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Mani Neumeier - Guru Guru

di ©2006 Filippo Bordignon
Wall of sound eretto via LSD e grande talento. Poi rapidi cambiamenti, dispersioni, intricate discografie e una svolta spirituale. Mani Neumeier e le bizze del suo ingegno che, dai devastanti Guru Guru ad oggi, non ha mai smesso di navigare tra le asperità di ogni mare in tempesta.
Il tedeschissimo Mani Neumeier in una foto recente

Elettro-anfibi verso la libertà

di Filippo Bordignon

Nel museo delle cere di Tokyo, assieme alle celebrità e ai personaggi internazionali più rappresentativi di sempre, è contenuta la statua di Mani Neumeier; in Giappone è tra le figure cult più celebrate di sempre. Da noi i suoi variegati progetti artistici sono spesso passati inosservati ma, a ben guardare, Luca Mayer e Al Aprile nel loro godibilissimo La musica rock-progressiva europea (pubblicato nel 1980 per la Gammalibri) ci avevano messo in guardia in merito al trio Guru Guru formato da “(…) superbi casinisti, topi-ricercatori di sala da registrazione”. Altre lodevoli citazioni sono più recentemente rintracciabili nel saggio musicale di Julian Cope Krautrocksampler (pubblicato nel ’95 e finalmente tradotto in italiano dalla Lain), opera indispensabile per chi voglia addentrarsi nella stregata foresta del ‘rock ai crauti’ (goffa definizione che ha comunque finito per caratterizzare una serie di gruppi tedeschi che, tra la fine degli anni ’60 e la metà dei ’70, hanno pubblicato musiche estremamente innovative). Mani Neumeier, deus ex machina e unico membro stabile della leggendaria formazione Guru Guru (ad oggi si contano più di 26 mutazioni di line-up), ha dato vita ad un sound pedissequamente incentrato verso la ricerca della più pura libertà sonora, circondandosi da musicisti d’innegabile talento tecnico, che con lui condividono la visione di una musica totale, al di là delle semplificazioni o delle etichette pronto-cassa. Se dalla sua sterminata discografia si è soliti prediligere i primi album (quelli degli anni ‘70) è pure vero che le sue fitte collaborazioni con gli epigoni del krautrock e i suoi progetti artistici paralleli hanno mantenuto intatta una vena creativa sempre incline alla ricerca.

Mani nasce a Monaco nel 1940. Diciottenne si trasferisce a Zurigo per suonare la batteria in band amatoriali, con le quali approfondisce i suoi studi in merito a swing e dixieland. In quel periodo gli capita di assistere a concerti di Mingus e Coltrane e la sua adorazione per il jazz si schiude verso i lidi del free. Le prime uscite da professionista sono con Globe Unity Orchestra (assieme a Jaki Liebezeit, poi batterista dei Can) e con l’Irene Schweizer Trio (con il quale pubblicherà due LP nel ’67: Early Tapes e Jazz Meets India rispettivamente per la Free Music Productions e per la Saba). Bassista di quest’ultima formazione, Uli Trepte sarà pure il compagno storico di Mani nei primi 3 album da studio dei Guru. L’incarnazione apripista di quest’insolito viaggio musicale prende vita nel ’68 a nome Guru Guru Groove Band. Il trio (tale con l’aggiunta del chitarrista Ax Genrich) ricalca per molti aspetti lo stile di vita della comunità hippy tanto in voga al tempo: i loro concerti sono suonati sotto l’effetto di dosi massicce di LSD e i nostri fanno esperienza di vita nomade, abitando il bus utilizzato per le trasferte e pernottando saltuariamente da amici, fans o semplici conoscenti. Dal ’71 al ’76 Mani ricorda una dimora comune a Langenthal. I Guru soggiornarono nella locanda Gasthof Krone utilizzando la spaziosa sala bar per i loro assalti sonori e finendo per suscitare l’ira dei pacifici cittadini del villaggio, spesso violentati acusticamente dalle impro di quella particolarissima formazione. Nel ’76 un trasferimento a Finkenbach fu inevitabile: guarda caso proprio in questo periodo uscì in Germania Notwehr, film tratto da un libro di Bernd Schröder e diretto da Helmut Griesmayer, narrante la storia di una rockband che, trasferitasi in uno piccolo villaggio, subisce l’astio dei suoi abitanti fino ad una tragica conseguenza finale.

