
Accadde dopo l’apoteosi romantica e fracassona di The River. Accadde dopo l’adrenalinica quadratura di Born in the Usa. Accadde dopo le esecrabili patinature losangeline di Human Touch/Lucky Town. Infine, accade oggi dopo il tonitruante The Rising: Bruce Springsteen, colui che un tempo amavamo chiamare il Boss, dopo un bagno di luce prova a restituirsi alle ombre, ai margini da cui proviene.
Via dalle icastiche autocelebrazioni con la E-Street Band, via dai palchi e dai tour torrenziali, di nuovo solo nella stanza con la compagnia di una chitarra, tastiere ed armonica. Più un piccolo aiuto di Steve Jordan alla batteria e Brendan “binaurale” O’Brien alla produzione e al basso.
Se cercate Devils & Dust sulla mappa, provate quindi a incrociare le coordinate di Nebraska, Tunnel of Love e The Ghost of Tom Joad: del primo a dire il vero si fatica a scorgere le tracce, giusto un po’ di quella vertigine centrifuga, non certo l’asprezza ululante né la spettrale urgenza; del secondo ha invece la disillusione, la presa di coscienza che prosciuga le illusioni, e malgrado tutto quell’impasto di speranza e dolcezza, di una via intima anzi domestica alla realizzazione dei sogni; del Tom Joad ha il baluginare dei fuochi, i ponti sul nulla, la polvere e l’ordine impazzito del mondo come un alone biancastro che tutto ricopre.
Ma soprattutto - e per fortuna - Springsteen recupera la prima persona, abbandona la liturgia corale che sentì necessaria per The Rising senza prevedere la frana retorica che lo avrebbe travolto. Ecco dunque tornare quegli uomini e quelle donne soli, minime concitazioni di palpiti e miserie, struggenti irrilevanti flebili destini sullo sfondo formidabile d’America, che non premia né schiaccia ma sta come un immenso idolo di pietra. Irraggiungibile, indifferente, muta. Ecco tornare, come si è detto, i falò e la polvere, e i fiumi, e la luna che scava la terra fino alle ossa, la notte e Dio, le strade e il whisky, l’amore sfilacciato e l’amore malgrado tutto, perfino il sesso come mai ha abitato le labbra di Bruce (l’esplicita relazione con una prostituta nella filigrana folk di Reno, squallore e tenerezza tra slide cigolante ed emulsione d’archi): è un’autentica parata di elementi primari, quasi che attraverso questi l’idea stessa di Nazione – divenuta iper dopo l’undicisettembre - significasse di meno, si dissolvesse d’insensatezza.
Questa annichilente dialettica tra coscienza individuale e sovra-coscienza nazionale pervade tutto. Non è certo un caso infatti che la title track, pezzo peraltro tra i più prevedibili del lotto, rimandi in maniera abbastanza palese al dilemma etico della guerra irakena, o che tra il romanticismo patinato ma trascinante di Long Time Comin’ (cori ventosi e fiddle in resta) spunti un plumbeo “this god forsaken world”, o che la strada che porta a Leah (dolciastra ballata tutta coretti, nebbioline di synth e un refolo di tromba) sia trafitta da tenebre e dubbi.
L’origine è certa, l’intento è chiaro: sermoneggiare all'America e al mondo circa un’America (un mondo?) che esiste ancora nonostante e attraverso la distorsione assolutista della sua manifestazione mediatica. Annunciare che esistono i dubbi, i rimorsi, le speranze, il dolore e l'amore senza patria né bandiere. Una coscienza per ognuno, insomma. Per questo è ancora necessario abbozzare la tragica figura del pugile clandestino in The Hitter (uno di quei suoi soliti folk chitarra acustica e un barbaglio di synth, ineffabile e tedioso), o i germogli di speranza nel livido squarcio suburbano di Black Cowboys (come sopra, ma con la benedizione di piano e organo), o l’oscura rievocazione di un amore annegato (ucciso?) in Matamoras Banks (con gli archi che sembrano mulinelli sul pelo di un’acqua nera).
A questo punto occorre dire ciò che forse avrei dovuto fin da subito: ovvero che Devils & Dust, musicalmente, è un disco modesto, sapiente barcamenarsi tra modi e forme sapute e risapute. Tu chiamalo se vuoi country folk, al più asperso di fregola gospel – si ascolti Maria’s Bed - e vaghi afrori psych – come nell’impetuosa cavalcata di All The Way Home. Nulla che non si sia già ascoltato in circostanze ben più energiche o dense o circostanziate. Una bolla d’aria che sboccia sul minestrone raffermo, esplode in una rapida voragine e si richiude come nulla fosse. Badate bene, più di questo da Springsteen francamente non mi aspetto. Perché sembra mancargli quella solennità da outcast maledetto che rese lancinante l’ultimo Cash, insostenibile quello sguardo, brutale la voragine di quella voce. Già classico e integrato, Cash fece di sé l’icona della perturbazione dimenticata, una persistenza di peccato originale, l’ombra che si annida in ogni momento di ogni giorno tra la Frontiera e il Sogno.
Il problema di Bruce è di suonare come un tumulto già da lungo tempo arreso. Certo, il suo tocco è ancora inconfondibile, come pochi sa guardare al cuore della questione. Ma la sua è ad oggi una classicità senza nerbo, un punto di vista senza scarto né distanza: come potrebbe affondare i colpi se, in parte, è lui stesso la questione?
