
David Bowie è ormai riconosciuto come uno dei maggiori artisti “pop” degli ultimi 30 anni, o quantomeno come uno dei più influenti, così come è nota la sua versatilità in campo artistico, dal rock all’elettronica e all’avanguardia, dal cinema al teatro, al mimo e perfino alla pittura. Fautore di un’arte intesa come rappresentazione e finzione (le maschere che ha indossato nel corso della carriera, che gli sono valse l’appellativo, in verità estremamente riduttivo, di “camaleonte”), ma anche come fortissima ispirazione e necessità vitale (ai limiti della bulimia), Bowie - eccezion fatta per forti scivolate in territori puramente mainstream - ha saputo incarnare l’ideale dell’artista “totale”, in continua ricerca di una nuova forma. In quanto abile affabulatore e manipolatore dei media, può essere inoltre considerato un vero artista “pop”, nel senso warholiano del termine. Questo è stato subito evidente quando, dopo alcuni anni di gavetta e lo sporadico successo del singolone Space Oddity, agli inizi degli anni ’70 le sue vicende artistiche si sono intrecciate col nascente fenomeno del glam rock.
Di questa variopinta e breve stagione musicale Bowie, insieme all’amico-rivale Bolan e i suoi T-Rex e ai più sofisticati Roxy Music, è stato un autentico simbolo. Il segreto del suo fulminante successo va ricondotto all’aver saputo incarnare le istanze di un’intera generazione (i fratelli minori degli hippies, ai quali è rivolto l’inno glam “All the young dudes” portato al successo dai Mott the Hoople), proponendo al pubblico, sotto forma di concept album, una nuova saga mitologica: The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Il protagonista di questa favola rock è l’alieno Ziggy, lo stereotipo (e la parodia) della rockstar secondo Bowie. La maschera ne incarna tutti i cliché, ispirati da figure famose come Jagger, Lou Reed, Hendrix (Ziggy è mancino), Bolan (ispiratore della ballata “Lady Stardust”), ma anche da figure sconosciute come Vince Taylor e The Legendary Stardust Cowboy, cruciali per la costruzione del personaggio. Taylor conobbe momenti di gloria in Francia come imitatore di Elvis agli inizi degli anni ’60; tornato in Inghilterra, cominciò a dare segni di squilibrio mentale, credendosi il Messia e dichiarando di essere in contatto con gli Ufo. Il Cowboy è un improbabile e sgangherato bluesman texano, da sempre un idolo di Bowie, che anche in tempi recenti lo ha omaggiato (“I took a trip on a Gemini Spaceship” da Heathen, 2002).
Ziggy Stardust è il personaggio glam per antonomasia: volutamente ambiguo, androgino, terribilmente kitch, parodistico ed eccessivo nei modi e nell’aspetto, con una visione decadente ed edonistica del mondo, ma anche fortemente romantica. E’ la rockstar definitiva, la parodia di un Messia (a leper Messiah), il cui mito salvifico di ascesa e caduta è raccontato nelle undici canzoni del disco. The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (titolo preso in prestito dal concept Arthur dei Kinks), mescolando sci-fi e rock’n’roll narra di come in un mondo prossimo alla fine (Five Years) l’umanità sia redenta da un alieno (Starman), che diventa una rockstar (Star), ma è distrutto dal suo stesso successo (Rock and roll suicide).
Registrato alla fine del 1971 dallo stesso team che quell’anno aveva realizzato il primo capolavoro di Bowie, Hunky Dory (la band guidata dalla chitarra graffiante di Mick Ronson, ribattezzata per l’occasione “The Spiders from Mars”, e il produttore Ken Scott), l’album è un concentrato di ballate e scatenati rock’n’roll (“to be played at the maximum volume”, raccomanda il retro di copertina), che dal vivo assumevano connotati quasi proto-punk (Velvet Underground, Stooges e Rolling Stones sono le influenze più accreditate del suono degli Spiders). Il rock di Bowie è trasgressivo, talvolta sboccato, romantico e insieme decadente (non a caso John Lennon lo definirà in maniera piuttosto calzante “rock’n’roll col rossetto”). Le liriche riescono a essere poetiche e sfrontate in egual misura (basti pensare al bellissimo susseguirsi di immagini in Five Years, supportato in maniera molto suggestiva da un memorabile crescendo musicale).