Ad ogni modo la prima uscita discografica dei Guru è lo storico LP Ufo (Ohr, ’70), 5 tracce per basso, chitarra e batteria nelle quali nessuno di questi elementi prevale sull’altro. Si tratta di jam session heavy ai limiti della distorsione, con lontane reminescenze di Hendrix e una voglia smodata di stordire l’ascoltatore. Tornando a citare Cope “c’è il suono che ogni power trio psichedelico dovrebbe avere”. I cambi di tempo nella trascinante Stone In si compiono all’insegna di una fluidità viscerale che mantiene le distanze dalle spesso sterili acrobazie del progressive lì a venire. Il cantato di Mani è in realtà il pretesto per scaricare qualche indecifrabile invettiva o qualche sprazzo di melodia su un tappeto sonoro altrimenti completamente strumentale. In Girl Call e in Next Time See You At The Dalai Lhama gli assoli di Genrich sembrano in contatto psichico con la pastosa fisicità dello Zappa guitar-hero in Chunga’s Revenge (anch’esso del ’70) o dell’acid-Peter Green toccato da ispirazione e follia in The End Of The Game (toh, siamo ancora nel ’70!). Il lato B si apre con i 10 minuti free-form a nome Ufo per concludersi con il masterpiece Der LSD-Marsch, cavalcata intinta nelle selvagge prodezze strumentali di Neumeier, nel basso crepuscolare di Trepte e nel rumorismo hard di Genrich.

La formula in Germania si dimostra vincente (UK e USA non sembrano interessati alla vicenda) così l’anno successivo si replica con Hinten (Ohr, ’71) dove i brani sono ancor più dilatati che in precedenza: 4 pezzi per una durata media di 10 minuti cadauno. L’Electric Junk d’apertura e la successiva The Meaning Of Meaning non aggiungono nulla a quanto detto nell’esordio: sono comunque poderosi esempi di groove sballato alla massima potenza. Bo Diddley omaggia il rock delle radici, quello che Neumeier ha sempre amato profondamente e con il quale infarcirà molti degli album successivi. A conclusione l’orgia sonora Space Ship: vortice di dissonanze, riverberi ancestrali per chitarra drogata e sapienti dinamismi percussivi questo brano si può certamente definire uno dei capolavori del rock informale di sempre. Il terzo album in tre anni gioca con le parole ma già lascia intravedere un ammorbidimento nella struttura del gruppo.

KänGuru (non più per la storica Ohr ma per la pur meritevole Brain, ’72) apre le porte ad un sound che pur non rinunciando alla sperimentazione in pezzi come Oxymoron e Immer Lustig perde quel suo slancio assoluto e totalizzante guadagnando in pulizia del suono e in definizione strutturale. La chitarra passa in secondo piano e Mani è più coinvolto come cantante/ interprete di liriche surreali e provocatorie. A chiudere l’LP l’omaggio demenziale a Chuck Berry e al rock anni ’50 di Oooga Booga. Per chi volesse una testimonianza dei Guru live (nella prima formazione a trio) è d’obbligo l’acquisto di Guru Guru + Uli Trepte Live & Unreleased (Spalax, ’95), cd contenente un concerto registrato in location ignota nel ’72 e composto da soli 2 brani (Der LSD March e Bo Diddley) dilatati e improvvisati all’inverosimile + alcune trascurabili registrazioni da studio del Trepte solista.

Nel ’73 quest’ultimo lascia il trio per tentare una carriera in proprio. Mani assolda il bassista/ chitarrista Bruno Schaab e pubblica il nuovo album del gruppo intitolato semplicemente Guru Guru (Brain, ’73). L’ennesima evoluzione stilistica: Samantha’s Rabbit è progressive di ottima fattura concentrato elegantemente in 3 minuti. Il successivo Medley invece prende tanto dall’hard rock quanto dal solito rock delle origini (stavolta l’omaggio spetta a Eddie Cochran con una Something Else in bilico tra la versione originale e la futura interpretazione di Sid Vicious). Woman Drum vorrebbe dar ragione a chi tenta di definire i nostri i Cream della Germania ma il pezzo forte dell’album è la krautissima Der Elektrolurch (‘L’elettro anfibio’): su un tappeto percussivo minimale la voce distorta di Mani decanta uno dei suoi testi più riusciti mentre la chitarra interviene creando ghirigori sonici e in linea con l’estetica dei corrieri cosmici più avventurosi. La trovata è pure visiva: Mani costruì un’orrenda maschera-copricapo che prese ad indossare durante l’esecuzione live del brano in questione. Il successo di quella trovata fu notevole e tutt’oggi questa canzone è la più richiesta dell’intero catalogo. The Story Of Life affida ad atmosfere spirituali e rarefatte un 33 giri di grande valore artistico.

