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Devo

di Filippo Bordignon
Evoluzione e de-evoluzione di una tra le band più importanti degli ultimi venticinque anni, dalle parole del suo fondatore Gerald Casale.

Canzoni di protesta degli uomini post-moderni

di Filippo Bordignon

Devo è, senz’ombra di dubbio, un universo parallelo. Sulle pagine di My-space centinaia e centinaia di loro adepti si fanno ritrarre con addosso i celebri Energy Dome, copricapi portati in auge dal video del mega singolo Whip It (recita il testo “Non è troppo tardi / Per frustarla a dovere”). Oltre alle classiche spillette, magliette e cappellini Devopropone la maschera del bimbo de-evoluto Booji Boy, il pupazzo con le teste intercambiabili della prima storica formazione, insieme a parrucche plastificate, picture discs a forma di astronauta e chissà quali altri feticci dispersi nei labirinti di Ebay. Mai si era visto un tale spiegamento di merchandising per un gruppo di musica alternativa. Ma furono i Devo un gruppo di musica alternativa? Seminale di sicuro, vista l’infinita schiera di cloni e brutte copie che l’ascolto dei loro album riesce ancora a generare. Dall’esordio coi due singoli poi raccolti nell’Ep Be Stiff (Stiff Records, 1977) fino alla conclusione della loro epopea con le fiacche uscite dei lavori di fine anni ’80 Devo ha mantenuto intatta l’irriverenza della propria visione artistica e una sprezzante acrimonia verso la mordacchia che il sistema discografico troppo spesso impone ai veri artisti.

Devo

Il gruppo venne fondato col nome Sextet Devo (altri se li ricordano come Devolution Band) nel 1973 da Gerald Casale (classe ’48) e Mark Mothersbaugh (’50), compagni di università alla Kent State University (indirizzo artistico sperimentale) annoiati dal grigiume di Akron, città industriale nello stato dell’Ohio. I due (rispettivamente basso e tastiera, oltre che voce) accorciarono presto nome e organico, escludendo il cantante Fred Weber e confermando i fratelli di Mark Jim e Bob alla batteria e alla chitarra solista, e il fratello di Gerald Bob alla chitarra ritmica. Questa la formazione di partenza, tutto in famiglia. Il concetto supportato con inattaccabile convinzione dal gruppo è che l’uomo, dopo un periodo evolutivo durato milioni di anni sia destinato (causa una stupidità di fondo acquisita via civilizzazione e mutazioni genetiche) a de-evolversi in una razza capace soltanto di regredire, fino alla sua completa estinzione. Il manifesto della de-evoluzione è riassunto nel sito ufficiale della band in cinque punti:

1) Sii come chi ti ha preceduto o sii diverso. Non ha importanza

2) Scegli di produrre un milione di uova o di farne schiudere uno

3) Vesti colori sgargianti o evita di esporti. Non ha importanza

4) Saranno i più idonei a sopravvivere ma c’è posto anche per gli altri

5) Dobbiamo ripeterci

 EP Be Stiff

Pur non contenendo l’arguta analisi sociale di uno Zappa (periodo Tinseltown Rebellion), il Devo-pensiero, con le sue semplificazioni e i suoi slogan per canzoni da tre minuti e mezzo si rivelerà parte integrante della buona riuscita del progetto. Terminato il periodo di formazione, all’indomani della pubblicazione dell’EP Be Stiff, Jim è sostituito con Alan Myers. Da subito le velleità intellettuali dell’ensemble vennero riversate senza alcuna continenza all’interno di spettacoli di chiara impronta dadaista, nei quali i Nostri proponevano un rock destrutturato e condito con gli interventi dissonanti della tastiera di Mark. Spettacoli terminati in piccole sommosse popolari, coi nostri vestiti in completini sportivi succinti e maschere di plastica, erano all’ordine del giorno. Il cortometraggio In The Beginning Was The End: The Truth About De-Evolution, realizzato con il regista e compagno di università Chuck Statler nel ’76, finì per entusiasmare a tal punto David Bowie che questi pensò di formalizzare una proposta discografica. La spuntò invece Brian Eno il quale, innamoratosi del loro sound durante una data al Max’s Kansas City, li invitò in Germania per registrare un LP con il guru degli studi di registrazione Konrad ‘Conny’ Plank (attivo in precedenza per conto di Kraftwerk, Ash Ra Tempel, Neu! e nella trilogia berlinese del già citato ‘duca bianco’)