Buone le intenzioni, insomma. Ma questo Boss è un pesce nel barile. Cui auguriamo di ritrovare presto il fiume. (6.1/10)

Bruce Springsteen richiama con sé la formazione con cui aveva inciso nel 1997 la cover di We Shall Overcome (apparsa nella compilation Where Have All The Flowers Gone), per un intero disco-tributo a uno dei padri del folk, Pete Seeger, icona del versante più intransigente della sinistra americana ed erede di Woody Guthrie.
In We Shall Overcome: The Seeger Sessions il musicista rilegge canzoni legate a Seeger, tradizional scoperti, riproposti e messi in repertorio dal folksinger: tredici brani (più due bonus tracks nella versione con DVD e in quella in Dual Disc) registrati con una band allargata in tre giorni di session. Emergono l’energia, la spontaneità e il ritrovarsi quasi “da vecchi amici” a suonare canzoni senza tempo, né sovrastrutture di sorta. “Molto di quello che scrivo, soprattutto quando compongo in modo acustico, attinge direttamente alla tradizione folk, tutte le diverse sonorità delle origini mi appassionano, hanno il dono di riuscire a rievocare un intero universo con semplici note e poche parole”; sono commenti di Springsteen per questo disco, che rivelano il filo che lo lega, attraverso Dylan e Guthrie, al prezioso patrimonio della musica tradizionale americana.
In queste session ritroviamo il gospel, il soul e i fiati dei primi due dischi springsteeniani, e l’uso di strumenti tradizionali quali il violino, la tuba, il contrabbasso, il banjo, la fisarmonica; il disco si muove tra spiritual (Mary Don’t You Weep, Jacob’s Ladder), cajun e blues (Pay My Money Down), traditional (Shenandoha, canzone irlandese già ampiamente coverizzata, da Van Morrison tra gli altri, la swingante Old Dan Tucker, Jesse James, con incipit dylaniano e le tante storie di fuorilegge di cashiana memoria, il country rock di John Henry). E ancora la struggente Mrs. McGrath e il canto di dolore di una madre irlandese (ma la canzone risale alle guerre napoleoniche), e la classica song di protesta, We Shall Overcome, qui in una versione in punta di piedi, soffusa e malinconica.
Sorprende questa uscita, a pochissima distanza dal precedente Devils & Dust, per la spontaneità dell'approccio, una lunga jam session senza apparente premeditazione, in cui il versante narrativo e lirico, patrimonio del musicista, viene messo da parte in favore di una immediatezza da troppo tempo assente. Bentornato. (7.0/10)

Questo Magic non è un evento eccezionale. Te lo aspettavi, sapevi benissimo che il Boss sarebbe tornato. Col passo di nuovo autoritario, una verve che non millanta giovanilismi ma una dignitosissima vigoria. Covando lo spirito, almeno quello, dei bei giorni che furono. Tutto questo per ribadire ciò che abbiamo già detto e ripetuto: lo Springsteen che si ostina ad esserci - parola d'ordine persistere persistere persistere - fa quel che deve con la consueta indiscutibile onestà, ma non ha, non può avere la forza - proprio lui - di arricchire un repertorio/edificio rock tanto imponente, definito e rifinito in ogni parte. Quindi, nel migliore dei casi, in ogni nuovo disco del quasi sessantenne Bruce l'aspetto rituale - di auto celebrazione - prevale su qualsivoglia messaggio. Anche nei casi più ispirati. E Magic lo è. Più genuino rispetto all'apoteosi retorica (comprensibilissima) di The Rising, più energico di Devils And Dust, mette in fila undici tracce che rispondono a questo disegno di genuino rinverdimento del fenomeno.
L'impasto di stilemi noti (preponderanti) e spunti inediti (qualcosina) consegue un punto di equilibrio inappuntabile, che se da un lato blandisce il fan dall'altro gli concede scampoli di sorpresa. Nello specifico, se una Livin' In the Future ammicca evidentemente a 10th Avenue Freeze-Out, se You'll Be Comin' Down aggiorna il trasporto facilone di Lucky Town, e se Gipsy Killer riesce ad impastare la tensione accorata di The River, l'impeto di My Love Will Not Let You Down e la sabbia di Atlantic City, d'altro canto c'è una Last To Die che - innescata da un riff tagliente d'archi - azzarda mischiare i REM di Maps And Legends ed il Mellencamp di Human Wheels in una strana coltre di synth, mentre Devil's Arcade scomoda tra un miraggio spacey e l’altro il pop-rock sovraccarico di Elbow e Coldplay.
Sia chiaro: il principale merito del disco è il modo in cui riesce ad essere eminentemente springsteeniano. Né più né meno. A sbrigliare la band senza mai perderne il controllo, come nel groviglio travolgente di Radio Nowhere, nella brusca generosità di Long Walk Home, nel pop frondoso di Your Own Enemy (dove il Boss è un plausibile zio del buon Rufus Wainwright). Non c'è genio, ok, ma urgenza generosa. E' sempre stato così. E finisci per credere che lo sarà per un bel pezzo ancora. (6.9/10)