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John Cale

di AA. VV.

 

 

 

 

 

Vintage Violence (Columbia, 1970/ Columbia/Legacy 2001)
  • Hello There
  • Gideon’s Bible
  • Adelaide
  • Big White Cloud
  • Cleo
  • Please
  • Charlemagne
  • Bring it on up
  • Amsterdam
  • Ghost Story
  • Fairweather friend
    (Bonus from 2001 reissue)
  • Fairweather friend (Alternate version)
  • Wall

Vintage Violence (Columbia, 1970/ Columbia / Legacy 2001)

di Antonio Puglia

Chi considera ancora Lou Reed l’unica testa dei Velvet Underground capace di pensare in termini squisitamente pop, relegando John Cale al ruolo di selvaggio sperimentatore votato ad eccessi musicali di ogni tipo, rischia di cadere in un clamoroso e grossolano errore. Vintage Violence, il suo esordio solista, spazza via come un uragano ogni certezza che si credeva saldamente acquisita sulla “vera” natura artistica di questo musicista, ancor oggi purtroppo misconosciuto. Ma andiamo con ordine.
Dopo esser stato parte integrante dell’alchimia che generò i capolavori Velvet Underground and Nico e White light white heat, nell’ottobre del 1968 l’acuto polistrumentista gallese viene messo alla porta dallo stesso Reed, in combutta col nuovo manager Steve Sesnick. Già da qualche tempo gli equilibri all’interno del gruppo si erano incrinati: mentre John, fedele alla sua formazione avanguardistica (era infatti giunto in America all’inizio di quel decennio dopo aver vinto una borsa di studio) voleva portare il suono della band verso soluzioni sonore ancora più estreme di quelle sperimentate nei già rivoluzionari primi due album, Lou mostrava invece un’attitudine più melodica e incline a compromessi che, complice l’assenza del compagno, si affermerà prepotente a partire dal terzo album (The Velvet Underground, 1969), caratterizzando in seguito diversi momenti della sua avventura solista (su tutti, il trionfo glam di Transformer con la complicità di Ziggy Stardust/Bowie).

Così a Cale non resta che intraprendere una carriera autonoma in cui, tra impegni come produttore, arrangiatore, sessionman di lusso e compositore di colonne sonore, sarà libero di seguire le proprie intuizioni artistiche. E, alla luce di quanto detto sulle dinamiche interne dei Velvet Underground, il suo debutto da solista è più che una sorpresa.

Vintage Violence, uscito originariamente nel 1970 per la Columbia Records (ma registrato l’anno precedente in seguito alla produzione di The Marble Index di Nico e dell’album di esordio degli Stooges), è una vera rivelazione. Un disco di una leggerezza spiazzante, melodicamente ineccepibile, arrangiato con gusto: quanto di più lontano ci si poteva aspettare da un allievo di Cage. Indipendente dalle maglie, spesso soffocanti, di una band, Cale può finalmente manifestare la sua quintessenza artistica. Non un semplice musicista: piuttosto un alchimista, una sorta di mad scientist prestato ora al rock, ora all’avanguardia, ora al punk, ora alla sperimentazione “classica”, ma sempre e unicamente guidato da un’intelligente curiosità e da un approccio stimolante verso la materia trattata. In questo caso a venire studiato, esaminato e riplasmato è il pop-rock: il Nostro si diverte a giocare con la tradizione melodica di Beatles e Beach Boys (l’amore verso i quali esploderà definitivamente nella cosiddetta “trilogia pop” con Eno di Fear, Slow Dazzle ed Helen of Troy), rivestendone le intuizioni di arrangiamenti ambiziosi e insaporendo il tutto con spruzzatine country. Vintage Violence potrebbe considerarsi una sorta di prova generale della sensibilità pop di Cale, quasi un’antologia a priori di quello che, negli anni a venire, si troverà ad esprimere in termini di songwriting; ad ogni modo, se si fa eccezione per Paris 1919 (1973), in cui la verve pop si mescolerà in modo sorprendentemente efficace al suo retaggio di musicista classico, difficilmente John Cale ci regalerà un lavoro tanto immediato ed equilibrato.
L’ irresistibile piano western di Hello there immerge subito l’ascoltatore in un’atmosfera ironica e goliardica, mettendolo subito a suo agio; Gideon’s Bible è già in odore di classico: una festa di sovraincisioni dal ritornello memorabile, in un profluvio di pedal steel, chitarre guizzanti, piano, viola e chissà quanti altri strumenti. Adelaide è un delizioso folk che Stuart Murdoch dei Belle and Sebastian deve aver sicuramente ascoltato, mentre in Big white cloud Cale si cimenta addirittura in un “wall of sound” spectoriano, occupandosi anche della conduzione dell’orchestra (soluzione che ripeterà, con i risultati alterni, in futuro); la sbarazzina e solare Cleo presenta una melodia tanto orecchiabile che potrebbe essere una sigla di cartoni animati (ricordate “Heidi”?… si potrebbe quasi parlare di plagio da parte degli autori!).

