
Prima i fasti di Deja Vu e 4 Way Street assieme ai CSN, poi l’apoteosi tradizionalista (in chiaroscuro) di After The Goldrush e Harvest, ovvero come catapultarsi tra le stelle nel giro di un clamoroso biennio (‘70-’71). Subito dietro l’angolo, però, attendeva l’inferno: crisi epilettiche ed esistenziali, il tonfo clamoroso di Journey Trough The Past (disco e film), la tragica morte dei compagni d’avventura Danny Whitten e Bruce Berry. Un periodo terribile insomma, ma arrivato sull’orlo dell’abisso Neil Young vi gettò il suo sguardo più lunare, fragile e indifeso, licenziando dischi aspri e magnifici come Tonight’s The Night, Time Fades Away e, appunto, On The Beach. Buttate uno sguardo all’immagine di copertina: sotto quella sabbia ci può essere di tutto. Sopra, un mistero di spalle, il chiacchiericcio dei colori, le carcasse delle utopie. E quel mare senza sorriso. Ora sapete cosa aspettarvi.
Si parte con Walk On, il suo zampettare decadente e festoso, tra pennate sornione, riccioli di steel guitar (Ben Keith), il drumming pimpante di Ralph Molina e quella voce (quelle voci) che acciuffano l’ultimo miraggio per spingerlo ancora avanti, lungo una decade dimenticata da madre natura. Come dire, è solo un gioco, ma in campo c’è la polpa dell’anima.
Il wurlitzer suonato da Young in See The Sky About To Rain sembra fatto della stessa materia dei sogni, brusio evanescente di rimpianto e speranza, mentre quel pezzo di storia che risponde al nome di Levon Helm detta fruscianti direttive ai tamburi, il solito Keith ritaglia lacrimose virgole di steel e un certo Joe Yankee chiosa un buffetto d’armonica che sembra la cresta di un cuore. Che tipo, questo Yankee: probabilmente lo stesso Young sotto pseudonimo per dissimulare la sovraincisione, salvaguardando ad un tempo l’aspetto da “live in studio” del disco e la propria fama di bizzarro ad oltranza.
Chiamati David Crosby alla chitarra ritmica e Rick Danko al basso (saltellante incognita black dalla vena oscura e capricciosa), confermato Helm alla batteria e dirottato Keith al wurlitzer, ecco prendere il via Revolution Blues, aspra ballata degna del miglior Dylan (quello lucido e impietoso di Vision Of Johanna, per intenderci) ma come raggelata e sul punto di sputare l’ultimo grumo di rabbia: lo squinternato canadese vomita un assolo così scomposto e angoloso che ti chiedi da dove gli esca, da quale parte anatomica o spirituale, ma è senz’altro in mezzo al petto che va a schiantarsi, per non farsi più dimenticare.
La successiva For The Turnstiles è una specie di interludio country-blues con Ben Keith al dobro e Neil al banjo, le voci che si sfiorano graffiandosi, su quel frinire di corde scabro come polvere sul fuoco, come a preparare il proscenio all’organo succhiasogni (è ancora Keith!) di Vampire Blues, quadratura implacabile di basso e batteria (simbiotici e lunari, Tim Drummond e Molina) strapazzata da stacchi rasposi di chitarra e da quel canto storto, distante, incarognito: nella sua asciuttezza nasconde il segreto di mille vibrazioni, ogni frase il segno di un’inquietudine irrisolta, nelle vetrose evoluzioni dell’hammond l’immagine stessa del gelido orrore moderno. Finisce il primo lato, bellissimo, eppure ciò che segue lo fa sembrare solo un antipasto.
In un riverbero di corde smaniose ecco On The Beach, che tra percussioni volatili e un wurlitzer defilato (a cura di sir Graham Nash) diventa subito crepuscolo e rimpianto, allucinazione triste su orizzonte chiuso: nessuno scampo tra le brevi parabole degli assolo e il canto sprezzante, spoglio, sperduto, come sabbia su miraggi da soffocare. Non mancano segni d’amore, come quello nebbioso e vulnerabile di Motion Picture (dedicata a Carrie Sondgress, attrice e compagna del periodo), traccia costellata di magici trapassi e pervasa dalla delicata ombrosità di un Tim Buckley: magnifici il controcanto della slide (è il country man Rusty Kershaw) e quell’armonica inerme e dolorosa come una ferita.