Al di là della musica in sé, The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars è in definitiva un mito sul rock, che crea leggende viventi destinate all’(auto)distruzione (Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison); ed è anche il mito su un’intera generazione di giovani, i young dudes, che non si riconoscono più nei vecchi ideali degli anni ’60 e vivono un’età dell’oro fatta di lustrini, paillettes, colori sgargianti, ambiguità sessuale e spensieratezza. Proprio in virtù di questo, David Bowie è diventato anch’egli una leggenda, indossando i colorati ed eccentrici panni dell’alter-ego Ziggy dall’inizio del 1972 fino alla sera del 3 luglio 1973, quando - con un inaspettato colpo di scena - annunciò dal palco dell’Hammersmith Odeon di Londra il ritiro dalle scene di Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Così Bowie non soltanto racconta il mito del successo, ma lo vive in prima persona. Ziggy diventa un archetipo mitologico, che il suo creatore ha dato in pasto al mondo, innalzandolo fino alle stelle e gettandolo nella polvere, fino a “ucciderlo” simbolicamente e renderlo così immortale. Quest’ultimo atto della saga di Ziggy Stardust sarà indispensabile per il proseguimento delle escursioni musicali di David Bowie: liberatosi intelligentemente dall’ingombrante personaggio e gettate le basi per una duratura carriera, potrà avventurarsi laddove la sua ispirazione e i suoi stimoli artistici lo porteranno.
L’epopea dell’alieno androgino dalle gambe magrissime, dalle improbabili tutine e dai capelli color carota segna comunque un capitolo cruciale della parabola artistica di Bowie, così come resta un episodio singolare nella storia del rock, ma soprattutto un’esperienza unica impressa nei cuori e nelle menti dei fans di tutto il mondo.

La stagione luccicante del glam rock è stata celebrata in un film del 1998, Velvet Goldmine di Todd Haynes, prodotto con l’aiuto di Michael Stipe dei Rem e interpretato da Jonathan Rhys-Meyers, Ewan McGregor e Christian Bale. La pellicola è in realtà una non dichiarata trasposizione su celluloide della vita artistica di David Bowie, dagli esordi come giovane mod nella seconda metà degli anni ’60, attraverso il suo periodo hippy fino alla consacrazione nei primi anni ’70 con Ziggy Stardust. Non trattandosi di un documentario, i nomi sono stati alterati: il protagonista Brian Slade (che probabilmente prende il nome da uno dei gruppi che rappresentano la frangia più commerciale del glam), dopo anni di gavetta trova finalmente il successo grazie al personaggio fittizio di Maxwell Demon (curiosamente, il nome di una delle prime band di Brian Eno).
L’ascesa al successo di Slade è costellata di incontri: dal primo manager (che ricalca la figura di Kenneth Pitt, guida degli anni di gavetta di Bowie), all’attrice e moglie Mandy Slade (Angela Bowie), al business man avido di denaro Jerry Devine (ovvero Tony Defries, il manager fondatore della società “Mainman”, cui Bowie intentò una lunga causa nella seconda metà degli anni ’70), fino alla rockstar americana Curt Wild (che presenta elementi sia di Iggy Pop, sia di Lou Reed). L’unico personaggio di dubbia identificazione è Jack Fairy, oscura figura alla Oscar Wilde indicata come un’icona del glam rock (Bryan Ferry? Marc Bolan?).
La vicenda è vista attraverso gli occhi del giornalista (e un tempo glam boy alla scoperta delle proprie inclinazioni sessuali) Arthur Stuart, che compie un’inchiesta sulla misteriosa scomparsa di Slade, avvenuta dieci anni prima (è il 1984), quand’era all’apice del successo. Le analogie con la vicenda di Bowie/Ziggy a questo punto si fanno confuse: Maxwell Demon non ha annunciato il ritiro dalle scene, ma ha inscenato il suo omicidio sul palco (rivelatosi subito una trovata pubblicitaria) ed è sparito dalle luci della ribalta.
