La storia di un ragazzo trovatosi uomo troppo presto. Una sorte prima favorevole poi avversa. La storia di un prodigio del pop mal gestito da quegli esercenti di stile che sono gli inglesi. Si trovava lì, a pochi passi dalla gloria quando qualcuno gli decise il destino… Signori, Billy Nicholls.

Sound Round , Pick Up The Peace e Endless Wire, tre numeri intensamente rock dall’ultimo lavoro in studio - anno 2006 - dei The Who, Endless Wire. Fin qui nulla di necessariamente singolare (salvo l’assunto che ogni disco nuovo dei The Who vale almeno dieci dei Rolling Stones pescati nell’ultimo ventennio) e quello che scriveremo poco stupirà chi segue con devozione la psichedelia meno mediadica, ma le canzoni di cui sopra nascondono una voce dalle retrovie che, credits alla mano, merita la dovuta attenzione.
Il celato vocalist è Billy Nicholls. Chi è costui è presto detto: un talento. Non un novellino, ma anzi uno stagionato cinquantottenne reo di essere capitato, nel fervore creativo dei seventies, nel posto sbagliato al momento giusto.
La vicenda artistica di Nicholls ha inizio, quindi, nella luccicante Londra post-swingin’ che poi, in effetti, tanto swing più non era: i referenti americani - blues, soul, il rock & roll e certo pop - sulle prime canovaccio irrinunciabile per qualsiasi anglosassone ansioso di abitare il music biz scemano, e la personalità ormai forgiata dei giovani inglesi sa che il secondo lustro dei ’60 può essere affrontato in totale autarchia.
Certo, esistono le eccezioni e Billy Nicholls fu questo: un'eccezione, anzi un eccezionale enfant prodige che al Bing Bang preferiva – sostituiva, immaginava - l’infinita distesa dell’oceano pacifico; il salato sapore dello stesso anziché l’irritante pioggerellina londinese. Presto saremo chiari…
È’ il 1966 quando il sedicenne Billy persuade George Harrison con un demo tanto grezzo quanto intrigante. Favorevolmente impressionato dal prodotto e d’accordo con l’editore musicale Dick James, il Beatle affida il talentuoso ragazzino all’esperto session man Caleb Quaye (poi in seno ai Mirage) per un nuovo demo che colpisce l’allora manager dei Rolling Stones nonché boss della Immediate Records Andrew Oldham. Tutto sembra girare per il verso giusto, tant’è vero che Nicholls viene subito inserito nell’organigramma della label in veste di tecnico in studio, e senza aver inciso alcunché di ufficiale guadagna la stima di calibri come Ronnie Lane e Steve Marriot (ovvero braccio e mente dei Small Faces).
Le primavere fanno il loro corso, e le stelle pure. Per il cigno una prima possibilità di svettare. Il celebre Del Shannon, autore dell’immortale Runaway, canta Led Along. Tutto, parole e musica, ad opera di Billy Nicholls. Non un hit memorabile, ma un parziale cenno al circuito che conta; tale da permetterli, nel contempo, di abbozzare quello che sarà il cardine del futuro debutto.
Il singolo Would You Believe, complice un Oldham novello Jack Nitzsche e forte dell’apporto di Lane e Marriot, si risolve nel 1968, e sempre nel medesimo anno la storia si presta ad accogliere quello che le enciclopedie rock ricorderanno come l’alter-ego albionico del sommo Pet Sounds.
Ecco l’eccezione sopra accennata, ecco la pioggia che si spegne nell’oceano. Il disco dei Beach Boys - è sempre la storia che parla - attecchì anzitempo in britannia (gli States lo capirono al rallentatore) e Would You Believe lo richiama in più frangenti.