In quattro settimane il masterpiece Q: Are We Not Men? A: We Are Devo! (Warner Bros., ’78) era bello che terminato. Album su cui si è detto, scritto e pontificato fino alla noia, Are We Not Men resta ancor oggi tra i capolavori seminali della new wave per eccellenza. L’adrenalina artificiale della (già) post-punk Uncontrollable Urge funge da perfetto apripista per album e concerti. Praying Hands e Space Junk giocano col pop minimalista che sarà la fortuna dei Talking Heads periodo Eno. Mongoloid (gemma made in Casale) è un anthem per pogo robotico e Shrivel-Up vanta dissonanze in comune coi Pere Ubu (freschi pure loro di primo album, l’epocale The Modern Dance). L’unico pezzo non appartenente ai nostri (Satisfaction degli Stones) sottolinea una volta per tutte la differenza tra ‘cover’ e ‘remake’ (buona la seconda). con la stessa forza dirompente e decostruttiva dimostrata in tutt’altro ambito anni prima dalla versione hendrixiana di All Along The Watchtower. È cosa buona e giusta ricordare che furono i Residents i primi a demolire il classico degli Stones (il 7’’ è del ’76) sfregiandolo a suon di demenze abrasive e conferendogli una preziosa oscurità che nessun altro riuscì a replicare.

Are We Not Men?

A questo punto la vicenda si fa frenetica. I concerti s’ispessiscono di trovate, provocazioni, luci pianificate dalla mente artistica della coppia Casale / Mothersbaugh. Citazioni al futurismo e all’espressionismo tedesco si mischiano felicemente con un viscerale amore per il kitch e i nostri s’ingegnano a progettare personaggi, terminologie (il ballo del ‘Poot’ citato nella stupenda Jocko Homo è pura invenzione… qualcuno però sostiene sia illustrato dalle mosse dementi dello scienziato pazzo nel corto In The Beginning…) e un’iconografia che attraverso costumi, gadget e art-work d’ogni sorta contribuirà ad alimentare la fama del gruppo. Si prenda la front cover dell’album d’esordio: trattasi della travagliatissima elaborazione di un’immagine di Chi Chi Rodriguez -decorato golfista portoricano- mista ad estratti dalle facce dei presidenti Kennedy, Johnson, Nixon e Ford. Puro spirito dada. Il risultato è storia.

I Devo poseranno con caschetti alla Beatles, maschere da alieni, seni finti, calze in testa, tute da operai, uniformi da cowboy del Terzo Reich. Segmenti video verranno proiettati durante i concerti su schermi di 7m x 5 (assieme ai Rez, furono pionieri nell’utilizzo di sfondi animati realizzati con il computer).

Cavalcando l’onda dell’interesse di critica e della propria ispirazione, l’anno seguente è il turno di Duty Now For The Future (Warner Bros., 1979) con il rock indiavolato e l’elettronica schizofrenica del medley Smart Patroll / Mr. DNA e l’angoscia post-industriale di Triumph Of The Will. Da segnalare in questo periodo la collaborazione di alcuni membri della band al sottovalutato album d’esordio dell’ex cantante degli Stranglers, Hugh Corwell, Nosferatu.

