Elettronica nelle salse più disparate: dal cabaret noir-futurista alla Residents, passando per synth pop, body music, techno e ognuno ci aggiunga una sigla. Dieter Meier, voce storica degli Yello, si scopre almeno un po’, attraverso critiche al mondo dell’arte contemporanea e ricordi di un passato che in molti finiscono per celebrare.
Più di un viaggiatore si sarà imbattuto a partire dal 1972 nella placca posizionata all’interno della stazione di Kassel (Germania) con iscritto: “Il 23 marzo 1994 dalle 3 alle 4 di mattina Dieter Meier si troverà su questa placca”. La promessa fu rispettata. Si dica: c’è performance e performance. Happening e happening. Per concepire ‘azioni’ degne di nota occorrono stile, talento e conoscenza del passato, in quantità pari o quasi a quelle necessarie per realizzare un quadro o una scultura. Dieter Meier (1945, Zurigo), artista a tutto tondo ma celebre per il suo ruolo nel duo svizzero Yello, possiede quell’inventiva ‘altra’ capace di distinguere un grande artista da un bravo artista e da 35 anni abbondanti la spalma generosamente su ogni attività che gli capiti a tiro. Decine e decine le performance scrupolosamente documentate a partire dal 1969, la maggior parte delle quali ancora oggi sarebbero in grado di spiazzare gli artisti concettuali più progressisti.

Per One minute l’immagine a tutto schermo del viso di Meier venne trasmessa per 1 minuto durante lo svolgimento del tiggì in uno dei canali nazionali della TV svizzera. Gangbestätigung prevedeva di consegnare a chiunque avesse attraversato un percorso di pochi metri su una piazza pubblica un certificato con dati relativi al tempo impiegato. La maggior parte di queste operazioni investiga le possibilità di elaborazioni spazio/ temporali, non senza una dose di ironia e leggerezza che le rende comprensibili a tutti, semplici ma geniali nella loro capacità di trasformare il quotidiano in un evento speciale. Tante le maschere (tutte autentiche) indossate nella sua carriera: pittore, performer, regista, imprenditore (grazie a una condizione economica familiare assai agiata), golfista nella nazionale svizzera, scrittore, pokerista d’assalto. I più lo ricordano affianco di Boris Blank, freschi di barbiere e baffuti, nei bizzarri video degli Yello.
1978: Blank, compositore autodidatta di origini russe è alle prese con sperimentazioni di musica concreta tutte casalinghe quando s’imbatte in Carlos Peron; i due pensano di unire le proprie esigenze creative sotto un unico vessillo e, con la successiva assunzione di Meier come cantante e paroliere, gli Yello sono nati ufficialmente. Due settimane più tardi il primo live: un piccolo trionfo. Il nome del gruppo si consolida in tutta la Svizzera e, complice un viaggio negli States (1980) ci scappa pure un contratto con la leggendaria Ralph Records dei Residents.

Solid Pleasure può considerarsi la summa di ciò che seguirà. I singoli Bimbo e Bostich (il pezzo più noto del repertorio con il grido “Everybody! Need somebody!”) delineeranno una formula di elettronica debitrice ai Kraftwerk di The Man-Machine e ai Rez di Duck Stab/ Buster & Glen. Ma c’è dell’altro: innanzitutto il cantato/ recitato di Meier, esibizione di timbrica polverosa e tonalità bassa fino alla parodia; il nostro è una specie di crooner futurista, capace di scioglilingua da capogiro e voltafaccia nell’universo (allora larvale) dei disco-vocalist. Poi le liriche, o meglio, le coordinate dell’immaginario Yello: trattandosi di uno svizzero che scrive in inglese non ci si aspettano voli pindarici nelle complessità del linguaggio. I testi sono funzionali alle strutture ritmiche, minimali e iterati (non in forma di ritornello, certo); magari si tratta di espliciti riferimenti al ballo o all’amore ma qualche bizzarria finisce per conferire all’atmosfera un sapore surreale o eccessivo. Va aggiunta una considerazione: l’ecletticità nelle strutture musicali. Ogni angolo di Solid Pleasure contiene dettagli provenienti da generi musicali tra loro distanti, combinati con l’abilità formale di Peron e l’orecchio assoluto di Blank. Sapori sixties oppure noir in Night Flanger; Tangerine Dream post mortem in Magneto; un grand guignol di urla in Assistant’s Cry; reggae robotica in Rock Stop. Coast Polka richiama certe meravigliose tessiture di Bruce Haack e la strumentale Stanztrigger dipinge una frenesia disumana attraverso distorsioni, poliritmie e un campionario di effetti da far girare la testa.

