioco sull’aspettativa di una variazione – più o meno come capitava ascoltando il sindacato del sogno dove si sono sposati i Faust con Conrad.
In Branca – specie in quello che lì di presso avrebbe esordito con Ascension – il minimalismo era prestato a effetti compositivi, nichilistici nella dissonanza, ma movimentati – tranne proprio in Ascension, ma quelle forme contenevano un’altra retorica, un finale dall’immobilismo tragico. Sentendo Chatham, invece, ascoltiamo un crescendo indefinito, infinito, che ci prepara (ma forse perché conosciamo Branca) a un cambiamento che non avviene mai, o che avviene senza che lo si noti con un colpo di teatro. I tre CD di questo box-set contengono quindi la riproposizione di uno stesso mantra chitarristico che è l’altra faccia della medaglia branchiana, anzi la monetina da testa o croce lanciata in aria e in aria rimasta, a ruotare, senza mai cadere e farci prendere una decisione.
È no wave anche la sospensione. Poi sì, si può e si deve dire che questa composizione contribuì in modo determinante a formare un’estetica di cui tantissimi sono stati figli, dai sonici già menzionati ai Godspeed You!, ma volutamente lo diciamo solo alla fine, distrattamente e senza fermarci troppo (come fatto sopra intorno alla mole dell’operazione), ipnotizzati dalla musica che non cambia.

Live: Rhys Chatham – Teatro Galleria Toledo, Napoli (26 marzo 2008)

di Gianni Avella

Un evento più dal valore storico che musicale in senso stretto. Rhys Chatham a Napoli per presentare Guitar Trio, partitura nata nel lontano 1977 quando il Nostro, allievo di Morton Subotnick, Tony Conrad e La Monte Young, incappò nei concittadini Ramones.

È lo stesso Chatham a spiegare, nell’incontro mattutino con stampa, musicisti e curiosi, di come la fisicità dei Ramones lo colpì a tal punto (era pur sempre un ventenne…) da ipotizzare una singolare convivenza tra urgenza giovanilistica (punk) e seriosità accademica (minimalismo). È l’apertura mentale propria dei grandi artisti, di quelli che guardano al di là per un nuovo poi. Atteggiamento punk, senza dubbio.

Ma torniamo alla serata del 26 marzo in quel della Galleria Toledo. La particolarità della tournée sta nella line-up che cambia ogni qualvolta cambia location. Per la data napoletana (unica del centro-sud) le numerose chitarre, come recita il comunicato stampa, sono sei: Maurizio Argenziano degli A Spirale, Fabrizio Piccolo dei Mesmerico, Pasquale Pierno dei Nembrot, l’attore (sì, attore…) Tonino Taiuti e Sergio Albano ad affiancare lo stesso Rhys Chatham; alla batteria siede l’altro Mesmerico Luca Bottigliero mentre Fabrizio Elvetico degli Illachime Quartet si occupa del basso. Si tratta di musicisti locali scelti solo per essersi proposti e iniziati alla partitura dopo aver ricevuto dallo stesso Chatham, via mail, le direttive necessarie. Una sola prova la sera del 25 per rincontrarsi, l’indomani, sul palco.

Si posizionano con Chatham al centro che ispira l’unico accordo dell’intera serata. Un accordo reiterato in crescendo con l’aggiungersi delle chitarre, basso e batteria in modo da creare un loop ipnotico, che dopo un po’ non si distingue più né chi suona cosa né la persona che ti siede accanto.

Tempo di una breve pausa per riprende da dove ci si era lasciati, solo che questa volta la batteria gode di maggiore libertà e le orecchie, ahinoi, rivendicano il meritato rispetto.

Chiude un’ultima piece ultranoise e il minimalismo, nelle intenzioni, non è mai stato cosi massimalista nei fini.

Si è assistito all’evoluzione della chitarra cosi come l’abbiamo conosciuta, tra i tanti, alla tracolla di Thurston Moore e Glenn Branca. Mental machine music.