La nascita di Booji Boy


Freedom Of Choice (Warner Bros., ’80) raccoglie grande consenso di pubblico (grazie al singolo Whip It), ma porge il fianco alle accuse di commercializzazione. Il rock’n’roll di Girl U Want e il facile synth-pop di Gates Of Steel non serbano la metà del fascino obliquo del repertorio precedente. Roba buona per i prossimi ascoltatori degli Human League di Dare. Spaventati dalla candidatura a presidente degli Stati Uniti dell’ex-attore Ronald Reagan, Devo muta in Dove, parodia di una pop band revaivalista e, di poliestere vestiti, realizzano tre concerti spiazzando fans e critica. Sul campo della discografia ufficiale invece, poco o nulla aggiunge il live Dev-O (Warner Bros, ’81) che, privato del forte impatto visivo della band, scorre senza infamia ripercorrendo le tappe più attuali e tralasciando i primi pezzi storici. Nell’81 Neil Young, sfegatato estimatore dei Nostri, li contatta per la realizzazione del controverso lungometraggio Human Highway (memorabile la versione di Hey Hey My My cantata da Booji Boy dentro al suo lettino d’infante). Nella pellicola i Devo faranno la parte del leone, interpretando gli addetti alle scorie radioattive di una centrale nucleare, mentre alla spassosa Worried Man verrà attribuita la responsabilità di concludere il film dove l’intero cast (pure Dennis Hopper) si produce in un balletto allucinato.

Con New Traditionalists (Warner Bros., ‘81) Devo accentua i toni di denuncia sociale in pezzi come Through Being Cool, nel quale si tenta lo smantellamento della famiglia americana media, ma la musica è ormai appianata su di un pop elettronico buono per gli ultimi guizzi da classifica. Love Without Anger prende di mira l’amore idealizzato dalla fede cristiana, e in Beautiful World (“È un mondo meraviglioso per te/ Non per me”) il tono leggero della melodia nasconde ai più il cinismo sempre meno velato del gruppo. Il processo sembra ormai irreversibile in Oh No! It’s Devo (Warner Bros., ’82) e Shout (Warner Bros., ’84); il primo gigioneggia sardonicamente con il singolo Peek-A-Boo!, il secondo fallisce nel tentativo di replicare i fasti del passato con Are You Experienced? di Jimi Hendrix (il video, censurato come tanti altri prodotti Devo, mostra un sosia del celebre chitarrista uscire dalla bara durante un concerto della band).

Sconfortati da una situazione che non sembra prospettare alcun miglioramento e dal declino culturale dell’America reaganiana, i Devo annunciano il ritiro dalle scene. Verrà comunque pubblicata l’interessante raccolta di vecchi pezzi ri-arrangiati E-Z Listening Disc (Rykodisc, ’87) oggi purtroppo fuori catalogo.

Gerald di per contro si rivela capace regista pubblicitario (pure per la warholiana Campbell’s Soup) e videomaker (suoi i primi due video dei Cars, Panorama e Touch And Go), attivo fino ad oggi per gruppi come Rush, Silverchair, Soundgarden e Foo Fighters. Mark invece fonda la Mutato Music, compagnia responsabile di jingle pubblicitari, colonne sonore per videogames, cd-rom e film (sue le musiche di Le avventure acquatiche di Steve Zissou e del cartone animato Rugrats). E pazienza se i Devo finiscono per comparire pure nei credits musicali di pellicole tipo le Superchicche -il film-: in fondo l’ironia è un talento fatto per spiazzare. Inaspettatamente, nell’88 si tenta la spallata ma Total Devo (Enigma) e il funky demenziale del singolo Disco Boy non risollevano la situazione. Ben gradita invece l’uscita del live Now It Can Be Told (Enigma, ’88) se non altro per la rivisitazione country del classico Jocko Homo. La seconda chance da studio fornita dalla Enigma vedrà la luce nel ’90; Smooth Noodle Maps, ad oggi, è l’ultimo album dei Nostri, ormai incapaci di sorprendere o di acquisire nuovo pubblico.