Claro Que Si (Ralph Rec, ‘81) focalizza un synth pop imprevedibile e oscuro (Take It All, She’s Got A Gun) con citazioni colte in rap bianchi (Ballet Mecanique) e aperture all’oriente in salsa Giorgio Moroder e Martin Rev solista (Quad El Habib). Nell’insieme si respira una maggiore continuità, rispetto al lavoro precedente, unita a una sintesi che coniuga sottili intuizioni a momenti di forte impatto (Homer Hossa). You Gotta Say Yes To Another Excess (Vertigo, ’83) si fa più immediato (I Love You, Lost Again) risultando una raccolta di body music più cerebrale che altro, nella quale non mancano raffinatezze e pezzi ispirati (Crash Dance, Pumping Velvet). Swing, music hall, sapori etnici; un melting pot reso possibile dall’apertura agli strumenti rock. Poi Peron fiuta la commercializzazione e taglia la corda per risorgere anni più tardi nei panni bislacchi di “Papa della fetish music”. La seconda vita degli Yello (come duo) punta sulla bastardizzazione dell’arte del sampling (con risultati eccelsi e poi sempre meno entusiasmanti) e su improbabili collaborazioni.
Stella (Mercury, ’85) contiene la super hit Oh Yeah (geniale: tappeto ritmico complesso ma ballabile e il campionamento della voce di Meier abbassata di tonalità che recita uno spassoso “Oh siiì”) poi inserita in un numero interminabile di film e filmetti dalla metà degli ’80 a oggi (è, per intenderci, la musica dell’uomo della birra Duff nei Simpson). Il resto espone lodevoli stranezze (Stalakdrama, Koladi-Ola), piacevoli conferme (Desire) ma nessuna meraviglia. One Second (Mercury, ‘87) viene ricordato per l’interpretazione di Shirley Bassey (celebre per il brano Goldfinger nell’omonimo film della saga james bondiana) in The Rythm Divine e per la definitiva commercializzazione a un sound disco europeo nell’approccio e latino nelle contaminazioni. Neanche la voce miracolosa dell’Associates Billy Mackenzie in Moon On Ice potrà spostare di molto il favore della critica.

Pur rifuggendo le generalizzazioni Flag (Mercury, ’88) è l’album del successo da classifica The Race (de-voluzione di Bostich) pappa pronta per discoteche e DJ (i quali mostreranno devozione nella raccolta di remix Hands On Yello [Motor, ’95], con omaggi illustri di Orb, Moby e Carl Craig). Baby (Mercury, ’91) propone il solito formato canzone per elettronica e vocalist, con sampling divertenti e poco altro. Zebra (4th & Broadway, ’94) e Pocket Universe (Polygram, ’97) possono poco o nulla contro la ribalta dei nuovi talenti dell’elettronica di metà anni ’90 e, in questo contesto di estro collettivo, la proposta Yello suona più vicina a un fenomeno senza pretese come Scatman John che non alle nuove leve del rinnovamento elettronico. Motion Picture (Mercury, ’99) sembra risalire la china con composizioni più ispirate che sono un buon compromesso tra gli Yello che furono e quelli di un probabile rinnovamento (al solito techno, house e dance in forme ora estrose, ora nuovamente insapori). Una buona occasione viene sprecata in Eccentrix Remixes (Polygram, 2003) dove Blank re-impasta il materiale storico con troppo garbo: ne risultano pezzi ancor più ballabili e accattivanti. The eye (Universal, ‘03) dimostra di aver metabolizzato jungle e chill out in un pugno di brani intelligenti e godibili, tra tutti Planet Dada, Hipster’s Day e Star Breath.