L’album termina con la febbrile Ambulance Blues, j’accuse disperato e acida critica al disfacimento morale statunitense (l’ultima strofa è chiaramente rivolta al Watergate dello sbugiardato Nixon), un susseguirsi di fotogrammi come sputi in faccia, come nere rovine davanti al mare, ingoiati da un trepidante dialogo di fiddle (ancora Kershaw) e armonica, rabbia dolciastra sul tramonto di tutte le prospettive: forse i nove minuti migliori mai partoriti da Young. Ed è tutto dire.
Insomma un discone, di quelli che segnano il prima e il dopo. E pensare che per quasi trent’anni non è mai stato ristampato su cd, causa il veto di “cavallo pazzo” Young; nel frattempo, a testimoniare l’amore per On The Beach, era perfino sorto un sito per firmare una petizione a favore del suo ritorno dall’oblio. L’attesa re-release è infine arrivata nel 2003. Inutile ricordare quanto ce ne fosse bisogno… o forse sì.

Gli younghiani di lungo corso ben sanno che da ogni disco del canadese pazzo
cè da aspettarsi uno scarto stilistico, o una ricaduta, o un rigurgito, o un rinnegarsi sferzante. Inesorabile fino allingenuità, è una regola a cui anche questo nuovo Greendale non sfugge: dopo il folk indolenzito di Silver & Gold e i barbagli RnB di Are You Passionate?, le coordinate si prosciugano dalle parti di un folk rock rugginoso, dilatato e ruspante.
Quintessenza Crazy Horse (basso, chitarra elettrica e batteria più apparizioni darmonica e organo a pompa) in cui però spicca lassenza di Poncho Sampedro alla sei corde ritmica: voci di corridoio riferiscono di scazzi e dissapori allinterno del combo, che avrebbero indotto il chitarrista ad un periodo sabbatico. Eppure la livida asciuttezza del suono sorta di vigoroso contrappunto alla gravità delle liriche (si presti orecchio allacida Sun Green o al fatalismo funereo di Leave The Driving) sembra il frutto di una precisa intuizione stilistica.
Sia quel che sia, la vera sorpresa del lavoro risiede nella sua natura di concept, e oltretutto multimediale: in attesa di vedere il lungometraggio diretto dallo stesso Neil (sarà mai distribuito da queste parti?), su www.neilyoung.com il canovaccio si arricchisce di così tanti dettagli (mappe, biografie, reading
) da delineare un autentico luogo letterario, Greendale appunto, alla maniera chessò dellantonomastica Spoon River.
Al centro dellazione cè lalbero genealogico dei Green, su cui fruttificano sogni e incubi, determinazione e fato, sacri valori e pulsioni demoniache. Sarà proprio una combinazione inesplicabile di fato e pulsione malvagia a sconvolgere la quiete relativa del villaggio, richiamando come un contagio lattenzione invasiva dei media. Sotto la pressione dei quali il fragile guscio della quotidianità (un sereno circolo virtuoso, lultimo rifugio dalle tempeste di un mondo impazzito), inevitabilmente, sinfrange.
Nello sviluppo allucinato del plot (su cui non mi dilungo, a voi il piacere della scoperta) il simbolismo younghiano - da sempre nel guado tra ingenuità e alienazione gioca un ruolo primario, è linvolucro che riveste una comitiva di stereotipi neo (o post) hippies, tragici spostati a due dimensioni, teneri sognatori in cerca di causa, cuori incarogniti alla periferia dellimpero. A cui non si può credere fino in fondo, no, ma solo in quanto abbozzi metaforici, simbionti delle categorie mentali - tuttaltro che lucide, per(ci)ò toccanti - del vecchio Neil.
Al di là di ogni (inesigibile?) robustezza artistica e strutturale, se è nel disco che i temi dellopera dovrebbero convergere e concretizzarsi, è proprio lì che il meccanismo sinceppa afasico, fallisce il decollo, brucia tutto il carburante senza incendiarsi mai davvero. Il problema va ricercato nella sostanza del progetto stesso, nel modo in cui lesigenza narrativa trascina melodie ed afflato poetico (scarsine le une, affannato laltro) in una prosaicità talora sterminata, a gioco lungo spossante.