Occhio ai partecipanti: Denver Gerrard e Barry Husband (ovvero i Warm Sound), l’ancora moderatamente conosciuto (ma poco ci mancava…) John Paul Jones, il futuro Humble Pie Jerry Shirley, il session man (proveniente dal controverso Their Satanic Majesties Request degli Stones) Nicky Hopkins oltre ovviamente ai fidati Caleb, lane e Marriot. Logico che il lavoro si presenti con Would You Believe, miracolo di pop fastoso che flirta gaio tra Strawberry Fields Beatles-iani (palese nei primi secondi) e Disneyrama take à la Brian Wilson.
La voce di Billy Nicholls si avvale di registri prima confidenziali (Come Again) poi del tutto fanciulleschi (Life Is Short, con spiego di fiati brass), e giovandosi, tra l’altro, di un gusto precoce per l’arrangiamento - con tanti grazie a mister Nitzsche - riesce a dar respiro a canzoni che sono veri gioielli di pop barocco (Feeling Easy).
Daytime Girl, già nel singolo d’esordio, ha nella sua versione a cappella l’omaggio più sentito all’estro di santità Brian Wilson; ma si sente anche, nella lisergica Being Happy, un aplomb visionario notevolmente affine ai Pink Floyd barrettiani. L’irresistibile Marriot di Girl From New York, poi, è un abbaglio se ascoltato dopo la lisergica It Brings Me Down.
Le copie promozionali fanno il giro degli ambienti e non mancano gli entusiasmi, ma la scellerata follia di Andrew Oldham, vestitosi arbitro del Nostro, rimanda inspiegabilmente il disco a data da destinarsi, congelando cosi le ali di quel cigno prossimo al volo…
Billy Nicholls è deluso ma rimane nei ranghi della Immediate, e dopo il breve cameo non accreditato in Ogdens' Nut Gone Flake dei Small Faces donerà alla coetanea Dana Gillespie Life In Short, canzone che insieme alla ripresa di London Social Degree (da Would You Believe) andrà ad ultimare il secondo album della folk singer. Intanto l’Immediate chiude i battenti. Il decennio anche, e con esso tutta una serie di avvenimenti, Altamont, Helter Skelter / Charles Manson, che riporterà un intera generazione coi piedi per terra.
I ’70 vedono l’esponenziale crescere dell’art-rock e del progressive: ora si privilegia l’accademia all’istinto. Le muraglie di synth trionfano e l’eyeliner fa coolness. Nicholls sembra vagare nel nulla fin quando un reduce come Pete Townshend, pronto per il debutto solista, chiede al Nostro una canzone. L’ex The Who è servito: Forever’s No Time At All compare in Who Came First e l’amicizia si consuma.
Ora occorre ricambiare il favore. Nel 1974 c’è anche Townshend – oltre a Caleb Quaye, Ronnie Lane, Ron Wood e Ian McLagan – nel ritorno di Nicholls, Love Songs. Che dire di un disco cosi; opera pura e sincera di un ragazzo non ancora venticinquenne ma con storie a sufficienza da rallegrare i futuri nipotini. Un rock molto Fm-oriented con slanci à la Who in Gypsy nonché west-coast anthem – vedi Travellers Joy – alla stregua di Crosby, Stills, Nash & Young. Rallegriamoci per il ritorno ma in giro – diciamocelo – c’era di meglio.

Il tempismo: questo manca a Nicholls. È una pratica che non lo riguarda; o forse la schiva senza farne drammi. Cosi ci spieghiamo White Horse del 1977, disco licenziato quando le orecchie di tutti, critica e pubblico, sono rivolte al rock primordiale - solo più vanesio e amplificato – dei punk. Ma il disco avrà la sua gloria: la bellissima Can't Stop Loving You sarà ripresa da Leo Sayer - ma celatamente anche dai Jacksons Five, si ascolti la loro I'll Be There - che la porterà nelle top ten, e anche un altro The Who, Roger Daltrey, farà di Without Your Love un successo.
Ci esuliamo nel raccontarvi di Under One Banner del 1990 e Penumbra Moon del 2001, dischi di maniera rockista che nel migliore nei casi (Dying Star) suonano come rimpatriate degli Eagles e nel peggiore (Warrior) sfilano via manco fosse Bryan Adams. Ad onor di cronaca diciamo, invece, che nel 2001 c’è stato un Still Entwined che di canzoncine gradevoli ne aveva (Memory Lane), ma crediamo che ci si possa fermare qui. Rimane un unico interrogativo, ovvero come si sarebbe comportato Would You Believe al cospetto del White Album e di The Kinks Are the Village Green Preservation Society, dischi libratesi nel 1968 alla voce divinità. Nessuno potrà mai dirlo, e neanche la stampa in cd del 1999 (il vinile sarà culto per decenni) tacerà tale interrogativo…