Un discorso a parte va fatto per i videoclip, ad opera quasi esclusivamente di Meier (regista a sua volta per conto di altre band, vedi Big In Japan degli Alphaville); si tratta di prodotti oggi magari datati ma che, visti nel loro complesso, descrivono una poetica omogenea e originale, con gli Yello sempre protagonisti e incravattati, all’interno di un mondo artificiale e astratto tutto lampi di luce, effetti fisici, digitali (Meier l’affarista, fiutato l’affare nella tecnologia sound&vision, partecipa pure al business Euphonix) ed eccessi allegramente naïf.
Oggi Dieter Meier, ricco ma non domo (si pensi ai 2.000 ettari in Argentina per il ranch Ojo De Agua e al ristorante dallo stesso nome a Zurigo dove acquistare anche vini, carne, ecc.), prosegue per la sua strada, zeppa di arte e business, con la stessa voglia di giocare degli esordi. E la musica, cosa resta? Una manciata di album originali e di gran levatura (dall’esordio fino a Flag, per lo meno) disponibili in digipack, rimasterizzati e colmi di sorprendenti bonus tracks. Il resto è una lenta discesa nel limbo della maniera, com’è capitato a tanti altri big, nella storia delle arti di sempre.
Prima di tutto sono un artista visuale e un regista; cominciai ad addentrarmi nel mondo della musica quasi casualmente perché mi interessava realizzare le colonne sonore dei miei primi film.
Boris era un fan accanito dei Residents. Decise di recarsi a San Francisco, quasi si trattasse di un pellegrinaggio, per incontrare quelli della Ralph Rec. Al tempo non sapevamo che i responsabili dell’etichetta erano i Residents stessi; lui gli fece sentire un po’ delle sue composizioni e a quanto pare ne restarono immediatamente affascinati e gli proposero un contratto.
Beh, venire in contatto con gente che è diametralmente opposta a quello che sono io non stimola la mia creatività. Sono uno a cui garba il dialogo e la chiarezza quando si tratta di collaborare con gli altri.
Era un genio assoluto, sul genere di interpreti quali Billy Holiday. Lo ricordo come una persona che se da un lato poteva essere assolutamente dolce, dall’altro appariva come uno zingaro ribelle incapace di venire a patti con lo spietato mondo dello show business.
Le innovazioni vanno e vengono seguendo un moto altalenante e discontinuo; volendo essere sinceri c’è da ammettere che gli ’80 furono un decennio votato per gran parte al riciclaggio di idee già espresse.
Devi sapere che la melodia che canta in The Rhythm Divine è basata su un’improvvisazione del grande Mackenzie; Shirley la imparò ascoltando la registrazione della voce di Billy; quando venne nel nostro studio di Zurigo era talmente preparata che, in meno di 2 ore, ne registrò ben 5 versioni, una migliore dell’altra.
Lui è quello che elabora il sound e tutte le parti ritmiche. Io entro in scena quando c’è da definire la struttura delle canzoni e da ideare le mie melodie minimaliste.
Sì. Quando comincio a girare un video, comunque, non lo faccio secondo dettami standard: non ho un copione scritto. Anton Corbijn, che talvolta ha realizzato degli scatti fotografici sui set dei miei video ha definito il mio metodo di lavoro ‘caotico’. Naturalmente il mio caos segue un metodo tutto suo ed è attraverso quel metodo emergono le mie migliori intuizioni.
Gli Yello sono una live band ma nel senso che la nostra musica affiora poco per volta mentre viene suonata in studio; si tratta di una situazione simile a quella della pittura che viene eseguita ‘dal vivo’ ma non davanti a un pubblico.
Nel ’74 realizzai una mostra a Zurigo contenete gli scatti di 32 personaggi tutti interpretati dal sottoscritto, con caratterizzazioni ben precise, come se si trattasse di un film. 30 anni più tardi pensai di riprendere quei personaggi inventando per ognuno di essi una biografia dettagliata, unita alle loro immagini che, col trascorre del tempo, erano ovviamente invecchiate.