Rispetto alle cavalcate dei sessanta-settanta (Last Trip To Tulsa, Cowgirl In The Sand, Southern Man, Cinnamon Girl, Ambulance Blues, Cortez The Killer
) il fuoco sembra dipinto sul muro, gli assolo e i riff timbrano un carosello di atti dovuti, il canto declama come una macchinetta impazzita. Spiace dirlo, ma in più di un passaggio sembra che Young scimmiotti se stesso, si limiti a giocare con la lunghezza rispettabilissima della propria ombra, stringendo tra le dita accordi esausti, i fili di un discorso mai abbastanza attorcigliato ai segreti dellanima.
A differenza dellultimo Dylan, che mette a nudo le radici e le incide cercando tracce dellarcaica linfa (trovandone), e del Lou Reed che sbandierando un intellettualismo ai limiti della pedanteria persegue unalternativa credibile al decadimento poetico-testosteronico (e in parte l'azzecca), Neil non sembra porsi il problema, va dove lo porta lispirazione senza curarsi della prospettiva, senza mettersi in prospettiva. Capace ormai solo di riflessi automatici, come un vecchio artigiano del folk-blues i cui folk-blues stanno ancora in piedi a patto di non fermarsi, di mantenere la giusta velocità, per non fare i conti con lequilibrio.
Vagamente fuori dal tempo, dunque, come se tutti i ponti fossero crollati. Astruso, isolato per quanto si sgoli di salvare il mondo, espettorando denunce come il più romantico new-global in circolazione.
I pezzi migliori (Bandit, Falling From Above e Be The Rain) acciuffano la giusta dose di passione, quellidentificazione totale col momento-canzone che in uno come Young è requisito necessario e sufficiente. Intendiamoci, siamo ben al di sotto degli antichi fasti, però niente male. Al resto del programma, semplicemente, sembra mancare il terreno sotto ai piedi.
Alla fine ciò che più amo di Greendale - il motivo per cui comunque lho molto ascoltato e qualche altra volta lo ascolterò - va cercato nel fatto stesso che ho nelle orecchie lennesimo nuovo disco di Neil. E questo è quanto.
(5.0/10)

Non gli perdoneremo mai d'aver fatto dischi tanto belli che ci hanno cambiato così tanto la vita. È forse per questo che It’s A Dream - toccante ballata a base di piano e voce con sfondo d’archi e slide - ci sembra solo una canzone malinconica come tante? In parte, sì. D’altra parte, però, c’è un senso d’inevitabile nella lunga vicenda artistica di Neil Young, da oltre quaranta anni alle prese con un folk-rock che s’immischia di blues e psichedelia, di tradizione e delirio. C’è che quel giovanotto di tanto tempo fa aveva lo sguardo ficcato nell’orizzonte senza quiete dei sixties, era schiacciato da una visione assieme apollinea ed apocalittica della Natura, dal modo in cui vedeva la passione manifestarsi negli uomini (insensata, febbrile, cieca).
Quel ragazzo, con tutto il suo essere epilettico e allucinato (e intossicato), con la sua folle sensibilità, era capace di creare quadretti magici e terribili, appesi ad uno smarrimento senza requie, indifesi - sì, indifesi - nella stretta tra cuore e Storia, tra cuore e Destino, tra cuore e Uomini. Poi il ragazzo è cresciuto, ed è stato altro: il cugino campagnolo tra fienili e falò, il fratello maggiore con la ruggine che gli divora l’anima, lo zio saggio del punk-rock…
Ok, è stato molte cose, il vecchio Neil. Il quale non ha saputo - nessuno può fargliene una colpa - scampare alla condanna della maturazione prima e della senilità poi. E neppure - ahilui - evitare l’oltraggio di un pericoloso aneurisma, nel marzo scorso. Oggi, con la chioma incanutita e senza governo, le spalle più curve e larghe, lo sguardo aguzzo e nero, deve fare i conti con un orizzonte - se non più chiaro - più breve, e in ogni caso meno spaventoso, perché si finisce per accettare ogni insidia, per digerire i lutti (il padre Scott è morto nel giugno scorso) e i misteri. Questo è il punto: Neil Young, oggi, accetta che le proprie emozioni si compiano, si esauriscano, si esaudiscano. Non le lascia sospese su sfondi indecifrabili - incubi di meraviglie minacciose - come accadeva in After The Goldrush (Reprise / Warner, agosto 1970) e On The Beach (Reprise / Warner, luglio 1974).