Il giornalista scoprirà che Brian Slade, dopo anni di anonimato e una plastica facciale, è ricomparso nei panni della super-popstar reaganiana Tommy Stone: il riferimento al Bowie di plastica di Let’s Dance e del “Serious Moonlight tour” (1983) è evidente. Sette canzoni di Bowie dovevano far parte della colonna sonora originale; dopo aver visionato la sceneggiatura, l’artista ha negato la partecipazione, annunciando che avrebbe presto realizzato un suo film sull’epopea di Ziggy Stardust. Il progetto è rimasto nel cassetto, ma, alla luce di un film in cui la stagione glam è eccessivamente romanticizzata (oltre che fortemente connotata in termini di liberazione sessuale) e spogliata del suo aspetto giocoso e ironico, e il personaggio di Bowie è ridotto a una rockstar egoista e senza scrupoli, si possono anche comprendere le ragioni dell’ineffabile Duca Bianco, raffinato artista, ma anche abile venditore della propria immagine.

Nel 1975 David Bowie già studiava la terza reincarnazione: Ziggy Stardust si era “spento” nella famosa notte dell’Hammersmith Odeon ed il caschetto modernista dei primi giorni neanche lo si ricordava. Bastava osservargli la nuova chioma per intuire che quel ciuffo, liscio e furbo, sarebbe stato punzecchiato da una diversa brezza.
Decise, dopo i favori della natia Albione, di colonizzare il territorio americano e vi si trasferì nel 1974 col solito orecchio vigile. Un soggiorno newyorkese e uno losangelino, poi una vibrazione proveniente dalla Pennsylvania dove un singolare battito funk danzabile viene etichettato Philly sound. Lui sentenzia (e quando Bowie sentenzia..) che bisogna rigare in quella direzione, pertanto via alla volta di Philadelphia con dietro uno stuolo di nuovi personaggi e tende nei famigerati Sigma Studios. Mick Ronson – che intanto girava con un disco dove riprendeva addirittura il nostro Lucio Battisti – non c’è ed al suo posto subentra il colored Carlos Alomar mentre ai cori (molti, moltissimi) si scorge l’ugola di un giovanissimo Luther Vandross che insieme all’edulcorato sax di David Sanborn tagliano di blue eyed soul l’evento.
Young Americans è l’album aperto da quella swingante title-track che sfuma citando A Day In The Life dei Beatles, che riprende Across The Universe degli stessi (dignitosa) e disegna anthem disco-chic quali Fascination e Fame, quest’ultima un funk molto Sly Stone scritto e cantato con colui che definì il glam solo rock and roll col rossetto, John Lennon, e che frutterà al prossimo Duca Bianco (che ormai si reggeva a cocaina) il primo numero uno negli states.
Nella nuova ristampa, la quarta dalla sua prima volta, oltre ai bonus John, I’m Only Dancing (Again),Who Can I Be Now? e It’s Gonna Be Me è allegato un DVD che ritrae il Nostro sul palco del Dick Cavett Show per un intervista e due pezzi live, Young Americans e 1984 da gustare nel proprio salotto.

Ascoltare Bowie quella voce come un caleidoscopio di maschere, icona cui è negata la possibilità del semplice manifestarsi - che torna a calpestare sentieri rock piuttosto ordinari (come già a dire il vero anticipava il precedente Heathen), beh, è un'esperienza spiazzante. In primo luogo perché non è chiaro quanto al rocker ex Ziggy Stardust, Aladdin Sane, Duca Bianco etc. interessi potersi esprimere in purezza, e non piuttosto giocare a fare il duttile con tutto il bagaglio di leggenda che si porta dietro. In secondo luogo perché in fondo potremmo anche fregarcene, se i risultati fossero allaltezza di certe aspettative. E non lo sono.