Duty now for the future

Ottimo materiale è disponibile inoltre nelle raccolte di inediti Hardcore Devo vol. 1 e 2 contenenti materiale del periodo 74-77; il resto, raccolte e raccoltine, ‘essential’ e greatest hits bene che vada concedono qualche mezzo inedito o remix buoni per collezionisti. Piccola gemma da ricercare è invece la resurrezione del primo gruppo di Mark, i Wipeouters che, riformatisi estemporaneamente dopo più di venticinque anni, per la prima volta affrontano la prova da studio: P’twaaang!!! (Casual Tonalities, 2001) riserverà delle sorprese a più di un ascoltatore (si tratta di un godibilissimo surf-rock in chiave modernista). Indispensabile per occhi ed orecchi il doppio dvd The Complete Truth About De-Evolution (tutti i video eccezion fatta per Are You Experienced? giudicato irrispettoso) e Devo Live (magnifica testimonianza di un concerto californiano del ’96). Testimonianze attendibili danno i Devo in forma smagliante durante le tournée celebrative 2005-2006.

Per il momento la notizia di un nuovo album della band risulta infondata. Nel 2006 Gerald è tornato in pista a nome Jihad Jerry & The Evildoers, proponendo un rock sintetico che nel video promozionale del singolo Army Girls Gone Wild si fa beffe dell’attuale conflitto tra U.S. e Medioriente. Pare invece seriamente avviata l’iniziativa Dev2.O che vede protagonista una band di cinque ragazzini di età compresa tra i 10 e i 13 anni alle prese con alcune delle più celebri canzoni del gruppo. Già disponibili cd e dvd distribuiti dalla Buena Vista Records (diramazione della Disney). L’iniziativa tenta di avvicinare anche i più piccoli al songbook della band di Akron: le riletture ad opera  Devo-seconda-maniera suonano accattivanti e ideali per un lungo viaggio in automobile. Niente più.

Difficile se non impossibile cambiare il menù della casa: “We must repeat” è forse un monito a doppio taglio.

Intervista

Gerald, ho sempre pensato che l’apporto di Eno al vostro album d’esordio sia stato sovrastimato rispetto alla realtà effettiva della vicenda. Come la vedi?

Inizialmente mettemmo Eno a dura prova poiché tentava di influenzare il nostro sound. Anche se era uno dei nostri eroi ci eravamo forgiati un estetica industrial, brutale e per niente incline al sentimento. Lui invece voleva imbellettare le canzoni, aggiungere armonizzazioni vocali e melodie suonate al synth. Nel mix finale di Conny Plank non utilizzammo molto di quanto proposto da Brian. C’è da dire però che le sue incredibili storie e le sue carte di Strategie Oblique ci conquistarono al punto da riuscire a stimolare al meglio la nostra vena creativa, e questo fece andare a buon fine le registrazioni.

In questi ultimi vent’ anni Akron ha subito dei cambiamenti significativi?

Non è più la città avvolta dai fumi delle fabbriche che in molti ricordano; è discretamente ‘civilizzata’ e noiosa come tante altre città. Ora mancano i presupposti perché possa generare altri talenti-guida.

Un mucchio di gente considera i Devo l’unica cosa buona uscita da Akron…

Beh, Chrissie Hynde dei Pretenders è un esempio lampante di un altro grande talento uscito dalla nostra città.

Ci sarà pure una formula per invertire il processo di de-evoluzione della razza umana…

La de-evoluzione deve compiere per intero il suo corso. Oggi più che mai è un concetto d’attualità, come puoi vedere dai comportamenti irrazionali e dal fondamentalismo anti-democratico generati dagli astuti fautori del controllo globale attraverso i conflitti e le strategie politiche. Stiamo mostrando la parte peggiore della natura umana. Ogni giorno permettiamo che manipolino i nostri cervelli fino a quando non ci saremo sterminati tutti. Il pianeta tornerebbe ad essere meraviglioso solo se si estinguesse la nostra razza.

Chi era la mente visiva nei Devo?

Mark ed io eravamo i visual artists della situazione. Condividevamo una simile visione estetica della faccenda e si collaborava in piena libertà. Fui io a recuperare i completi industriali gialli e personalizzarli con il logo dei Devo. Mark amò quell’idea. Poi disegnai il classico cappello rosso simil-ziggurat che chiamammo Energy Dome. Dunque io e Mark disegnammo il completo argentato da abbinarci. Abbiamo elaborato inoltre la grafica di tutte le nostre copertine, dei poster, gli storyboard e le trovate visive per i video.