Ci mette il punto, con mestiere quasi compiaciuto, come farebbe un folk-rocker qualsiasi. Magari è ancora capace di belle intuizioni, ma ce le consegna potabili, e quindi banalizzate. Ecco, la recensione di questo disco potrebbe finire qui, cogliendo ad emblema la sola It’s A Dream, che è una bella canzone e nient’altro, dove un rimpianto tremulo - appunto - si compie fino in fondo. Si compie troppo. Aggiungiamo qualche riga per inerzia, per sottolineare che: nel complesso si avverte il tentativo di puntare la barra tra l’errebì-soul di This Note’s For You (Reprise / Warner, aprile 1988) - la nostalgia inorgoglita di Far From Home, la title track che giochicchia con una tensione un po’ sgonfia - ed il country patinato di Harvest Moon (Warner, novembre 1992) - del quale ricicla spudoratamente riff e frasi d’armonica, come in Here For You e This Old Guitar - ; il ricamo degli arpeggi sulla slide cremosa è un piacere per le orecchie, ma non c’è da aspettarsi di meno dal sodalizio Young-Keith; la voce appare in forma, anche più tagliente rispetto agli ultimi lavori; He Was The King è uno dei più scontati omaggi al mito di Elvis che si siano mai uditi, tanto che un folk tenerello come Falling Off The Face Of The Earth è dieci, cento, mille volte meglio.
È insomma il caso di volare - anzi di sognare - basso, come del resto ci avverte un amaro passaggio nella traccia d’apertura: "If you follow every dream/You might get lost". Tuttavia Neil non rinuncia a bazzicare i massimi sistemi e chiude la scaletta col gospel imbalsamato di When God Made Me, già sentita al Live 8, dove in qualche modo sembra opporre la propria religiosità "compassionevole" al neo-fondamentalismo dell'Impero: che dire, chapeau. Di questo disco, l’avrete capito, si può fare a meno. Tuttavia non si può detestare. O, almeno, non troppo. (5.9/10)

1971. Indignato per l’uccisione di quattro studenti universitari da parte della polizia, Neil Young sputa fuori l’instant song Ohio, rabbioso grido di protesta contro l’America di Nixon. Roba di più di trent’anni fa, quando il rock poteva – voleva? – se non cambiare il mondo come volevano gli hippies, quantomeno realmente incidere sull’opinione pubblica.
Una premessa necessaria per comprendere il senso dell’ultima, imprevedibile mossa del canadese: a neanche nove mesi da Prairie Wind, con Heart Of Gold, film-concerto di Jonathan Demme da poco arrivato sugli scaffali, ecco addirittura un instant record, registrato e mixato nel corso di appena tre giorni in aprile, subito diffuso in streaming e infine reso disponibile nei negozi a inizio maggio. Atto politico ancor prima che artistico, Living With War è l’urlo vomitato da chi ha accumulato delusione e insoddisfazione fino allo stremo: titoli come Let’s Impeach The President, Looking For a Leader, passaggi come “don’t need no more lies” o “ don’t need no stinking war” non lasciano spazio a dubbi di sorta.