Si tratta di un film che ho rinominato Lightmaker; la sua presentazione avvenne nel programma ufficiale del Festival del Cinema di Berlino nel 2001 in una versione che però non mi sta particolarmente a cuore. Solo ora sono venuto a capo di un montaggio che mi soddisfa completamente e che vedrà la luce alla fine del 2007.
È una raccolta di racconti brevi e piccolo saggi. La maggior parte è stata pubblicata precedentemente in riviste e giornali quali Die Zeit, NZZ, Transatlantik ecc..
Il golf è lo sport che per eccellenza ci insegna il significato della parola ‘umiltà’ poichè perfino un campione come Eldrick ‘Tiger’ Woods deve sottostare alle centinaia di varianti che incorrono a determinarne il risultato.
La mia vita artistica è simile a un circo; quando sono arrivati i soldi non ho esitato a comprarmi elefanti, giraffe, trapezisti e tutto ciò di cui sentivo il bisogno. E sei i soldi finiscono, beh, posso sempre divertirmi altrettanto immaginandomi nei panni di un povero pagliaccio, incapace di cavalcare una zebra.
Ogni volta che abbiamo terminato un album la sensazione era quella di aver aperto una nuova porta nella grande casa degli Yello. Capita però che, a posteriori, ci si renda conto come alcune di quelle porte conducevano soltanto a stanze che conoscevamo fin troppo bene.
In ogni categoria artistica, si tratti di pittura, installazioni, letteratura o quant’altro, la creatività con la ‘C’ maiuscola va e viene, seguita da lunghi periodi di consolidamento e imitazione. Inoltre va detto che l’arte è sempre una divagazione, un commento in merito a sé stessa, alle proprie possibilità. Sta però sicuro di una cosa: fintantoché l’uomo continuerà a popolare questo pianeta continueranno a manifestarsi i segni della sua creatività.
È innegabile che i rapper dominino il mondo dei campionamenti attraverso uno stile spesso noioso e ripetitivo. Fortunatamente ci sono tanti altri musicisti capaci di muoversi in questo territorio in maniera del tutto originale.
L’avanguardia rappresenta ormai ciò che la piccola borghesia considera arte moderna. Molte di queste manifestazioni inculcano nel fruitore la sensazione di essere un vero progressista, quando in realtà si tratta di roba semplicemente kitsch. Un caso eclatante è quello dell’opera di Damien Hirst; si tratta in sostanza di immagini studiate a tavolino per suscitare quella giusta quantità di stupore che va tanto in questi anni.
Sono assai cauto nell’approcciarmi con la realtà dell’arte contemporanea ma vorrei menzionare 3 nomi che trovo stimolanti: Daniel Richter, Luc Tuymans e la collaborazione tra Peter Fischli e David Weiss. Dopo la valanga di materiale pseudo-ribelle e snobistico degli ultimi anni credo fermamente che la prossima rivoluzione non possa che venire da pittori con alle spalle seri studi accademici, capaci di realizzare opere nella tradizione di grandi maestri quali Velasquez.
Ricordo un mix straordinario di Ian Pooley durante la presentazione di un nostro album .
Per me il tabù più scandaloso è arrecare intenzionalmente sofferenza agli altri.
La Yello Talbot della Rinspeed doveva essere la summa del modus “Verso il futuro/ Attraverso il passato” il quale, artisticamente, può dirsi la migliore definizione attribuibile al progetto Yello. In maniera assolutamente originale e densa di humor, Boris incarna la figura di tradizionalista dell’avanguardia.
Alla base del fascino del ranch Ojo de Agua sta il fatto che è immerso nella solitudine. Il primo villaggio dista 40 chilometri ma ci vogliono solo un paio di minuti per sellare un cavallo che ti porti in qualsiasi posto.
Il nuovo album uscirà in settembre. Al momento ho appena concluso un’esposizione al Museo Tinguely Museum di Basilea e sono pronto per un’inaugurazione presso la Kirsten Roschlaub Gallery di Amburgo. Visto il successo di Hermes Baby ho inoltre deciso di lavorare a un romanzo.
Beh, le tue giornate non sono pianificate e amministrate dagli esponenti di questo mondo fin troppo utilitaristico.
a Emanuela e Michele