Devo: pionieri del videoclip. Oggi che la tecnologia ha raggiunto vette insperate, per qualche ragione, sembra che la formula del videoclip abbia smarrito la magia che la contraddistingueva ai suoi esordi. Sottoscrivi?

Come ben sai una delle cinque regole della de-evoluzione è: “Dobbiamo ripeterci”. Purtroppo è una condizione sostanziale degli esseri umani. La coscienza / conoscenza si acquisisce tempestivamente ma non in forma continuativa: la realtà è che spesso si scordano gli insegnamenti impartiti. Nei tardi anni ’70 il videoclip fornì agli artisti un nuovo mondo entro il quale poter esprimere sé stessi. I Devo, David Bowie, i Talking Heads, Peter Gabriel e altri abbracciarono questo veicolo espressivo scevri da ogni cinismo dando vita ad opere che avevano qualcosa di importante da dire. Oggi la gente non ha una propria visione da condividere con gli altri. I video sono un prodotto studiato in funzione alle esigenze commerciali dell’artista.

I vostri idoli musicali?

Amavamo James Brown, gli Yardbirds, Spike Jones, Edgar Varèse, Morton Subotnick, il Nairobi Trio ed Elvis Presley. Ma ci piacevano pure quelle sigle terribili di certi programmi televisivi e i jingle delle pubblicità. Questi ultimi influenzarono molto la nostra propensione creativa per il gioco, lo scherzo, l’ironia.

Domanda banale: qual è la canzone che avresti sempre voluto scrivere?

Ce ne sono anche troppe di canzoni: 1984 di Bowie, Cars di Gary Numan, The Tears Of A Clown di Smokey Robinson, Let’s All Make A Bomb degli Heaven 17 e tanti altri pezzi apri-pista.

Il miglior verso di una canzone pop che ti viene in mente?

“Per essere un fuorilegge / Devi essere onesto”, da Absolutely Sweet Marie di Bob Dylan.

Il manifesto dei Devo contiene un preciso messaggio politico?

La politica è presente, nell’universo Devo. Siamo a questo mondo per soffrire e morire; ogni leader, ogni detentore del cosiddetto ‘potere’ dovrebbe adoperarsi con ogni mezzo per alleviare a quante più persone questa brutta situazione. Dovrebbe essere la linea ideologica per eccellenza di ogni fazione politica. Distogliere la propria attenzione dalle priorità effettive dovrebbe essere considerata una grave inadempienza nei confronti della gente. Tutti gli attuali leader occidentali andrebbero immediatamente sollevati dal loro incarico. In questi tempi bui non c’è più posto per autorità illegittime che si scontrano con lo spirito comune del popolo.

Come lo vedi il mondo dell’Arte con le sue gallerie, i suoi ampollosi vernissage?

Non è poi tanto diverso da quello della moda, dell’arredamento ecc… Il 99 percento di ciò che viene definita ‘arte’ è stantio, ‘leccato’ e francamente assai brutto.

Ormai dare ad un musicista dell’intellettuale è diventata un’offesa bella e buona, come lo spieghi?

I responsabili delle etichette discografiche usano questo termine in senso dispregiativo. I musicisti che ho sempre amato, di per contro, erano tutti ‘intellettuali’: esistono diversi tipi di approcci mentali, si va da Captain Beefheart a Prince, passando attraverso tutti coloro che stanno tra questi due opposti.

L’esplicito riferimento a Chuck Berry in Come Back Jonee dovrebbe suonare come un tributo o uno sberleffo?

Come nella migliore tradizione Devo c’è un po’ di entrambi. La vedo come una sorta di tributo obliquo ed, essendo il chiaro esempio di un approccio post-moderno, esprime naturalmente una sensibilità assai contorta.