Certo, di questi tempi un musicista schierato contro Bush è cosa piuttosto ordinaria (perfino Pink nel suo ultimo album ha “dedicato” un brano all’amato presidente), e alle nostre orecchie smaliziate - e disincantate - il tutto può suonare un po’ troppo naif e irrimediabilmente retorico. Tuttavia, Living With War colpisce nel segno, non tanto per la statura del personaggio in sé o per il suo valore musicale tout court, quanto per la valenza di atto politico - e mediatico - diretto, crudo e senza compromessi, come ancora non si era visto in tempi recenti; in questo il Young politicizzato di oggi si pone equidistante tra John Lennon (nell’immediatezza dei testi) e Bob Dylan (nella forma canzone, vedi anche la citazione esplicita in Flags Of Freedom). E pazienza se a livello strettamente musicale questo non verrà ricordato come un caposaldo della discografia del loner: basti dire che la forma è adeguata al contenuto (la veste elettrica dei brani e l’utilizzo di un coro di cento - !!! - voci riescono efficacemente a rendere i brani in ugual misura diretti, rabbiosi e solenni), e che la scrittura si pone idealmente a metà tra i momenti più accesi di Freedom (anche se qui, ahinoi, non c’è nessuna Rockin’ In the Free World) e le ballate soft di Broken Arrow e lo stesso Prairie Wind (qui però elettrificate, come After The Garden o Families).
Forse un po’ più di poesia e meno retorica senile (quella già assaporata in Greendale, per intenderci) sarebbe troppo per il Neil Young attuale, ma finché continua a mostrarsi tanto vivo, incazzato e presente, Dio - o chi per lui - ce lo conservi, così com’è. (6.5/10)

“Because sound matters”: l’advertisement dell’adesivo in copertina racchiude tutto il senso dei Neil YoungArchives, un’operazione pianificata da anni e finalmente giunta adesso al suo primo, fatidico capitolo (che in realtà è il vol. 2, mentre il vol. 1 conterrà un concerto acustico, previsto per i primi mesi del 2007… il solito, ineffabile Mr Shakey). Il suono anzitutto, perché nonostante i suoi cassetti trabocchino di materiale inedito - dal vivo e soprattutto in studio - , il vecchio Neil, da audiofilo incallito quale è (ricordate l’attesa infinita per la rimasterizzazione in cd di On The Beach?), alla reperibilità del materiale preferisce la qualità sonora. Ecco quindi che il primo dei suoi bootleg ufficiali è in realtà un’esibizione nota ad ogni younghista che si rispetti, quella del marzo 1970 al Fillmore East di New York insieme ai fidi Crazy Horse; per lo stesso motivo la scaletta originaria, che prevedeva anche un set acustico in apertura, è ridotta ai sei brani elettrici catturati al meglio sul soundboard.
Niente che finora non si potesse recuperare in veste non ufficiale, e tanto basterebbe per lasciare a bocca asciutta tutti quegli appassionati che da anni sbavano al solo pensiero dei tesori nascosti del canadese. Tuttavia, il valore di questo documento è e resta alto, e non potrebbe essere altrimenti dato che il concerto è la viva testimonianza di uno dei momenti più alti della carriera iniziale di Young. Everybody Knows This Is Nowhere è uscito da pochi mesi, e alla guida dei Crazy Horse – di lì a poco a debuttare in proprio con l’aiuto di un membro aggiunto d’eccezione come Jack Nitzsche, presente anche qui alle tastiere – c’è ancora quell’anima persa di Danny Whitten. Il damage done e Tonight’s The Night sono fantasmi di un futuro ancora lontano, e su quel palco le due chitarre si corteggiano, si scontrano, gareggiano e duellano nell’assalto sonico senza pari di Down By The River e Cowgirl In The Sand, qui incendiarie come non mai. E il resto della scaletta non è certo da meno, con un paio di rarità come Winterlong (poi pubblicata nella raccolta Decade e coverizzata, tra gli altri, dai Pixies) e Wonderin’ (cui toccherà la strana sorte di resuscitare nella beffa rockabilly di Everybody’s Rocking), più il regalo di Neil a Danny, Come On Baby Let’s Go Downtown (qui in un contesto decisamente più solare che in Tonight’s The Night).
