Cosa si nasconde dietro Animal Lover, l’ultima fatica degli occhiuti di San Francisco? Triste a dirsi, lo spegnimento della loro proverbiale vena cinica e sarcastica in favore di un umanesimo anchilosato e pedante, segno inconfutabile di un’evidente crisi che si protrae dal precedente Demons Dance Alone..

Un succinto quanto criptico comunicato accompagna il promo dell'ultima fatica dei Residents: afferma che l’album sarà basato "su rumori interamente prodotti dall'accoppiamento di cicale e ranocchi". La sorpresa e le aspettative salgono immediate e vertiginose: che il debutto del combo per la Mute segni un ritorno in grande stile alla sperimentazione musicale, alla musica sketch di Commercial Album, Duck Stab, Buster And Glan, Tune Of The Two Cities, o - perché no - all'avanguardia in senso maggiormente ambientale di Eskimo, e Hunters e del recente (e magnifico) High Horses? Siamo dunque a una svolta che vedrà un accantonamento dei progetti nati e cresciuti come piece teatrali tout court (Wormwood, Demons Dance Alone) a favore delle autentiche sonorità che avevano fatto del gruppo un masterpiece dell'avanguardia del novecento assieme ai coevi Pere Ubu e, più indietro, - in linea musicologica - ai meastri Zappa e Beefheart?
Guardando in retrospettiva la produzione dei Rez (come amano chiamarli i fan ndr.), almeno fino a God In Three Persons (1988), il gruppo, pur abilmente confondendo le acque con decine di raccolte, ristampe, e riesumazioni di materiali video, aveva grosso modo abbandonato gli aspetti di sperimentazione propriamente musicali ficcandosi cocciutamente in opere dalle sorti non sempre soddisfacenti: sonorità fortemente tasteristiche, ripetitive e synth-etiche avevano finito per rappresentare il veicolo di una svolta in senso “cantautorale” fortemente imperniata sui contorsionismi di Skull e i duetti con Molly Harvey (la lei dei Rez, il quinto membro aggiunto della band), e sebbene il gruppo da sempre propenda per la musica totale predicata da Zappa, imbastendo show composti non solo di suoni ma soprattutto di scenografie, coreografie e balletti animati da ambiziosi temi conduttori (le talpe, la bibbia, la trinità cristiana, elvis, i demoni), il progressivo spostamento d'interessi per un certo tipo di performance teatrale, finiva per togliere all’aspetto sonoro quella forza che inizialmente ne costituiva il propellente ideale (Meet The Residents, Commercial Album).
Freak Show (immediatamente successivo a quell’album), con Skull e Molly superstar a vestire una decina di abiti di altrettanti mostri cari all'immaginario del combo, è stato sicuramente il momento più felice della svolta adulta dei quattro occhiuti e Wormwood, uscito parecchi anni più tardi, ha rappresentato certamente un azzardo, il ritorno in grande stile nel quale si intravedevano sia i segnali della crisi (prolissità verbale di Skull, i lamenti eccessivi di Molly, effetti scenici prevedibili, autoindulgenza) ma anche grandi momenti lirici (l'elegia apocrifa a ritmo di reagge di Burn Baby Burn, i deliri di Skull in Fire Fall … e i pianti del bambino eisenstein-iano in Bridegroom Of Blood); come è altrettanto vero che in tutto questo periodo, una creatività mai sopita aveva partorito: tanto un curioso e fantomatico album a nome Combo De Mechanico (un omaggio a base di carillon spettrali ai Luna Park datato 2001) quanto, più indietro, un’insolita e riuscita colonna sonora per Discovery Channel (Hunters, 1985); fatto sta che arrivando ai giorni nostri, il precedente Demons Dance Alone, che vede lo spegnimento della vena cinica e sarcastica dei Nostri per un umanesimo anchilosato e pedante, segna una crisi, certo protratta, ma decisamente evidente. Se grazie all'accompagnamento massiccio di sezioni acustiche a mo' di orchestrina (numerose partiture per chitarra, sax, sovrabbondanza di vibrafoni), l'album marca un ennesimo turning point (in questo caso) interlocutorio e spesso persino easy listening, la vena creativo-melodico-lirica è ai minimi storici, e se di sicuro l'escamotage del mettersi in gioco, dell'esprimere la perplessità di un'America colpita a morte dal terrorismo di Al Quaeda, può rappresentare un buon pretesto per esplorare un lato forse fin troppo abilmente nascosto, i 28 capitoli di quella collezione - eccezion fatta per l'iniziale Life Would Be Wonderful - sono veramente - diciamolo - inascoltabili.