Nei Devo ci sono ruoli ben definiti o vige una certa libertà compositiva?

Salvo qualche eccezione, io e Mark scriviamo musiche e testi. Ma non esistono regole fisse ed ognuno è libero di contribuire come meglio crede. Finora è funzionato così. Comunque è il contributo di ogni singolo membro della band a trasformare una successione di idee e abbozzi in una canzone vera e propria.

Un traguardo artistico che ti secca non aver raggiunto?

M’infastidisce pensare che non siamo ancora stati nominati per la Rock’n’Roll Hall Of Fame.

Mi chiedo quali sono i film che prediligi?

Mi piacciono i classici noir come Piombo Rovente (di Alexander Mackendrick con Tony Curtis e Burt Lancaster), Un volto nella folla, Fronte del porto (Elia Kazan) e Criss Cross Robert Siodmak). E pure la scena neo-noir del Martin Scorsese di Toro Scatenato, Re Per Una Notte, Quei Bravi Ragazzi, Casinò. Ma il mio film preferito è Lungo La Valle Delle Bambole di Russ Meyer.

Anche il vostro secondo album è un classico dalla prima all’ultima canzone…

Le canzoni dei primi due album le avevamo già scritte ed eseguite dal vivo più volte prima dell’incontro con Eno. Decidemmo che solo una parte sarebbe finita sul nostro album d’esordio. Nel 1979, col produttore Ken Scott, ri-registrammo a Los Angeles alcuni dei brani rimanenti che finirono per costituire Duty Now For The Future.

I Devo nel 2005


Ci sarà pure qualche uscita di cui non vai orgoglioso.

Ero molto insoddisfatto dell’album Shout!. Sentivo che non corrispondeva particolarmente all’innata irriverenza dei Devo. Mi pareva che Mark avesse attribuito troppo importanza al Fairlight Synthesizer scordando di lavorare a quattro mani con me nel tentativo di conferire a quello strumento il giusto peso.

C’è qualcosa che proprio non fa decollare l’album Smooth Noodle Maps

Onestamente penso che sia un prodotto sonoro di scarsa ispirazione. Le canzoni avrebbero dovuto essere valorizzate da un arrangiatore esperto e invece ci ostinammo a volerle produrre e mixare per conto nostro.

Simeon Coxe dei Silver Apples sostiene che stiamo vivendo una nuova rivoluzione della musica elettronica. Confermi?

Credo che da un certo punto di vista abbia ragione. Scrivere e mixare musica in maniera efficiente dal pc è una realtà effettiva degli ultimi 7-8 anni. Realtà che, tra l’altro, continua a progredire e affinarsi di giorno in giorno. Considero i Chemical Brothers i pionieri di questa nuova forma di elettronica.

Dopo aver assistito ad una vostra recente performance live mi sono reso conto che attribuite alla libertà esecutiva più importanza di quanto mi aspettassi.

Il nostro processo creativo si fondava sugli insegnamenti derivati dall’arte delle performance e sull’improvvisazione musicale. Estrapolavamo le risultanti elaborando organizzazioni musicali ben definite. Poi eseguivamo il brano dal vivo asciugandolo di ogni sovrappiù in funzione di altre bizzarrie.

Manuel Göttsching trova più semplice sperimentare attraverso l’elettronica. Ma se ascoltiamo certi album dei Pere Ubu è indubbio sia possibile creare nuove strutture anche attraverso strumenti tradizionali. Qual è la differenza sostanziale tra questi due approcci nell’ambito del pop di ricerca?

Una strumentazione tradizionale di basso, chitarra e batteria consente un approccio alla sperimentazione più diretto e interattivo. I computer e gli effetti digitali sono per natura maggiormente ‘autocratici’, se vuoi, ma suonano tediosi quando cerchi di esprimere un’idea musicale.

Siete interessati a quel che la critica musicale ha da dire sul vostro conto?

La leggiamo e ce la buttiamo alle spalle. I Devo possono certamente dirsi la band più fraintesa e sottovalutata degli anni ’80. Solo adesso la critica sta rivalutando con cognizione di causa la validità del nostro operato.