Insomma, c’è tanta di quella mitologia in ballo a rendere impossibile qualsiasi stroncatura, e – questo è proprio il bello - la qualità del tutto non è da meno. Tanto che alla versione cd si affianca un DVD audio in 5.1 per assaporare una volta per tutte il suono perfetto. A questo punto non è difficile immaginare il loner che sorride sardonico, al pensiero di aver giocato ai suoi fans il miglior tiro mancino possibile… (7.5/10)

Meglio farci l’abitudine: quattro mesi dopo il Live At Fillmore East del 1970, ecco una nuova uscita delle Performance Series, collana di live ufficiali legata al mastodontico progetto Archives (la cui partenza ufficiale è prevista entro l’anno con un primo cofanetto di 8 cd e 2 dvd). La maniacalità e la cura nel confezionare il prodotto sono le solite, così come la straordinaria qualità del materiale, sia audio (il concerto in questione era stato registrato professionalmente in vista di una possibile release ufficiale), sia video (il DVD raccoglie l’intera performance, mista a immagini d’epoca in commento alle canzoni); completano il tutto svariate memorabilia, dagli appunti del tour ad immagini esclusive e rare apparizioni televisive e documenti video. Una manna per ogni younghista che si rispetti, certo; ma se questo Live at Massey Hall ha immediatamente scalato le classifiche americane - il migliore risultato raggiunto dal Loner dai tempi di Mirror Ball (1995) -, allora c’è sicuramente dell’altro.
Basterebbe la cronologia: siamo a inizio 1971, a metà strada fra l’uscita di After The Goldrush e la realizzazione di Harvest. Prima di recarsi a Nashville per le registrazioni, Neil si imbarca in una tournée solista per rodare le nuove canzoni; l’intenzione iniziale è di realizzare un album live come il fortunato 4 Way Street di CSNY, ma l’incostante Shakey presto abbandonerà l’idea per seguire l’ambizione che lo porterà a realizzare la sua magnum opus. In ogni caso, quello che viene catturato su nastro il 19 gennaio alla Massey Hall di Toronto è un piccolo tesoro, vuoi per la sola qualità della setlist, vuoi per la resa impeccabile della performance, tra intimismo confidenziale e nuda passione.
Armato di soli piano e chitarra, ricurvo sullo strumento, una tenda di capelli disordinati a coprirgli il viso, Neil snocciola una dopo l’altra le sue gemme, dai giorni dei Buffalo Springfield (I Am A Child, On The Way Home), ai fasti del supergruppo (Helpless, Ohio), passando per gli inevitabili classici, alcuni già acclamati (Tell Me Why, Don’t Let It Bring You Down), altri ancora in nuce (A Man Needs A Maid e Heart Of Gold, unite in un’inedita suite al piano); non mancano inoltre rarità come Journey Through The Past, Love In Mind e See The The Sky About To Rain (qui nel loro innocente contesto originario, strappate dall’aria angosciante di Time Fades Away e On The Beach), e le oscure Bad Fog Of Loneliness e Dance Dance Dance (quadriglia gioiosa, regalata a Danny Whitten per il coevo debutto dei Crazy Horse).
Poche storie, qui c’è tutta l’essenza del Neil Young cantautore: un intero universo di inquietudine, di passione, di fragilità, di poesia senza tempo. Semplicemente imperdibile. (8.0/10)

Mattacchione di un Neil. Anziché pubblicare finalmente il famigerato, primo volumone dei leggendari Archives (atteso entro il 2007, adesso rinviato a data da destinarsi… mah!), resuscita alcune di quelle datate “dimenticanze”, ne registra alcune ex novo e battezza la raccolta che ne salta fuori come uno dei suoi lost album più celebri di sempre, quel Chrome Dreams che, fosse uscito nel ‘77, oggi contenderebbe la palma di miglior disco younghiano dei ’70 ai vari Harvest e Rust Never Sleeps (On The Beach e Tonight’s The Night sono altra categoria, ça va sans dire). Che burla. Tipico Shakey. Come ogni sequel, peraltro, questo II è meno riuscito del primo capitolo della saga – e per forza: pensate un po’ che quello includeva Pocahontas, Like A Hurricane, Powderfinger, Look Out For My Love, a dirne solo quattro. Adesso, con compiaciuta senilità e consapevole auto-celebrazione, in questo mucchietto di canzoni (recuperate prevalentemente dai cassetti dei suoi temibili anni ’80) gioca a incarnare praticamente tutte le sue identità, dal country farmer di Beautiful Bluebird al cantore melenso degli ultimi tempi di The Believer, Shine A Light e The Way (francamente terribile), fino al solito cavallo pazzo di sempre in Spirit Road, No Hidden Path e Dirty Old Man.