Se Please, Charlemagne e Bring it on up possono sembrare “soltanto” freschi esercizi di scrittura country-pop, i due brani successivi sono di diritto due classici del repertorio caleiano e ci presentano, rispettivamente, due facce opposte e complementari della sua personalità. Amsterdam, malinconica gemma acustica densa di umano rimpianto, è la prima di una lunga serie di ballate, ideale antesignana dei momenti più spontanei e intimisti di Paris 1919 e di Music For a New Society (1982); la spettrale (è proprio il caso di dirlo!) Ghost story invece mette in luce il lato più oscuro e claustrofobico del musicista gallese, un racconto dell’orrore per chitarra acustica, organi, armonium e chitarre elettriche intrecciati in una danza macabra dai toni jazzati; non siamo troppo lontani dai sabba deliranti di Fear (1974). Quando quest’ultima traccia s’interrompe d’improvviso sembrerebbe la fine, ma è l’ennesima sorpresa: chiude infatti il disco l’allegra Fairweather friend, brano chitarristico uptempo che per il suo piglio spensierato avrebbe potuto, ricevuto un adeguato rivestimento di paillettes e lustrini, essere un successo dell’effimera stagione glam-rock di lì a venire.

La ristampa del 2001 aggiunge poco o niente alla sostanza del disco originale: a parte un’abbastanza inutile alternate version di Fairweather friend, l’inedita Wall è un esercizio strumentale per sola viola, un lungo drone memore degli insegnamenti ricevuti alla corte di LaMonte Young e il suo Theatre of Eternal music.

Messa a fine disco, ci ricorda prepotentemente che il raffinato songwriter delle canzoni precedenti è lo stesso folle stupratore di viola di Heroin e Venus in furs. Ma forse è solo l’ultimo inganno di John Cale, bugiardo sin dal titolo e dalla copertina del disco: nessuna violenza in queste canzoni, solo dell’ottima e ispirata pop music.

Hobo Sapiens (EMI, 2003)
  • Zen
  • Reading My Mind
  • Things
  • Look Horizon
  • Magritte
  • Archimedes
  • Caravan
  • Bicycle
  • Twilight Zone
  • Letter From Abroad
  • Things X
  • Over Her Head