Ai tempi delle vostre prime dissacranti esibizioni dal vivo quali erano le reazioni della gente?

Come puoi immaginare il pubblico era compatto nel deriderci e in alcuni casi si mostrò duramente ostile. Ma ci facevamo forza poiché quelle reazioni sottolineavano la nostra capacità nel saper evocare emozioni contrastanti nella gente. Ricordo una volta, durante un concerto a Cleveland, in cui un pubblico prettamente composto da hippie ci gridò di tutto durante il call & response di Jocko Homo. Dovettero intervenire i nostri roadies per tenerli a bada e alla fine ci toccò abbandonare il palco.

Sei ottimista quando si tratta di analizzare l’attuale scena pop degli States?

In generale non sono affatto ottimista se si tratta di musica pop. Anche le migliori band in circolazione ripropongono attitudini pescate dagli anni ’70, ’80 e ’90. In questi tempi reazionari vorrei tanto sentire qualcosa di rivoluzionario.

Per un musicista è importante ‘farsi le ossa’ con delle cover?

In una parola, no.

Che mi dici della partecipazione al film di Neil Young Human Highway?

Un’esperienza veramente bizzarra, preziosa ed entusiasmante che nessuno si sarebbe mai aspettato andasse in porto.

Eccezion fatta per Human Highway, non ricordo nessun’altra collaborazione del gruppo con altri artisti. Si tratta di una scelta premeditata?

È andata così, non c’era nessuna premeditazione. Forse influì il fatto che fossimo unici e avanti rispetto ai tempi; magari è per questo che la gente non ci ha proposto nessuna collaborazione interessante. Li spaventiamo.

Dei Devo come persone non si sa praticamente nulla; non ti chiedo la tua ‘giornata tipo’, ma di descriverti come meglio credi.

Le persone creative non conducono necessariamente una vita privata più interessante di quelle normali. A me piace viaggiare, consumare ottime pietanze, bere vino di qualità e fare un bel po’ di sesso. Cerco di portare avanti i miei affari standomene quanto più lontano possibile dalle teste di cazzo. Sono uno chef navigato e un esperto conoscitore di vini con una vasta collezione di etichette toscane e dell’Oregon. Mi piace mettere a dura prova il motore della mia Audi S4 e farmi qualche bella partita di tennis.

Mi sono sempre chiesto quale sia l’opinione di un musicista di ‘sintesi’ come te in merito al sound ultra elaborato di gruppi tipo King Crimson (nella versione tardo sixties).

Presi a piccole dosi sono ottimi… se ti vuoi fumare una canna.

Cosa ti fa arrossire?

I complimenti.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Come artista devi relazionarti e vivere con intensità il tuo presente, senza aspettarti nessuna risposta e senza chiedere ad alcuno il permesso per agire.

a Raffaella Girardi

Devo – Lazzaretto, Bergamo (29 giugno 2007)

di Gaspare Caliri e Fabiola Naldi
Riprendiamo l’argomento Devo. Questo oggetto strano - un report lungo quanto un Lights On - sgorga dalla fruizione della straordinaria performance del quintetto di Akron e, soprattutto, dalla loro attenzione a video-art et similia; lo testimonia un filmato iniziale, la vera sorpresa della serata.

Concerto dei Devo! Uno spettacolo formidabile, comico. “I movimenti, le idee e la scenografia erano importanti quanto la musica”, disse una volta Gerald V. Casale (una delle due menti concettuali del gruppo), esprimendo perfettamente ciò di cui ora ci occuperemo. Il live infatti fa da pretesto per aprire una prospettiva artistica più ampia riguardo ai Devo, non volendoci limitare all’universo new wave/post-punk.

