

Regole? Quelli come Dylan arrivano con il solo scopo di rifondare, spiazzare, confondere, tracciare i “prima” e i “dopo”. Alle iniziali collezioni di stupende e tutt’altro che quiete folk songs (periodo ’62-’64, da Bob Dylan a Another Side of), seguirà come tutti sappiamo la “scandalosa” conversione elettrica. Di cui Bringing It All Back Home è il primo folgorante segnale.
E’ il 1965. Marzo, per la precisione: i Beatles stanno lavorando all’ineffabile Help! (film e disco), gli Stones folleggiano scellerati in un tour memorabile e animalesco, Velvet e Floyd si preparano - nell’ombra - a sbocciare. E Dylan, già “menestrello di Duluth”, già folk-hero del Greenwich Village, sforna questo disco: un pugno, uno schiaffo, una mano ficcata nello stomaco, passo avanti inaudito sul terreno del conflitto, dell’agone poetico, del confronto ad alzo zero con la realtà. Prendete la traccia d’apertura: che cos’è? Un boogie rallentato? Un folk impregnato di rhythm and blues? Un country dimenticato sullo scaffale degli allucinogeni? Macché, è Subterranean Homesick Blues, con quel rovello sornione di chitarre, la raffica delle parole, l’obliqua filigrana del piano, l’armonica ruvida e intensa, e soprattutto la voce, beffarda e cigolante, carica di rabbia esplosiva, lanciata a bomba contro la pace dei pensieri.
Che però si fa enigmaticamente piana in She Belongs To Me: lo scarno impianto acustico, un capriccio di elettrica sul canale sinistro, una dolcezza che non sa risolversi in semplicità, lo sguardo fisso nella penombra dell’inquieto, brezza frizzante che porta un mistero per ogni analogia. Poi c’è Maggie’s Farm, trepidante country blues che attraversa d’un balzo barriere di tempo, ceto e razza, spalmando su tutte le cinque strofe una marmellata di cinico e febbrile sarcasmo: sia il piglio sprezzante della voce che l’arredamento – come dire? - indifferente dell’impianto sonoro fanno pensare all’irreversibile sfacelo di ogni via di salvezza.
Se non proprio una speranza, almeno uno spiraglio di luce lo concede la successiva Love Minus Zero (No Limit), folk steso con grazia acerba su ritmica vagamente beat, la voce - dolcemente assediata da un tenero guizzare di chitarra - che dichiara il fallimento come unica vittoria possibile, la malattia come unico antidoto alla normalità dei “sani”, l’effimero come sberleffo supremo all’ossessione del giudizio e delle opinioni.
Torrido e segmentato, Outlaw Blues prende invece alla gola: le chitarre? Elettricità tarantolata. L’armonica? Scia di polvere e leggende sulla Highway 61. La voce? Uno sputo d’inferno quotidiano. Più o meno la stessa che tratteggia l’edificante quadretto di On The Road Again, questa rabbia malata di blues, il recitato beffardo e sprezzante che accumula squallori domestici fino al limite del comico. Ma è un comico di cui sappiamo il volto oscuro, proprio come del nonsense apparente di Bob Dylan’s 115th Dream, sequela di episodi legati ad un’improbabile trama che tuttavia, tassello su tassello, compone un mosaico critico e feroce, come dire l’America al livello del suolo, la sua crepitante e svagata disumanità: chiamiamolo pure country, marinato in salsa blues, lasciato essiccare a uno sferzante vento psichedelico, e stupiamoci del suo gusto aspro e intatto, di questa struttura che non prevede ritornelli o variazioni, disegnata sull’esigenza del narrare, plasmata da un torrente di parole, da mille storie antiche, suppurate, indimenticabili.
Ha invece uno dei chorus più famosi della storia la successiva Mr Tambourine Man, dalla melodia sinuosa e amichevole, un incanto nudo (chitarra acustica, un flebile arpeggio d’elettrica, l’armonica, la voce) che affronta con disarmante candore le accuse di chi non ha saputo vederci altro che istigazione alla tossicodipendenza. Le opinioni dei guitti, i giudizi da poche lire, Dylan se li è sempre fatti scivolare addosso, talvolta masticando silenzi irraggiungibili, talora rispondendo con la stessa incontenibile declamatoria di Gates Of Eden, dove il canto ondeggia sprezzante e la rabbia si torce attorno alle follie di guerra e pace, rivolta ad un pianeta spopolato, ad un deserto di uomini: punto di non ritorno, l’impossibilità dell’innocenza, il fantasma di un amore che non cerca di “scavare con lo sguardo nel fossato di ciò che ognuno vuol dire”, ma viene all’alba a raccontare il miracolo dei sogni, e questo basta, questo è tutto, l’unico senso libero e vero.