5 Tracks EP - Hobo Sapiens (EMI, 2003)

di Stefano Solventi

Un EP dal titolo quanto mai laconico (5 Tracks) e un album battezzato invece con insidioso calembour (Hobo Sapiens), licenziati in quest'ordine, a poche settimane di distanza l'uno dall'altro, più che a una strategia commerciale fanno pensare ad un compromesso imposto dalla Emi, forse spaventata dalla prospettiva di un doppio cd del già non troppo vendibile ex-Velvet. Ragion per cui mi piace ascoltarli come fossero una cosa sola, ritratto d'artista di mezz'età (ad essere generosi) in diciassette episodi.
Certo, è giusto sottolineare qualche differenza: se il mini mette sul piatto una tensione sbrigliata e compatta, il passo elastico tra ficcanti intuizioni d'arrangiamento, il long playing (che bello chiamarlo così) mette a dura prova le tessiture stiracchiando qui e là qualche maglia (sa un po' troppo di laboratorio flaminglipsiano Archimedes, pare un delirio Blur avariato Letter From Abroad). In entrambi tuttavia si muove un'ispirazione entusiasta e sapiente.
Cale scrive, architetta, suona, fa quasi tutto da sé appoggiandosi come non mai alle macchine, fidando sul potere oscuro e incantatorio dello studio di registrazione. Il suo merito principale è di aver saputo dominare questa situazione con naturalezza, con solenne savoir faire, con generosità mai tronfia, senza giammai scivolare in tentazioni auto-agiografiche o trendiste (come invece avviene purtroppo - e fin troppo - al quasi coetaneo Bowie).
Un palinsesto dunque che alterna tinte altere (quella Caravan che sembra i Massive Attack in estasi gospel, quella Over Her Head che fa idealmente incontrare Mark Lanegan e Brian Eno, o quella Verses che sembra un David Sylvian downtempo) e disinvolte (il folk rock alla Steve Wynn di Things - poi trasfigurato technofunk in Things X - oppure l'escursione nu jazz di Look Horizon), vagamente stranite (l'ossificazione reggae di Chums Of Dumpty, le composite deviazioni waitsiane di Waiting For Blonde) e solari (il kraut-pop liofilizzato - con un piccolo aiuto di mister Eno - di Bycicle, o il saltellante jingle jangle - con tanto di finti found voices cinematici in italiano - di Reading My Mind).
John l'affilato è addirittura impagabile quando omaggia René Magritte in - pensate un po' - Magritte (una suggestione serrata d'archi, ritmiche cupe, voce colta ai margini di un delirio) e addirittura Ezra Pound in E. Is Missing (elettroniche liquide, felpate, pulsanti, chitarre in vena di sogni & carezze) senza spendere un centesimo di retorica snob (come invece talora capita al vecchio sodale Lou Reed). Sa essere convincente in quel rigurgito new wave (versante Talking Heads o primo Peter Gabriel) con ectoplasmi surf e piglio noise (leggi: Flaming Lips) che risponde al nome di Twilight Zone, e perfino toccante quando in Wilderness Approaching - dalla soundtrack di Paris, film del regista angloiraniano Ramin Niami) si affida al vocione perentorio, ad un piano snervato e a poco altro che non sia il cuore.
Una collezione dunque di suoni complessi, strutturati, curiosi. Ma freschi come una pioggia di foglie in autunno, tra colori come pagine di ricordi, nell'inquieta serenità del vivere dentro ciò che fuori non è (più) dato. Senza il peso di un passato troppo grande da sopportare. Tirando le fila di un presente certo non altrettanto glorioso (come potrebbe?) eppure vivo come non mai.

(7.5/10)

Black Acetate (Emi, 2005)
  • Outta the Bag
  • For A Ride
  • Brotherman
  • Satisfied
  • In A Flood
  • Hush
  • Gravel Drive
  • Perfect
  • Sold Motel
  • Woman
  • Wasteland
  • Turn The Lights On
  • Mailman (The Lying Song)

Black Acetate (Emi, ottobre 2005)

di Antonio Puglia

Mi interessano di più le cose che sto per fare di quelle che ho già fatto”. Queste le parole con cui due anni fa John Cale presentava il suo Hobo Sapiens, lavoro che segnava il ritorno al rock dopo un periodo “sabbatico” dedicato a colonne sonore, progetti collaterali e riedizioni di materiale già edito. In quella frase, a pensarci bene, c’è tutta l’essenza del Cale artista: quarant’anni di carriera all’insegna del movimento, dell’ideale spostarsi da un luogo (artistico) a un altro; troppe esperienze degli ultimi quarant’anni di musica sono passate per le mani di questo signore e non è questa la sede per elencarle. Basti dire che oggi l’ex Velvet Underground sta attraversando una nuova fase produttiva, e il relativamente breve periodo di tempo intercorso fra Hobo Sapiens e questo Black Acetate sembra confermare la tendenza.

Se lo avevamo lasciato “perso” dietro le tracce elettroniche di Radiohead, Beck e Beta Band, lo ritroviamo adesso con un’attitudine inaspettatamente – e a tratti miracolosamente – ispirata. Il suono è molto più basato sulla chitarra e sul concetto di canzone “pop-rock” (le virgolette sono d’obbligo): un territorio su cui il Nostro non si soffermava - almeno con questi risultati - dai tempi della trilogia per la Island di metà ’70 (Fear, Slow Dazzle e Helen Of Troy); anzi, si può dire tranquillamente che in certi episodi l’artista gallese suona rock come non ha mai fatto. Come non avere un sussulto di fronte all’attacco di Outta The Bag, un uptempo in perfetto stile glam-rock à la Roxy Music (non a caso vecchi compagni di merende), con un’inedita e sorprendente voce in falsetto? O davanti all’immediatezza dei riff (presi di peso dalla scuola grunge dei Nirvana) di Perfect, Sold Motel e Turn The Lights On? O ancora al cospetto del ritornello inatteso di Woman? Non sentivamo un Cale così acido e urgente dai bei tempi di Leaving It Up To You.