Il concerto dura un paio d’ore, ottimamente apparecchiate per rinfrancare l’esaltazione degli astanti, molti con il cappellino a vaso (anzi a Ziqqurat) del video di Whip It. I ritmi asimmetrici di Josh Freese (dalla fine degli Ottanta non c’è più il batterista originario, Alan Myers) meccanizzano il campionario di mosse del gruppo; il numero di Mark Mothersbaugh che impersona Booji Boy era e rimane inquietante, oltre che esilarante; l’impatto dell’esibizione ci fa tornare al ’78 anzi, forse vedere degli uomini attempati che si strappano le loro tute gialle per rimanere in maglietta e calzoncini lascia ancor meno indifferenti che allora.

Ma siamo nel 2007: è il pubblico a dircelo, metabolizzando istantaneamente quel che sente. La musica dei Devo aveva la messa in scena come arma, era il palco lo scarto necessario con la massa (un tempo imprecante) per proiettare in spettacolo la propria missione dell’assurdo e del rincoglionimento collettivo; era la performance il quadro dove focalizzare la devoluzione, per fare cogliere la sottilissima soglia tra lo straniamento e la normalità.

E oggi? Non che faccia specie il coinvolgimento del pubblico, cioè l’affiliazione a un’estetica. Ma ora la massa sa quel che l’aspetta dalla musica dei Devo, e in un certo senso ne normalizza l’esito performativo. Tutt’al più forse si stupirebbe sapendo che i pantaloncini da wrestler neri erano indossati dal socio di Casale mentre da giovani artisti facevano il numero dell’Uomo Cacca. Ma questa è filologia.

Occorre ripartire da capo, cioè dall’inizio del concerto. L’ingresso è a parziale sorpresa, dopo che per mezz’ora ci si è chiesti come può essere il gruppo spalla. La risposta è semplicissima: nessun gruppo spalla. L’entrata in scena dei cinque di Akron è invece anticipata da un breve filmato, che preannuncia non solo un live potente, esilarante e tuttora al passo con i tempi, ma anche una testimonianza importante di un pezzo di storia dell’immagine fondamentale per le generazioni successive.

Conoscere i Devo significa non fermarsi alla produzione musicale del gruppo ma entrare in un universo che non dimentica gli altri contesti culturali e che li fonde insieme in un apparente caos stilistico. E invece i Devo hanno sempre avuto le idee molto chiare sul come gettarsi sul “sistema” e su come confonderlo attraverso l’uso delle stesse armi. I video, i documentari, i film che raccontano (per suono e immagine) il loro percorso musicale diventano il pretesto perfetto per descrivere ciò che nel 1978 accadeva attorno a loro e che, oggi più che mai, si comporta allo stesso modo. L’ironia, come presa di distanza dal contesto e ribaltamento di senso, diventa l’arma preferita di quei cinque bravi ragazzi della provincia industriale americana che si nutrono degli stessi assurdi codici comunicativi. Non si tratta mai di surrealtà semmai di una iperrealtà in anticipo sui tempi, di una sarcastica rilevazione di sistema che non può fare a meno di sottolineare quanto le immagini che subiamo attraverso i media stimolino la fantasia ma la sclerotizzino anche al punto di non riconoscere i trabocchetti che ci inducono ad accettare, passivamente o no, il presente.

Pare non sia cambiato proprio nulla e quegli strani musicisti, dai cappelli a forma di vaso di fiori (nella forma molto più vicina al design del gruppo Memphis di quanto non si creda), dalle tute gialle rubate agli operai di una centrale nucleare (guardate cosa hanno realizzato gli stilisti Victor & Rolf negli ultimi anni e rimarrete stupiti) e dai video che realizzano (Damien Hirst per Country House dei Blur deve averli guardati con molta attenzione) ci raccontano, saltando, cantando, suonando con la stessa energia che li muoveva nei loro vent’anni, che it’s a beautiful world for you but not fo me… Forse è meglio essere Booji Boy che tutti quegli stereotipi prodotti apposta perché noi li facciamo diventare tali al punto di divenire noi stessi dei continui cliché.

Chissà poi cosa penserebbero i Devo, se sapessero quel che viene in mente, a proposito di “devolution”, agli autoctoni delle case attorno.