Tornando a noi, ora saranno più chiare le ragioni dello stupore e del clamore per un comunicato stampa che annuncia il nuovo album degli occhiuti come un collage interamente composto da sonorità estrapolate da animali in calore, specie se, ahinoi, di questi effetti nel disco non vi è traccia alcuna. L'album non presenta né i vagiti né il sampeling animalesco che il comunicato burlescamente preannunciava, ci troviamo pertanto a ascoltare un lavoro che, in massima parte, è in continuità con il precedente (parti synth addomesticate da numerosi inserti di chitarra e vibrafono, tromba, basso, violino, piano) con l'importante differenza che a cambiare sono i toni, più cupi e spettrali come non se ne sentivano da anni.
Ascoltando l'iniziale On The Way Oklahoma, distorta e gracchiante filastrocca recitata dal performer residents-iano, l'impressione è incredibilmente buona: la traccia potrebbe infatti rientrare in quelle da "antologia" ("On The Way To Oklahoma / I Turned To A Cat / My True Love Was A Tiger / I Sure You Can See That ! / I Call My Tiger Dolly And Was My Mother's Name / On The Way To Oklahoma / I Finally Began Say") e così l'arrangiamento, un buon tappeto di synth riverberati sullo sfondo sui quali si staglia prima un ben noto assolo à la Snakefinger e successivamente una dolente tromba "non disponibile".
I Rez, seppur con una mano più sedata, sembrano tornati a una forma convincente a metà tra Duck Stab e Freak Show e la successiva Olive And Gray non farà che sciogliere ogni dubbio soprattutto grazie un arrangiamento tra walzer e gamelan (altra infatuazione rez-iana) infarcito dalla rilettura di certo musical informale che effigia probabilmente il colpo di genio dell'album. Ma proprio quando s'inizia a credere che quest'album non incorrara negli errori del recente passato ecco che What Have My Chickens Done Now? ripercorre ordinatamente (e degnamente) le musiche per l'art show Wormwood-iano; e Two Lips (benché intrattenga con ottime filastrocche nonché un azzeccato musical call e response "trasversale" "We Buy Or Die / Yes! / No!…") con Mr Bee's Bumble in raddoppio, riprendono sostanzialmente il piglio dolente e celeberrimo di Demons Dance Alone.
Ci risiamo: Inner Space (un intro per chitarra che pare niente di meno che quello di Money For Nothing) introduce una serie di ballate sintetiche tutte uguali e senza sussulti (un stanca, stanchissima Molly Harvey triste-angelo-wendersiano al canto), mentre dall'altra parte litanie come Dead Men o My Window non sollevano di certo le sorti di un lavoro interminabile già al primo ascolto. Arrivati all'altezza di Ingrid's Oily Tongue (titolo ammiccante a antiche sonorità - Smelly Tongues datato '73 è infatti uno dei primi "hit" del combo ndr.), le speranze di redenzione dei nuovi Rez sono al lumicino: la traccia rappresenta l'ennesima fanfara funebre, questa volta per (infelice) chitarra floydiana e innocue folate macabre di synth. E se proprio vogliamo cavar fuori qualcosa dal rimanente non nasconderemo le buone partiture di chitarra frith-iana in Mother No More e nella comunque buona traccia finale Burn My Bones, ma è troppo poco per giustificare l'acquisto di un lavoro, stanco e insensatamente pesante.
Cosa rimane da dire quando in Elmer's Song e The Monkey Man si odono rintocchi di campane? Le quattro bare sono - ahinoi - per i quattro occhiuti di S.Francisco... (4.5/10)

Guai a sottovalutarli, i Rez. Malgrado due prove non proprio entusiasmanti, la furibonda attività marketing e le infinite ristampe e side project multimediali, i quattro di San Francisco, a circa un anno di distanza dal precedente Animal Lover,ci riprovano riuscendo a stupire dove prima avevano deluso (o confermato un’autoreferenzialità eccessiva). Anche nel nuovo capitolo regna l’aplomb teatrale, il concept album performativo e musicale assieme, lo show tragicomico ad alto tasso di pathos, espedienti ai quali i Nostri sono affezionati fin dalla fine degli Ottanta; eppure, già dalla trama, il discorso sembra vincente e tale si confermerà.
Tweedles, liberamente ispirato a John Wayne Gacy (un serial killer che aveva lavorato come pagliaccio), è un clown e assieme un vampiro. Non un succhiasangue ma un mostro che si nutre di sentimenti, che usa l’amore per ottenere in cambio potere. È l’ennesimo spunto al macrotema, un pamphlet sulla sessualità e sull’ossessione d’amare, dell’alienazione del sesso-plastica, l’ennesima piega di una società non troppo diversa da quel mondo b-movie horror da sempre inscenato dal combo.
Registrato in Transilvania in seguito a una di quelle classiche vicissitudini-peripezie che fanno il mito, l’album - che si avvale dell’ottimo contributo della Film Orchestra di Bucarest - suona molto lontano da Duck Step e dalla musica sketch (eccezion fatta per Elevation); torna piuttosto a testa alta al format Wormwood, ma senza perdere di vista gli arrangiamenti.
Mark Of The Male (la parte dove il protagonista accarezza l’idea di diventare un serial killer) funziona alla grande: proietta un riff di synth acquoso su un muro nudo d’industrial Chrome fatto di cadenze possenti, improv chitarristici e kling klang. Buoni anche tutti gli episodi che scoperchiano il dub gotico di marca Scorn (Life) come quello etnico à la Laswell (tracce di Material in Elevation). Tra le bad side (e ce ne sono) non si nascondo le ostinazioni della vecchiaia: Isolation è il classico interludio rez tastieroni, suspence e rullo di tamburi (sentito mille e più volte), Ugly At The End l’altrettanto abusato tribalozzo balinese con coraccio straziante in falsetto.
Fortunatamente però un brano come Stop Signs è la dimostrazione di una senescenza ancora lontana. Si può sempre cavare qualcosa di nuovo dal tipico sostrato angelico-demoniaco dell’album “religioso”, portandolo magari verso una palude techno-tribale, oppure aggiungendo un effetto concreto... Lo zenit non dura a lungo, eppure quando l’equilibrio instabile tra i lirismi decadenti dell’Est, le spezie mediorientali e l’avant spettacolo s’innescano, Tweedles è davvero un bello spettacolo. Anche la storia del clown sessuomane così com’è, non è niente male (i testi di Brown Cow, Keep Talkin’ e Sometimes soprattutto). (6.8/10)