Lasciando da parte l’esegesi (per dire, l’interminabile tour de force di Ordinary People è uno storico rigurgito del periodo pre-Freedom, fissata su nastro nell’’88 insieme alla band ’r’n’b di This Note’s For You), non è che queste anticaglie rimesse a nuovo ci diano molto - e non che noi chiedessimo più di quel che avevamo già, anzi alcuni ascolti ce li saremmo risparmiati volentieri. Prendiamo allora Chrome Dreams II come l’ennesimo sassolino che il gran Vecchio ha voluto togliersi dalla scarpa, l’ennesimo capriccio insoddisfatto di uno spirito sempre inquieto ed insanamente incosciente (e il fatto che questo sia il suo terzo album di inediti in tre anni ce lo conferma). Se ciò sia bene o male, giudicate voi. (6.3/10)

Che sia ormai diventato l’Old Man di cui cantava un tempo, è un fatto tanto naturale quanto necessario; i suoi ultimi album in studio ne sono un onesto, apprezzabile, inevitabile riflesso. Normale, però, Neil non potrà mai esserlo. C’è sempre stato qualcosa che lo ha reso assolutamente unico: quella folle imprevedibilità, quei repentini, istintivi, irragionevoli cambi di rotta che gli hanno fatto guadagnare l’ineffabile nickname di Shakey. Il Continental Tour che sta portando attraverso l’Europa in questi primi mesi del 2008, in - apparente – promozione del recentissimo Chrome Dreams II (altra operazione dal retrogusto sardonico), è in verità il prodotto dell’istinto selvaggio di un Loner non ancora domo, anzi capace di colpi di coda che possono perfino ucciderti.
Già, perché i soli primi quaranta minuti di show, interamente acustici, toglierebbero il fiato a chiunque. Soltanto immaginare l’Uomo da solo sul palco, circondato da sette chitarre, che si lancia da quasi subito in una rara Ambulance Blues direttamente da On The Beach, in una Mellow My Mind al banjo (come nel tour del ’76), per poi buttarsi a capofitto nei grandi classici di Harvest (A Man Needs A Maid, Harvest, Heart Of Gold, Old Man) non senza aver riservato un certo spazio ad alcuni inediti assoluti tratti da Homegrown, l’album del 1975 mai pubblicato (Love / Art Blues, Sad Movies, Try)… beh, soltanto immaginare questo ferma il cuore, figuratevi viverlo.
Con un set che attinge al 95% dagli anni ’70, l’odore di riscoperta del passato è fortissimo (vedi alla voce Archives…); ma più che della nostalgia, Neil sembra vittima di un antico fuoco che, grazie a dio, continua a bruciargli l’anima. Quello stesso fuoco che nella seconda parte dello spettacolo gli fa imbracciare la fida Old Black per assalire Mr. Soul, Hey Hey My My, Powderfinger e Cinnamon Girl, sparate fuori una dopo l’altra come se ogni nota suonata fosse l’ultima. E anche se non ci sono i Crazy Horse (eccetto Ralph Molina, più Rick Rosas e l’inseparabile Ben Keith – usato per la prima volta anche come chitarrista ritmico, il che la dice lunga sull’istinto del Nostro), il suono è ugualmente potente, arricchito dai cori della moglie Pegi (peraltro, protagonista di un set d’apertura tutto per sé) e del songwriter Anthony Crawford; a completare il quadro, le lunghe versioni di Down By The River e della recente No Hidden Path - uno dei pochissimi estratti dall’ultimo disco, per inciso - dimostrano ampiamente come il gusto per le cavalcate da dieci minuti non si sia affatto spento.
L’impatto emozionale dello show, si sarà capito, è indubbio, così come quello musicale. Non è da meno quello visivo/concettuale, con l’artista – e road manager di Young – Eric Johnson ad improvvisare sulla tela dipinti astratti durante le canzoni, per poi esporre, nel corso del set elettrico, un quadro a tema per ogni canzone eseguita. Esistesse il concerto perfetto (suo, e non solo), questo ci andrebbe molto vicino.