Gli album successivi sembrano perdersi nel tentativo di assemblare un suono originale partendo da cento generi diversi. Dopo le trascurabili esperienze per l’Atlantic Don’t Call Us We Call You (’73) e il live Dance Of The Flames (’74, anno nel quale Mani dovrà rinunciare pure al chitarrismo di Genrich e sostituirlo con Houschang Nejadepour) pare che qualcosa si ripristini con Tango Fango (Brain, ’76) in formazione a quartetto: la titletrack è un tango dell’assurdo, L. Torro dipinge esigenze fusion ispirate e comunque intrise di rock viscerale; con il medley Das Lebendige Radio si ironizza con la musica tradizional-popolare tedesca in un patchwork di yodel e incursioni rumoriste.

Mani nei panni di Elektrolurch

I titoli successivi però sembrano favorire sempre più le inflessioni verso un funky godereccio e disimpegnato. I Guru suonano ormai come un gruppo di professionisti dediti alla bizzarria ben confezionata. Taoma (da Heydu, Brain, ’79) maleodora di fusion tecnicista e senza sentimento, alla maniera degli Area after-Stratos in Tic & Tac e a poco servono gli scatti gioiosi di Andrea e Komm Lutsch Mal (Mani in Germani, Fuenfundvierzig, ’80) stupid-songs zappiane in bilico tra Cruising With Ruben & The Jets e le cadute di tono di Tinseltown Rebellion.

Il 1980 è pure l’anno della conversione di Neumeier al buddismo. Per tutto il decennio la produzione del nostro non accennerà segni di ridimensionamento: album solisti, nuovi capitoli della saga Guru con decine di ospiti, cambi di organico e tentativi di arrembaggio nei confronti di ogni genere musicale conosciuto. E poi tante collaborazioni: la più memorabile risale però ai ’70; si tratta del secondo (e ultimo) album degli Harmonia (De Luxe, Brain, ’75), trio composto dai Cluster Moebius e Roedelius più Michael Rother, ex- chitarrista dei Neu! .

La rinascita artistica vera e propria avviene negli anni ’90: Neumeier, in un eccesso di creatività da vita a ben 3 nuove realtà musicali: Tiere Der Nacht , Lover 303 e Onemanshow. La prima situazione è composta da Mani alle percussioni e soluzioni elettroniche e dal notevole chitarrista di origini bresciane Luigi Archetti: si tratta di un jazz destrutturato e sintetico che vanta al suo attivo già 5 album di rara bellezza (in Sleepless del ’98, fa capolino pure la geniale elettronica del già citato Moebius). Lover 303 è invece il duo di Mani con Conni Maly (una sorta di rock acido misto a trance music e techno è disponibile nell’album Modern Fairytales del 2002). Onemashow pare essere invece il solo nomade artistico Neumeier che, armato di batteria e ingegno da vita a spettacoli estremi e allucinati.

Molto altro ci sarebbe da aggiunge sull’atipica figura di questo instancabile outsider: ogni giorno si scopre un suo nuovo progetto o una collaborazione che incuriosisce gli addetti ai lavori; magari sarete così fortunati da imbattervi nel combo Psycadelic Monster Jam (con i quali il nostro torna a suonare assieme al vecchio amico Ax Genrich) altrimenti vi basterà acquistare l’ultima pubblicazione di Damo Suzuki, JPN ULTD Vol. 1 & 2 (DNW, 2002): Suzuki al canto, Neumeier alla batteria e il rimpianto Michael Karoli (Can) alla chitarra.

Viene da chiedersi quale sarà il prossimo traguardo di Mani: rivisitazioni di canzoni celtiche con una band di teenagers? Polka suonata con una sola mano? In un periodo storico in cui le nuove leve sono già abbastanza inibite a forgiare uno stile proprio l’esempio del leader dei Guru svetta per il suo inarrestabile coraggio nel costruire e demolire ogni discorso sonoro. Vero più che mai quanto disse il poeta Dino Campana: “A me sembra che il disfare/ Sia tutto un fare”.

 

Intervista a Mani Neumeier

Mani, sono passati più di 35 anni dalle tue prime sconcertanti incisioni a nome Guru Guru. Cos’è stata la tua vita fino ad oggi?

Beh, la mia vita è da sempre concentrata attorno alla musica e alla batteria. Quando non ero on stage o in studio per registrare un album mi è sempre piaciuto immergermi nella natura, esplorare foreste, scalare montagne, praticare il birdwatching. Ho trascorso molto tempo in India, a Bali, in Nepal, in Giappone… specialmente quando in Germania è inverno perché mi piace starmene sotto il sole. Ma dieci mesi all’anno sono tutto preso a suonare e a curare il management dei miei progetti musicali a nome Guru Guru, Tiere Der Nacht, Lover 303 e Onemanshow. A volte riesco anche a starmene semplicemente seduto rilassandomi attraverso la meditazione zen.