Se la jungle aliena del periodo Outside consentiva quantomeno di apprezzare in Bowie le virtù catalizzzatrici di ingegni avant, con questultima incarnazione sembra voler offrire antologia di sé, con tutti i difetti tipici delle antologie: è didascalico, esegetico, approssimativo.
Dalla prima allultima traccia si può percepire - come un rumore di fondo - la sensazione palpabilissima di chi lavora al di sotto delle proprie possibilità, di chi si mette in gioco superficialmente, oltretutto con laria di chi ci fa un gran favore facendosi un po di torto: e non per calcolata sufficienza, ma perché intimamente convinto di aver già dato prima e meglio, di aver scalato cime ben più alte che neppure cè bisogno di stare a ribadirlo (e su questo, beh, come non essere daccordo?).
Il problema è che gli undici pezzi - quattordici se consideriamo il bonus cd mettono in fila muscolarità wave-glam, farragini elettroniche e abbandoni soul-jazz impegnati a riscattare melodie non proprio brillanti (She'll Drive The Big Car), a tratti scontate (Looking For Water) per non dire scadenti (Fall Dog Bombs The Moon). Comprensibile ma disarmante quindi che si ricorra alla rifrittura del repertorio (Never Get Old sembra Fame rifatta dopo una telefonata a Brian Eno) per ispessire lesile trama. Ed è difficile non provare fastidio per linconcludenza di episodi come Days, reggaettino rimagliato Kraftwerk che sembra unicamente rispondere allesigenza di arieggiare il programma.
Neppure intervengono a consolarci le auspicabili mirabilie della confezione: vedi il caso della chitarra flamencata - puro sfoggio d'arrangiamento - che dun tratto spiove nel finale di Pablo Picasso (già, si tratta proprio dellangoloso ordigno Modern Lovers, una delle due cover presenti in scaletta, laltra è un ossequio a George Harrison - Try Some Buy Some tra il pomposo e lo snob), o la decadenza frusciante di Bring Me The Disco King (i Cousteau che pure a Bowie devono moltissimo - rifatti con la legnosità di un Cave), o il valzer lento vagamente Black Heart Procession di The Loneliest Guy (dai versi un po troppo simili alla Black Cherry di Goldfrapp): tutta roba del tipo "guardate cosa sono in grado di fare dopo sette lustri di onorata e genialoide carriera". Eggià, guarda cosa è in grado di fare
A proposito di carriere di lungo corso, giusto sottolineare che a sovrintendere il tutto cè lantico compagno davventure Tony Visconti: non faccio fatica a immaginarlo, col suo sogghigno compiaciuto tra un muretto di suono e l'altro.
Abbiamo detto due cover, ma in realtà sono tre, perché nel cd bonus troviamo una Rebel Rebel che è rilettura pacificata e compiaciuta ai limiti del lezioso di uno dei tanti cavalli di battaglia delluomo-che-cadde-sulla-terra: trattasi di auto-apoteosi straripante savoir faire, una spolverata all'album delle fotografie vedi quanto ero giovane allora ma in fondo lo sono di più oggi. Insomma, un po insulsa un po trucida esegesi sonora in passerella dalto bordo.
Potrà sembrarvi un giudizio poco oggettivo per non dire risentito, ma davvero non mi viene di fare altrimenti. Come potrei negare la forza e la persistenza di quei dischi (sapete quali) capaci ancora oggi di ficcarmisi sotto pelle e strapazzarmi i pensieri? E come non avvertire leco di tanto voluminoso passato che scientemente attraversa le canzoni di Reality, le pervade come una sorta di mistico lasciapassare per la mente (il portafogli) della nutrita clientela?
David Bowie Spa, signori miei. Ecco il punto. Persona non più fisica ormai, società anonima che può ben permettersi di tenere in poca considerazione la realtà (come recita nella rabbiosa rabbiosa? - title track). Da parte mia, il minimo sindacale di ascolti per vergare queste righe. Non uno di più. (4.0/10)