L’elettronica resta comunque una componente dell’amalgama sonoro, anche se in secondo piano, per affiorare - talvolta un po’ manieristicamente - in alcuni brani (Hush, o l’inquietante Brotherhood, vicina a certi momenti claustrofobici di Artificial Intelligence, e non mancano di certo le ballate in cui il musicista mostra tutta la sua sensibilità melodica: sublime una In A Flood in cui suona (mai tanto) simile al collega-rivale Lou Reed, o quella Gravel Drive che richiama così da vicino la Emily di Fear, o ancora Wasteland, l’occasione per sentire ancora una volta il tocco magico della sua viola.

Questi i fatti. Mentre decine di giovani band sono alla ricerca del riff giusto o del groove per resuscitare un rock ormai soffocato dalla saturazione della proposta, ecco un sessantatreenne che sforna un disco che graffia come forse pochi altri episodi della sua - non certo breve e non propriamente “rock” - carriera. E come poche altre cose sentite in giro quest’anno. (7.0/10)

Live: Scandicci (Firenze), 10 febbraio 2006

di Giulio Pasquali

Chi aveva visto John Cale qualche anno fa in un tour italiano senza band parlava di un musicista freddo e scostante, che al posto del pathos intimista comunicava una professionalità seccata. Il tour col gruppo aveva invece convinto anche qualche scettico, e ciò mi faceva ben sperare per il mio primo concerto del gallese (reunion VU esclusa).

Ottimismo confermato quando, dopo sei minuti di oscillazioni elettroniche, Cale finalmente sale sul palco con i suoi tre musicisti, imbraccia la viola e dà il via una caldissima, bruciante, intensa Venus In Furs (più aggressiva della versione proposta da Lou Reed nel suo recente Animal Serenade). Le accordature all'inizio non sono perfette, il bilanciamento degli strumenti viene messo a punto nel corso dei primi tre brani e, a voler essere puntigliosi, nel ritornello la chitarra di Dustin Boyer non riempie quanto dovrebbe; ma davanti alla magia di questa versione, all'impeccabile voce di Cale, alla fantasia delle spezzettature ritmiche e all'impatto generale sono piccolezze trascurabili.

Che sia un Cale più rock del solito lo confermano le successive Walking The Dog (il classico blues di Rufus Thomas già presente in Sabotage Live) e Turn The Lights On dall'ultimo Black Acetate, dal quale proviene anche la successiva Woman. Ma "rock" è decisamente riduttivo: mentre il Nostro si alterna a viola (poco, ahimè), piano e chitarra e il fido Joseph Carnes oscilla tra basso, contrabbasso, loops e tastiere (qua e là anche contemporaneamente), la musica segue le argute ed aeree traiettorie delle melodie, sfiora appena il prog, evoca i Radiohead e certi passaggi dei Buckley. In una perfetta convivenza tra schitarrate vagamente glam e rumorismi, morbide ballate e coretti che a volte sconfinano nel disarticolato, tutto viene portato avanti attraverso originali strutture e complesse stratificazioni, ai limiti dell’orchestrale, incredibilmente messe su dai quattro (nota di particolare merito per il batterista Michael Jerome).

Né manca l'ironia, quella che dà vita a una versione di Femme Fatale mescolata alla rara Rosegarden Funeral of Sores (resa immortale dalla cover dei Bauhaus) su un tempo tra il cha-cha-cha e la tastierina Casio; dopo le recenti Hush e Outta the Bag (decisamente migliorata con l'abbandono del falsetto del disco), si passa al classico Guts e a due brani dal penultimo Hobosapiens, Look Horizon e Magritte. Finché giunge il momento più alto del concerto: un loop elettronico tintinnante che ricorda una ruota di bicicletta, su cui gradualmente gli strumenti stendono tappeti sonori, un crescendo emozionante e implacabile, poi "Me and my partner...". E' Gun, un classico (ripreso anche da Siouxsie) da Fear (1974), in una versione impreziosita da versi dalla lennoniana Working Class Hero: la summa del discorso musicale proposto in questo concerto. Dopo la tempesta la quiete di Set Me Free, Cable Hogue e Things, l'inedita Jumbo, la recente Sold-Motel con le sue reminescenze di Making Plans For Nigel (XTC) e la vecchia Leaving Up To You per concludere fino ai bis con la classica Buffalo Ballet e la recente, rockissima Perfect.