Tensione critica che sale ulteriormente, richiudendosi in una prospettiva stretta di pensieri lucidi e brutali, come un condannato a combattere che non trova appigli, né plausibili giustificazioni, né – soprattutto - amore: It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding) sradica l’ultimo possibile germoglio di speranza, manda allo sbaraglio una voce annichilita, amara, rancorosa, il latrato blues di una febbrile chitarra acustica, un’armonica spettrale, il torrenziale succedersi dei versi che sembrano cospirare e redimersi nel dileggio ossessivo e spietato del ritornello. Per poi infine rovesciarsi, come una risposta, come un dolce inno alla rassegnazione, dentro It’s All Over Now, Baby Blue, folk elementare che prende in prestito un liquido giro di corde e l’armonica dal paradiso dei giusti, e dove le parole – espettorate con toccante desolazione - hanno la sventatezza dei sensi spiraliformi, la bellezza naturale delle assonanze felici, il suono stesso del rock (“Crying like a fire in the sun”).
La carriera dylaniana conoscerà negli anni cadute più o meno rovinose (Slow Train Coming, Saved, Knocked Out Loaded…) e titoli da leggenda (Highway 61 Revisited, Blonde On Blonde, Blood On The Tracks, Desire, Oh Mercy…), senza i quali il rock non sarebbe il rock, e molti oggi farebbero (e penserebbero) cose diverse. Questione di coordinate, di orizzonti possibili, di errori e calligrafismo sentimentale. E il senso preciso dell’individuo nella Storia.
Per quanto sia naturale e automatico rinviare ogni nuovo cantastorie alla sua figura, il vecchio Bob sarà sempre un capitolo a parte.

Scrivo di quest'ultimo lavoro a firma Bob Dylan non senza timore reverenziale. I motivi sono molti. I più banali hanno naturalmente a che fare con quel repertorio immenso, disseminato in oltre quaranta album che - per qualità e circostanze storiche - hanno rivoluzionato modi e percezione della popular music. Potremmo dire lo stesso dei quasi coevi (e altrettanto longevi) Stones, però sottolineando una differenza fondamentale, ovvero che il Dylan ultima versione si gioca la carta del forever young in una maniera del tutto sostenibile. Rifacendosi cioè a modalità jazz-blues, folk e r'n'r' con scrupolosità e trasporto, spostando indietro la barra del tempo immaginario - quello che s'innesca con la prima ed evapora con l'ultima nota del disco - fino ad incontrare un ipotetico se stesso sognato dal Dylan ragazzino, anni '50 o giù di lì. Ecco da dove spunta il busker elegante e ombroso, l'animale nomade da palcoscenico, lo sguardo intenso e inafferrabile di chi vede il mondo con occhio clinico e pietoso.
Il Dylan di oggi suona credibile perché l'inganno che mette in scena è preceduto da un altro inganno, quello che Bob gioca consapevolmente a se stesso, allestendo la finzione/funzione che una qualche Provvidenza gli ha riservato. E ciò spiega perché tanto su palco come su disco Mr Zimmermann ha l’aria di uno che compie un dovere, che incarna una parte con generosa asciuttezza, con l'allegria professionale d'un vecchio clown. L'inganno è assolto all'origine perché codificato in un ruolo, e in ragione di ciò il menestrello può continuare il tour infinito tra profetici sussurri, sarcastici proclami e trepide dichiarazioni d'amore. Con quella voce un po' così, che sa di fierezza sbrecciata e tenera acredine, con l'elettricità giallognola ma ficcante di Rollin' And Tumblin', con l'asprigno cipiglio errebì di The Levee's Gonna Break, col passo raddolcito da organo, archi e piano in Workingman's Blues #2 (una strizzatina d'occhio lassù rivolta all'amico Jerry Garcia...), con l'asciutta peregrinazione tra ombre e amarezza della conclusiva Ain't Talkin'.
E' ancora questione di furti e amore, quindi. L'onda lunga di Oh Mercy mangiucchiata dall'inesorabile rosario degli anni. Nulla più s’inventa. Tutto riaffiora, con ostinazione e passione, con navigato disincanto. Quel recupero caloroso e scostante d'immagini e punti di vista e voci narranti. Quello scherzare a prendersi sul serio, col ghigno cupo dei sussulti ironici. Tutto ciò fa di Modern Times un lavoro che ispira riverenza malgrado non sembri affatto irrinunciabile, episodio accessorio come il predecessore alla luce di una carriera che sulla distanza somiglia sempre più ad un'epopea, una contro-storia sonora e poetica di tutto ciò che l'America ha infranto nel momento stesso in cui prometteva un sogno ineguagliabile. (6.9/10)

Bob Dylan non è qui. C’è però, vivissimo ed indicibilmente attuale, il suo enigma. Che va ben oltre le sue canzoni, ma che proprio in esse e nelle loro molteplici, potenzialmente infinite incarnazioni si manifesta ai nostri sensi, al solo fine di scardinare ancora una volta tutte le nostre possibili certezze e convinzioni al riguardo. Decifrarlo? Impossibile. La colonna sonora del recente film di Todd Haynes ci mostra così quanto affascinante possa essere tutt’oggi perdersi in quell’ineffabile labirinto, in quel puzzle di infinite maschere, in quel continente inesplorato che conosciamo con il nome di Bob Dylan.