Qualcuno dice che i Guru Guru debbano molto all’influenza di gruppi come Jimi Hendrix Experience e Cream.

Ascoltavamo costantemente i loro album e sono ancora oggi un grande patito di Hendrix. Il suo feeling ineguagliabile continua ad influenzarmi.

Come ricordi le session di registrazione di Ufo?

1970, Berlino; montammo i nostri strumenti nello studio di registrazione, in presa diretta, proprio come se ci fossimo esibiti per un concerto. Poi invitammo una decina di amici addetti a rollare canne. Ci facemmo di LSD e, semplicemente, iniziammo a suonare. I nostri amplificatori Marshall erano regolati sul volume massimo, era tutto assordante: il tecnico del suono era talmente preoccupato che gli scoppiassero i timpani e che i microfoni si distruggessero, che l’indomani la nostra casa discografica fu costretta a sostituirlo per terminare le registrazioni. C’è da dire che in quel periodo la scienza andava conducendo degli esperimenti riguardanti l’interazione degli stupefacenti sulla capacità di creare musica. Comunque Ufo rimane uno dei capolavori della musica elettrificata!

Puoi vantare un invenzione bell’e buona: il Mani-Tom…

Elaborai questa trovata ai tempi in cui suonavo free-jazz: c’era un tubo collegato al tom della batteria; quando suonavo era sufficiente soffiare dentro al tubo per regolare la tonalità del suono.

Credi che l’improvvisazione incarni un determinato pensiero ideologico, una modus di concepire le cose, magari anche sul piano politico?

È indiscutibile che il concetto di improvvisazione premia i musicisti con una massiccia dose di libertà. Le intenzioni politiche invece perseguono tutt’altri scopi.

Una bizzarria che t’è accaduta on stage?

A Monaco durante l’estate del ‘78 organizzarono un concerto a cui presero parte 4000 spettatori; il palco era montato davanti ad un lago e sai… aria aperta, un caldo infernale… verso la fine mi rivolsi al pubblico invitandolo a festeggiare con noi il giubileo dei Guru Guru (i nostri primi dieci anni di attività) venendo a farsi un tuffo. La band al completo, seguita da duecento spettatori, si spogliò completamente tuffandosi nel lago. Fu una spassosissima orgia-balneare dopo due bis travolgenti. E la polizia non ci beccò!

Nasci jazzista: in quale situazione sta versando la scena jazz al giorno d’oggi? Possibile rinnovare questo genere ormai attraversato in lungo e in largo da ogni tipo di avanguardia?

Il jazz se la cava ancora bene ma la scena jazz ufficialmente riconosciuta è un tantino a secco, nel mezzo della strada. Però ci sono un sacco di belle cose che non passano mai in TV, che suonano nuove e stimolanti. Il mio fantastico duo intitolato Tiere Der Nacht ad esempio; é formato dal chitarrista Luigi Archetti e dal sottoscritto alla batteria, percussioni ed elettronica.

Da dove provengono le jam-session che finiscono negli album dei Guru Guru? Sono frutto di un lavoro di studio o sono canovacci nati durante i live?

Sono l’espressione diretta di un momento, una sorta di ‘qui e adesso’!

Quale credi sia l’elemento vincente nelle tue composizioni?

Non saprei delinearlo ma per quanto concerne le esecuzioni dal vivo credo che il fulcro di tutto stia nel groove. Sai, in Giappone mi chiamano ‘mostro del groove’.

E ora l’eterna questione: la musica può cambiare la gente o è solo un abbellimento attorno al quale s’è scritto e teorizzato sin troppo?

Credo che la musica possa cambiarti: Louis Armstrong, John Coltrane, Hendrix, i ritmi africani, la musica indiana, quella che ascoltai a Bali… alla fine hanno influenzato la mia visione della vita. E tanta gente è a sua volta venuta da me sostenendo che la mia musica aveva cambiato la loro vita, perciò...

Meglio un pubblico adulto e presumibilmente ‘rodato’ verso certe asperità o un pubblico giovane e inesperto?

Beh, certamente va fatta una distinzione tra queste due ‘categorie’ che equivalgono a due modi diversi di ascoltare la musica: un pubblico adulto avrà compiuto un maggior numero di esperienze e avrà ascoltato molta più musica rispetto a quello giovane, ma anche quest’ultimo può intendere a suo modo un esperienza musicale. Dicono che perfino gli infanti siano attratti da certe sonorità piuttosto che da altre…

Dovessi fare il nome di un pittore/movimento artistico che secondo te sintetizza a dovere il sound Guru Guru?