"Ho visto il futuro del rock'n'roll e il suo nome è..." John Cale? Forse IL futuro no, ma lo sfaccettato corpus musicale che questo grande artista ha costruito in quarant'anni e messo in scena stasera contiene ancora molti elementi che potrebbero essere utili all'auspicato, latitante rinnovamento del rock.

    CD1
  • Venus In Furs
  • Save Us
  • Helen Of Troy
  • Woman
  • Buffalo Ballet
  • Femme Fatale / Rosegarden Funeral of Sores
  • Hush
  • Outta The Bag
  • Set Me Free
  • Cable Hogue
  • Look Horizon
  • Magritte
  • Dirty Ass Rock 'n' Roll
    CD2
  • Walkin' The Dog
  • Gun
  • Hanky Panky Nohow
  • Pablo Picasso / Mary Lou
  • Intro Drone " Amsterdam Suite"
  • Zen
  • Style It Takes
  • Heartbreak Hotel
  • Mercenaries (Ready For War)
  • Outro drone
    DVD
  • Rehearsal Acoustic Set (Video)
  • Electric Works-In-Progress (Video)
  • Jumbo In Tha Modernworld (Video)
  • Graveldrive (Graveldrive Remix) (Audio)
  • Big White Cloud (2007 Version) (Audio)

John Cale - Circus Live (Emi / Capitol, 22 febbraio 2007)

di Antonio Puglia

Non poteva essere che questo lo sbocco naturale della rinata fase rock di Cale, tornato da tre anni a questa parte ad imbracciare la sei corde e a farsi accompagnare da un’affiatata rock band, come ai bei tempi di Sabotage / Live (1979) e John Cale Comes Alive (1983). Ecco quindi un’operazione corposa (2 cd e un dvd) che cattura questo momento della carriera del gallese nella sua dimensione ideale, ovvero il live act (momento ancora in atto, tra l’altro: il Circus Live Tour sta toccando proprio in questi giorni il nostro Paese). Non si pensi però a un classico album rock dal vivo: esecuzione, missaggio e produzione sono quelle di un lavoro in studio.

Cosa troverete allora in questo disco? Anzitutto, ogni possibile conferma riguardo ciò che solitamente si dice dell’ex Velvet: artista in continuo movimento, sempre mosso da nuovi stimoli, sempre un passo più avanti rispetto certi suoi coetanei (tacendo di colleghi più giovani). In questo caso, più avanti persino di se stesso (!): le canzoni dell’ultimo Black Acetate (2005) appaiono qui riarrangiate e trasformate, anche drasticamente, mettendo ancora più in mostra l’elemento ritmico e l’aggressività rock delle chitarre, nella ricerca di una via caleiana al funk bianco (su tutte, Woman; mentre manca all’appello l’ultimo singolo inedito, Jumbo In The Modern World).

A questo si aggiunga la rivisitazione e trasfigurazione di quarant’anni di personale storia musicale alla luce della contemporaneità (la sua contemporaneità), che rende Circus Live assolutamente attuale e moderno, oltre che straordinariamente compatto nello stile. Venus In Furs, in questa versione, sembra davvero scritta ieri - con tutto rispetto per le rese del collega Reed - nonostante il certificato di nascita reciti 1966; lo stesso dicasi per i ripescaggi al vetriolo dal periodo più selvaggio e incompromissorio della carriera, quello di metà ’70 (Helen Of Troy, Save Us, Dirty Ass Rock’n’Roll, Cable Hogue, Walking The Dog), mentre l’accostamento coraggioso e iconoclasta Femme Fatale / Rosegarden Funeral Of Sores la dice tutta su come questo artista si rapporti a passato, presente e futuro.

Fra scintille electro, sampler e chitarre (ora graffianti, ora blues), cambi drastici di cadenza e atmosfera, momenti di improvvisa quiete e sequenze sempre suggestive (vedi la suite registrata ad Amsterdam che chiude il cd2), questa è una celebrazione, e insieme un nuovo e importante tassello di un percorso artistico dalle potenzialità ancora inesplorate. (7.5/10)