Solo sulla carta, ce n’è abbastanza per sbrodolarsi addosso: Sonic Youth, Stephen Malkmus, Calexico, Yo La Tengo, Cat Power, Jeff Tweedy, Tom Verlaine e tanti - parecchi - altri alle prese con il canzoniere più prezioso degli ultimi quarant’anni e passa, in quello che potrebbe essere il definitivo tributo al Maestro, unitamente all’omonima pellicola a cui fornisce accompagnamento sonoro - l’ultima fatica del visionario e popadelico Todd Haynes, come minimo controversa eppure imprescindibilmente dylaniana, nel suo ritratto-mosaico scomposto a più livelli. Allo stesso modo, le trentaquattro canzoni qui raccolte presentano tanti Dylan possibili, nella medesima frammentazione e perenne trasformazione offerta dai sei diversi personaggi del film, soltanto elevata a una potenza in(de)finita. Come dire, Dylan è anzitutto puro contenuto; l’espressione, la forma è lasciata all’artista di turno (sarà mica un caso se Mr. Zimmerman è in tutta probabilità l’autore più coverizzato da che rock è rock?). E in fondo, questa è l’essenza stessa della folk music: un’eredità che si fa tradizione tramandata; in questo caso, la musica di Dylan che attraversa i giorni nostri e si proietta oltre. A pensarci bene, questa potrebbe essere la musica più attuale che possa esserci.
Non stupisca quindi se, in effetti, buona parte di queste interpretazioni non compaiono affatto nella versione cinematografica, o sapere che I’m Not There ha di recente avuto anche un’incarnazione on stage (l’11 novembre scorso a NY), con interpreti leggermente differenti rispetto al cd (Gomez, Roots, Joe Henry, J. Mascis). Ché, comunque la si veda, si tratta di una rappresentazione, in cui ad ogni protagonista si dà l’opportunità di indossare una maschera, di essere l’artefice di un inganno, di una dissimulazione, di una mistificazione.
A partire dallo stesso Dylan nell’eponima chiusura di I’m not There, uno splendido gingillo sbadatamente scivolato fuori dal sacro scrigno dei Basement Tapes (qui nella sua prima apparizione “ufficiale”): Bob, semplicemente non è qui, ed è proprio la sua presenza / non presenza che informa tutta l’opera; programmaticamente, nello stesso brano si cimentano in apertura - dopo un buon Eddie Vedder alle prese con una All Along The Watchtower più jam rock che hendrixiana - i padrini ufficiali dell’operazione, degli ispirati e semiacustici Sonic Youth pronti a sfruttare l’ondata sonic folk che ha travolto il recente Thurston solista. In realtà è Lee Ranaldo, insieme a Steve Shelley, uno dei maggiori artefici del disco tutto, in seno ai Million Dollar Bashers, house band da sogno che si compone inoltre di Nels Cline, Tom Verlaine, John Medeski (di fama jazzista, giro di Zorn e dintorni), Smokey Hormel e Tony Garnier, bassista di Dylan stesso; ad avvalersi dei loro servigi, un inedito Malkmus infervorato classic rock (impressionante Ballad Of A Thin Man, più canonica Maggie’s Farm) una Cat Power in pura estasi dylaniana (non poteva che dare il meglio di sé in Stuck Inside Of Mobile…, southern soul memphisiano per eccellenza), un Verlaine più oscuro e reediano che mai (Cold Irons Bound). A fare, possibilmente, ancora meglio ci sono i sempre impeccabili Yo La Tengo (riverenti ai limiti della filologia, e altrettanto emozionanti), e soprattutto la premiata ditta Burns&Convertino, a ricoprire di spezie e magie tex-mex le strepitose Goin’ To Acapulco (picco totale) e One More Cup Of Coffee, con rispettivamente Jim James dei My Morning Jacket e un ritrovato Roger McGuinn a contendersi il microfono.
E a proposito di grandi vecchi, Richie Havens e Ramblin’ Jack Elliott sono da antologia (del blues, del folk, della musica tutta), dove invece Willie Nelson rilascia una Señor pure troppo bolsa. Note dolenti come quelle – afone – esalate da Charlotte Gainsbourg nella sua dimenticabile Just Like A Woman, mentre le partiture affidate ai soliti prezzemolini Antony & The Johnsons (Knockin’ On Heaven’s Door), Mark Lanegan e Sufjan Stevens risultano perlopiù ridondanti nei loro cliché di classe. E qui chiudiamo la parentesi negativa (e la recensione), perché adesso potremmo anche continuare a soffermarci su ogni singolo nome coinvolto, il cui contributo è quasi sempre rimarcabile e nei casi migliori, personale - ci punge comunque il bisogno/dovere di nominare almeno uno stellare Jeff Tweedy in Simple Twist Of Fate, il miglior pane per i suoi denti, nonché Marcus Carl Franklin, uno degli attori protagonisti del film, fosse solo per il fatto che con i suoi 11 anni è uno dei ragazzini più fortunati del globo). Il punto è che, dato l’argomento, ci sarebbero sempre tante, troppe cose da dire. Ma non ce ne vogliate; come ha detto qualcuno, “Dylan è un continente ancora inesplorato”. (8.0/10)