Ti direi Pollock, o Picasso, o Mirò. Ma non so fino a che punto questi esempi siano validi.

Immagino che uno degli elementi fondamentali per un buon drumming sia una memoria ferrata…

… e coordinazione.

Dunque, nel tuo caso, la padronanza di una tecnica solida…

Ci vuole molta tecnica, questo sì. Ma più di tutto tanta esperienza per capire cosa funziona e cosa non funziona, cos’è possibile fare, dov’è possibile spingersi e per quanto a lungo. Si deve acquisire un grande feeling con lo strumento per rendere possibile tutto questo.

Chuck Berry intendeva il rock’n’roll come una musica per il corpo. Robert Wyatt parla dell’esperienza Soft Machine come di un progetto rivolto alla mente. Tu?

Direi che la mia è musica per l’anima.

Certuni, per pigrizia o per mancanza di un talento effettivo, non riescono ad estrarsi dalla pastoia del sound che li caratterizzava ai propri esordi. Credi che la tua musica sia cambiata in maniera sostanziale nel corso del tempo?

Provengo dal free-jazz; la mia esigenza per i Guru Guru è sempre stata quella di affiancare al mio personalissimo ‘drumming’ delle figure sempre diverse alle quali poter proporre un certo tipo di materiale. La line-up batteria/ basso/ chitarra resta invariata e mi piace proporla a volumi impossibili. Certo dei cambiamenti nella mia musica ci sono stati eccome; dopo aver assimilato le influenze del rock, dell’elettronica, del punk, della space-music, della musica etnica di Bali, della techno ecc ecc puoi ben capire che vivo in un cambiamento perpetuo e tutto si intreccia nel mio groove.

Sei uno che si annoia facilmente?

Quel che è certo è che per elaborare un valido prodotto artistico ho bisogno di gioia e di una certa energia che mi spinga verso determinate reazioni.

Nella maggior parte dei casi gli ideali feriscono. Li trovi comunque necessari?

Credo di sì.

E quali sono i tuoi, in cosa credi?

Credo in Louis Armstrong, in Art Blakey, in Max Roach, in Gene Krupa, Philly Jo Jones e molti altri colossi della batteria. E poi ci sono i vari Monk, Miles Davis, Duke Ellington, Coltrane, Mingus, Elvin Jones, Hendrix, Zappa… e tanti altri.

Ti sarà capitato di non aver uno straccio di idea per la testa. Che fai?

In quei casi cerco di suonare al meglio il materiale che ho già composto (ne ho un infinità a disposizione); poi, se sono fortunato, dopo qualche settimana (o anche solo dopo qualche ora) le nuove idee arrivano.

Di sicuro non stavi affrontando una crisi di ispirazione quando nel ‘92 hai realizzato Private, un interessante album dedicato al tuo amore per la batteria e la sperimentazione.

Pensavo che dopo venti album a nome Guru Guru e un infinità di collaborazioni fosse giunto il momento di mostrare il lato più… privato della mia musica. Lo trovo anch’io molto interessante; l’ho colmato con le intuizioni più meritevoli dei miei ultimi dieci anni di carriera, l’ho composto in non più di due settimane per poi registrarlo in un giorno soltanto! Ci ho aggiunto una cosetta realizzata con il mio Maestro indiano Paramashivam, ho mixato il tutto in tre giorni e… finito.

Cosa credi si aspetti la gente che viene ad un tuo concerto?

Una musica che rappresenti il giusto equilibrio tra ispirazione, dinamicità e magari anche un pizzico di magia. Credo di riuscire a soddisfare queste aspettative.

Dei colleghi/ amici dei tempi andati sei ancora in contatto con qualcuno?

La settimana scorsa mi sono fatto una bella chiacchierata telefonica con Dieter Moebius (ex-Cluster) e con Helmut Hattler (ex-Kraan) e ad aprile mi sono esibito dopo tanto tempo con Ax Genrich in un trio che chiamammo Psycadelic Monster Jam… e poi ho suonato recentemente con Dave Schmidt, Damo Suzuki e con tanti altri.

Tendiamo a stupirci solo per le risposte; nella tua vita sei mai incappato in una domanda che t’ha sorpreso per il suo acume?

Prima o poi mi succederà.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Quando la gente, dopo un concerto, viene a ringraziarmi per la musica che ha ascoltato. Sembrano così felici! E poi è bello creare e condividere sul palco e col pubblico un certo tipo di libertà… e oltre a questo starsene a letto fino alle dieci del mattino. E, infine, è bello vivere la propria esistenza facendo ciò che amiamo di più.