In tempi poco sospetti nè poi tanto vicini, si pensava che non fosse più possibile aggiungere altre pagine significative al romanzo psichedelico. Ci si sbagliava di grosso, perché nella provincia americana dei primi anni Novanta, s’affilavano penne e chitarre alla bisogna.
Come i più assidui frequentatori di Sentireascoltare ben sanno, i Polvo si sono ritrovati ad occupare saldi il secondo posto nella graduatoria dei migliori dischi della Touch & Go, indetta tra redattori e collaboratori per il venticinquennale dell’etichetta, grazie allo splendido capo d’opera Exploded Drawing. Detto che sul podio più alto stava Spiderland, ossia concorrenza praticamente imbattibile, la cosa ha costituito una comunque piacevole sorpresa, garante a posteriori del fatto che la formazione di Chapel Hill abbia saputo scavarsi nel tempo una dimensione sotterranea e però importante. Riflettendoci bene, s’è perso ormai il conto delle volte in cui dischi epocali sono stati riconosciuti solo con lo scorrere del calendario…
Ripensandoli e risentendoli ora, i Polvo suonano ancora bizzarri, ma della loro musica parleremo tra breve. Concentriamoci sul loro essere perfetti prodotti degli anni Novanta e con tutto ciò riuscire a collocarsi disinvolti al di là delle barriere cronologiche. Sfuggivano le catalogazioni ferree con la febbrile impollinazione incrociata dell’era “crossover”, rimescolando di continuo stili e linguaggi per collocarsi nell'intimo di orizzonti “oltre rock”. Da bravi studenti, pronti a ricordare tutto e non gettar via nulla, riuscivano in spediti viavai dalla New York dei Television all’Asia, attraverso le destrutturazioni rumoriste della Gioventù Sonica, il Medio Oriente e i raga indiani. Psico-delia, se vi pare; un isterico cannibalismo delle avanguardie, che prima divorava e subito dopo rigettava in forme sbalorditive. L’inquietudine sottilmente nevrotica e la ricerca della melodia zigzagante, le chitarre sbilenche e scordate erano lì a ricordare che, d’accordo, siamo “slackers” ma pensiamo in grande. E, per favore, non confondeteci con quegli sfigati che suonano in bassa fedeltà solo perché non sono capaci.

C’era una volta una cittadina celebrata da una splendida canzone contenuta in Dirty, caratterizzata da una fiorente ed eclettica scena musicale, dovuta come spesso accade oltre oceano alla folta popolazione universitaria. Ash Bowie e Dave Brylawski, chitarre e voci dei Polvo, si incontrano infatti a una lezione di spagnolo della facoltà di Chapel Hill nel 1990, facendo presto combutta con la sezione ritmica del bassista Steve Popson e del batterista Eddie Watkins. Si scoprono accomunati dalla passione per le formazioni della SST (hard core punk e le sue mutazioni…) e il rock più “progredito”. Ispirazioni pronte all’uso peculiare, che soffiano vita su sei corde matematicamente intricate e dedite a orditure dissonanti, secondo il miglior acid rock californiano e senza scordare solidità strutturale ed essenzialità prettamente punk. Il quartetto s’affila coi concerti ed entra in pista nel 1991 col doppio singolo Can I Ride (Kitchen Puff, 1991), ossequio allo stile “indie” in voga che somma indolenza Dinosaur Jr. all’obliquo baccano dei Sonic Youth.
Di maggior peso risulta pertanto il successivo 7”Vibracobra (Rockville, 1991), dove il rintoccare del tremolo resta in aria a farsi travolgere dalla ritmica possente ma elegante, come se il risveglio dai sogni conservasse l’abbaglio estatico datoci in regalo.

Il miraggio è forte da stregare anche l’amico - ed ex compagno delle superiori - Mac McCaughan, che li accoglie presso la Merge per il debutto su lp. Cor-Crane Secret (Merge, 1992) mette in vetrina un eccitante rock “avant” distillato dalle radici post punk: sensato il paragone coi Television, allora, dei quali Polvo si dichiarano aggiornata prole. Well Is Deep è in tal senso evidente, e nemmeno Sense Of It lesina rimandi a Moore e Ranaldo. A imporsi con autorità sono ciò nonostante l’altalena umorale in salsa raga Bend Or Break e gli strumentali Kalgon e Duped. Ottimo il riscontro critico, per chi non ha le orecchie intasate dal grunge (a proposito: il gruppo va in tour con le Babes In Toyland), mentre il pubblico resta – e resterà – confinato nel ristretto angolo dei cultori. Quelli che hanno fiuto per la qualità, però, e non si arrestano a curiosità o mero collezionismo (7.2/10).

