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XTC

di Gianni Avella, Giancarlo Turra e Teresa Greco

 

 

 

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  • Making Plans for Nigel
  • Helicopter
  • Day in Day Out
  • When You're Near Me I Have Difficulty
  • Ten Feet Tall
  • Roads Girdle the Globe
  • Real by Reel
  • Millions
  • That Is the Way
  • Outside World
  • Scissor Man
  • Complicated Game
  • Life Begins at the Hop
  • Chain of Command
  • Limelight

Drums & Wires (Virgin, 1979)

di Gianni Avella

“This Is Pop”. Così recitava uno dei brani di punta contenuti nel debutto degli XTC, White Music. Quasi una dichiarazione d’intenti la loro, in un’epoca dove il punk regalava i Sex Pistols e la new wave creava i primi ibridi sonori, gli XTC scelsero di seguire la strada semplice (?) del pop, riuscendoci così bene da fregiarsi, ancora oggi, dell’appellativo di pop band inglese più importante dell’era post-Beatles.

Accostabili per certi versi alla new wave (per via di alcuni arrangiamenti “non lineari”), la definizione di “Beatles della new wave” non tardò ad arrivare, onere che per i nuovi profeti del pop calzava a pennello: infatti, sia nelle parole che nella loro musica il fantasma dei baronetti (cosi come di Kinks e Beach Boys) non è mai mancato.

La loro particolarità era nel fondere tradizione folk anglosassone (Fairport Convention, The Incredibile String Band), gusto “avant” (preso in prestito da Zappa e da quei Residents che poi verranno prodotti dello stesso Partridge) ed immetterlo in un contesto pop puramente english.
Deus ex machina dell’intero progetto è Andy Partridge, personaggio dall’ego e genio smisurato, spalleggiato da un Colin Moulding forse succube del collega, ma in grado di tenergli testa, cosa che non riuscì invece al tastierista dei primi due album Barry Andrews (che poi si unirà a Robert Fripp nei League Of Gentlemen), costretto a dare forfait causa i continui dissidi col collega.

Andrews fu presto sostituito dal chitarrista/tastierista Dave Gregory che diede equilibrio ad una line up ormai pronta per incidere il loro primo capolavoro. Drums & Wires è l’album che fa da ponte tra il passato ingenuo e nervoso dei primi due album e la raffinata perfezione pop che, nella prima metà degli anni ’80, consacrerà la coppia Andy Partridge/Colin Moulding come veri eredi di Lennon/McCartney.

L’amalgama tra i due era perfetto: gentile e lineare Moulding (il McCartney della situazione), stravagante e coraggioso Partridge (tutto Lennon). Prodotto da uno Steve Lillywhite che presto diventerà “il produttore” della scena inglese (nel suo curriculum vitae figurava la produzione, con Brian Eno, del primo degli Ultravox, dei primi due album degli Psychedelic Furs, Siouxsie e in seguito del terzo di Peter Gabriel), in Drums & Wires ogni episodio è un potenziale singolo: si passa dalla saltellante Making Plans For Nigel (che entrerà in classifica), gli arrangiamenti certosini di Millions, il primo singolo Life Begins At The Hop e quella Complicated Game che, tra echi dub e urla disperate, sarà ricordata come la più scura canzone dell’universo colorato XTC.

Con Drums & Wires si aprirà una trilogia che da Black Sea porterà al “doppio verde” English Settelement, da molti definito il loro “White Album”, ma questa poi è un’altra storia...

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  • Summer’s Cauldron
  • Grass
  • The Meeting Place
  • That’s Really Super, Supergirl
  • Ballet For A Rainy Day
  • 1000 Umbrellas
  • Season Cycle
  • Earn Enough For Us
  • Big Day
  • Another Satellite
  • Mermaid Smiled
  • The Man Who Sailed Around His Soul
  • Dying
  • Sacrificial Bonfire
  • Dear God

Skylarking (Virgin, 1986)

di Giancarlo Turra

Premesso che ovunque si calino le reti, nel “mar nero” degli XTC si raccoglie sempre qualità stellare o poco meno, è altresì possibile individuare tre opere fondamentali che scandiscono altrettanti periodi.
Dalla perla “post wave” Drums & Wires qui già analizzata, il ritiro dai concerti si lega al doppio English Settlement, mentre Skylarking vede gli unici, veri “nuovi Beatles” approdare alla maturità. Congegnato - non senza la consueta dose di litigi con Andy Partridge – assieme al “wizard, true star” Todd Rundgren, come un lieve concept album che descrive lo svolgersi di una giornata (lo testimonia l’abbrunirsi progressivo delle atmosfere lungo la seconda metà), fa sbocciare l’età adulta di talenti smisurati che, pur avvicinandosi, non si ripeteranno più a tali livelli.