Si replica nel giro di dodici mesi: il salto in avanti si chiama Today's Active Lifestyles (Merge, 1993), registrato in tre giorni dal valente Bob Weston. Il baricentro si sposta verso un sinuoso tintinnare chitarristico (sensazionale l’epica Gemini Cusp, tra Magic Band e Pavement giovani) in perenne interazione, integrato a melodie sbilenche che s’impongono con la frequentazione - Sure Shot possiede svagata allegria follemente “nerd” - e un equilibrio strumentale paritario tra le componenti. Si riteneva, in piena epoca post rock, che non fosse più possibile stupire con le chitarre, ma ci si sbagliava: Thermal Treasure per pochi secondi induce a controllare i giri del vinile, poi aggredisce con un assalto stemperato in aeree pause; Lazy Comet caracolla da infervorato “art blues” ubuiano; Tilebreaker confonde l’istrionismo con l’isteria ed è una delle migliori reinvenzioni sonicyouthiane; My Kimono ci fa accettare sereni l’ossimoro “dissonanza armonica”.
Altrove si finge di viaggiare su binari “noise” salvo smontarli da dentro, si veda Stinger (Five Wigs), e medesima sorte subisce la psichedelia disturbata da elettronica e sarcasmo per Time Isn’t On My Side. In tempi più recenti si rinverranno svariate tracce di questa peculiare “ansia statica”, nelle band d’area “emo” meno propense all’urlo e intente a tradurre gli imprevedibili sussulti del sentimento. C’è, a confondere con costanza le carte, un senso di persistente irrisione e d’amorevole beffa post moderna, sia nell’autoanalisi che nell’interpretazione delle fonti estetiche, che – lo ribadiamo - accomoda i Polvo nella loro epoca e pure al di fuori. (7.5/10)

Alla ricerca del sé contribuiscono anche i due EP frapposti al terzo risolutivo album: Celebrate The New Dark Age (Merge, 1994) conquista l’armonia, smussando le punte nel subbuglio pop ima Tragic Carpet Ride e nella pura psichedelia di City Spirit. Fractured tiene fede al nome, mentre lo strumentale Old Lystra è lì per far scuola (7.0/10). Le congetture su una classicizzazione in atto già dopo due lp sono rafforzate - e al contempo scompigliate - dal mini This Eclipse (Merge, 1995). Batradar suona difatti come un Daydream Nation “pulito” nei suoni, esibendo peraltro una coda fiammeggiante che ci s’attende allungata e invece si spegne all'istante. Bombs That Fall From Your Eyes cammina circospetta e gonfia di valium lasciando in bocca uno straordinario sapore d’amaro. Da annotare sul taccuino anche i disturbi della nenia Production Values e il brano omonimo, efficace space rock giocato tra reiterazioni e staffilate ipnotiche. (7.2/10)
E’ l’ultima uscita per il marchio Merge: il gruppo cede alle lusinghe di Corey Rusk e il primo frutto che cade dall’albero fa un tonfo che ancora oggi rimbomba. Exploded Drawing (Touch & Go, 1996) è, senza remore, un autentico capolavoro di eclettismo, che racconta un geniale restauro del corpo rock più visionario, basato su di una compiutezza certosina del lavoro tra chitarre e benedetto dal ritorno di Weston in cabina di regia. Si porta avanti di un (atonale) passo la fusione tra psichedelia e new wave: Pope e Brylawski s’aggiungono così al solco dei tessitori che inizia con Cipollina e Duncan per proseguire nei decenni con le coppie Verlaine/Lloyd e Kyser/Kunkel.

Il lascito è uno stordente doppio lp, un minuto contorto e l’altro estatico, l’altro ancora articolato e poi suadente. Più spesso, tutte le cose ed altre ancora allo stesso tempo, sviscerando a fondo lo spettro emotivo/evocativo dell’impatto sonoro sulla mente. Fast Canoe riassume con eloquenza articolata su sonnolenti angoli, ostentando potenza in un guanto di velluto. Bridesmaid Blues non ha nulla delle dodici battute e s’accascia su distanti bordoni alla Neu!Feather Of Forgiveness accenna rock scomposto e dondolante, come un ubriaco in bilico tra collera e confidenza. Crumbling Down, Snowstorm In Iowa e High-Wire Moves riportano la foga in primo piano a irrobustire una canzone perennemente indecisa tra psicosi e incanto. Light Of The Moon cavalca al tramonto in un western filmato da David Lynch e Street Knowledge vede l’Asia in un perverso nucleo acid-wave (per non dire della lunare laconicità di Monoloth?).
Non si pensi a qualcosa di slegato dalle proporzioni, perché In This Life sta al crocevia tra pieni ’60 e tardi ’70 sgusciando tra echi di Xtc nell’attorcigliata cantabilità; The Secret’s Secret indossa fogge orientali maestose ma contenute, mentre The Purple Bear sembra parodiare il power pop e Taste Of Your Mind sfodera un asso wavedelico da far impallidire a un decennio e più di distanza. Tutta abbondanza che sbiadisce, incredibile ma vero, se raffrontata col favoloso saluto di When Will You Die…, una dozzina di minuti dove le divagazioni di corde raggiungono la perfezione assoluta e consegnano il gruppo all’Olimpo dei Maestri: ineffabile visione che da lisergici squarci campagnoli approda, lungo una via di fumiganti cocci, a un isterico martellare che non apre la mente, bensì la ottunde. Ribadendo la presenza d’una sottile logica nell’operato del quartetto, alla fine si sente la voglia di ripartire. (8.0/10)

La storia tramanda che molto spesso, ad apice artistico raggiunto, segua un volgersi altrove per prendere fiato, osservare altri panorami nell’incertezza del domani. Dopo lo sforzo di Exploded Drawing, Watkins getta la spugna e gli subentra il più lineare Brian Walsby, mentre Brylawski trasloca nella Big Apple e poi in India inseguendo i prediletti orientalismi. Ash, invece, si ritrova a Boston con in mano un basso negli spenti Helium accanto alla fidanzata Mary Timony. Si rincontrano per un ultimo disco sottovalutato a causa dei precedenti: Shapes (Touch & Go, 1997;) suona invece ancora opera ben dotata d’idee, che da un lato proseguono quanto fin lì proposto e dall’altro inseguono modelli inediti (tendenze unificate dalla lunga, atmosferica El Rocio).
L’ottima Enemy Insects si sveglia dal torpore con la complicità di intarsi chitarristici e macchie di tastiere; The Fighting Kites stende un ponte tra Bosforo e Appalachi; The Golden Ladder è una litania memore dei Kaleidoscope. Più avanti, Downtown Dedication mescola Love e 13 th Floor Elevators e non era impresa dappoco, Twenty White Tents mantiene i nervi nella stasi apparente e alla fine Lantern dichiara una personale sensibilità all’estetica del deserto di fine millennio. (7.3/10)
Chiusa l’esperienza Polvo, Ash Bowie si mette in proprio col progetto Libraness e il discreto Yesterday...And Tomorrow's Shells (Tiger Style, 2000; 6.8), situandosi al confine tra il gruppo madre e gli Helium. Meno inelegante di quanto possa apparire sulla carta, si compone di registrazioni sparse negli anni che, senza forzature, applicano le consuete storture melodico-chitarristiche (Grief Mechanism, Richard Petty) a un “indie” dal sapore tipicamente metà ’90.
Dave Brylawski è tornato in North Carolina per unirsi - con una svolta logica - agli Idyll Swords, formazione propensa a una non banale ricerca d’impronta etnica. Due i dischi dati fino a oggi reperibili, un omonimo (Communion, 1999; 7.0) e II (Communion, 2000; 7.0), apprezzabili nello spaziare tra un’idea peculiare di blues ed eterogeneità folk sostenute da un approccio eclettico e competente alla strumentazione. Nulla a che vedere coi Polvo per entrambi, ed è più che ragionevole. Ci sono modi peggiori di maturare e poi invecchiare e, cosa che più conta, la serpeggiante traccia lasciata nel mazzo di quei dischi stravolti e quasi immateriali è stata di quelle importanti. Date solo tempo al tempo…