Curiosamente propulso nelle college radio d’oltreoceano dalla magnifica Dear God, agra ode all’ateismo su una pagina strappata dall’Album Bianco (fu relegata sul retro del primo singolo Grass, ma una recente ristampa digitale la include a fondo corsa), l’album fonde miracolosamente unità tematica e varietà stilistica attraverso una sbalorditiva cura per il dettaglio sonoro. Ognuno dei quattordici episodi prende vita in modo magico, come una tenera sfoglia di primavera evocativa di infinte, storicizzate suggestioni pop, che tuttavia concorre a un racconto terso e ricco d’accenti, narrato attraverso un linguaggio inconfondibile.

Dall’attacco bucolico Summer’s Cauldron, prati e mosconi da campagna britannica che se ne sente quasi l’odore, ci si rotola leggeri coi Baronetti epoca 1968 nell’oriente malandrino dipinto da Grass, trovando un punto d’appoggio sulle cadenze sottilmente squadrate e il piano barocco - ma gustoso - di The Meeting Place. Il garage giocattolo, innervato di raggi di sole e innocenza, ti si appiccica tra i capelli con una That’s Really Super, Supergirl che potrà pure salvare il mondo -  ma non te - dal piangere, e quindi tanto vale allestire un Ballett For A Rainy Day a base di trame d’archi che sgusciano e saliscendi vocali impossibili, proseguiti e sviluppati dalla parallela 1000 Umbrellas. Season Cycle chiude la facciata, figlia suadente di Revolver e Pet Sounds, confortevole nel suo fragrante dispiegarsi.

Ulteriori echi dal 1966 inaugurano la seconda metà del disco col tintinnare di chitarre di Earn Enough For Us, mentre la spigliata e a tratti chiesastica Big Day funge da via di passaggio sulla sera ormai incipiente. Dall’estasi malinconica che precede il tramonto, evocata dal fluttuare privo di gravità Another Satellite, si ammara leggeri su fondali oceanici con Mermaid Smiled e il vibrafono frenetico ma docile, inseguendo jazz da “spy movie” nel club raffigurato sulla cartolina The Man Who Sailed Around His Soul. La disperazione di Dying, ticchettare metronomico e acusticherie a fungere da scheletro a un cupo meditare sulla fine, è semplicemente da ascrivere tra i lasciti migliori di Moulding, mentre Sacrificial Bonfire annuncia l’oscurità complice l’orchestrazione dall’incedere maestoso e il refrain ascendente dalla stessa propulso. Si chiude così il giorno, immaginario e memorabile, ma a differenza dello scorrere delle lancette, Skylarking non si perde nella memoria e può ricominciare ogni volta che lo si desidera. Se appare diverso a ogni incontro, è perché siete (siamo) cambiati nel frattempo, mentre lui resta uguale a se stesso, fedele alla condizione di capolavoro che sfida – battendola – l’eternità.

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  • 2 Rainbeau Melt
  • Thrill Pill
  • Sonic Boom
  • I'm Unbecome
  • Ballet for a Rainy Day
  • 1000 Umbrellas
  • Ejac In A Box (MGOO)
  • C Side
  • Seagulls Screaming Kiss Her, Kiss Her
  • Ladybird
  • Candymine
  • Visit to the Doctor
  • Cherry in Your Tree
  • Desert Island
  • Scarecrow People
  • Hold Me My Daddy
  • Books Are Burning
  • Bobba De Boop De Ba De Boobay
  • Open A Can Of Human Beans
  • Through Electric Gardens
  • Skate Dreams Wet Car
  • The Bland Leading The Bland
  • Silverstar
  • I Gave My Suitcase Away
  • Extrovert
  • Another Satellite
  • These Voices
  • Song for Wes Long
  • Happy Birthday Karen
  • REM Producer Enquiry
  • The Loving
  • Shalloween
  • Was a Yes
  • Genie In A Bottle
  • Disque Bleu
  • Poor Skeleton Steps Out
  • I Don't Want To Be Here (original demo)
  • Chalkhills and Children

Andy Partridge - Fuzzy Warbles vol. 7 / Fuzzy Warbles vol. 8 (Ape House / Self, 8 novembre 2006)

di Teresa Greco

Continua la pubblicazione del progetto Fuzzy Warbles - partito nel 2003 - , demo, outtakes e rarità curate dall’infaticabile Mr. XTC Andy Partridge, corposa operazione only for fans di song assortite del gruppo madre. La pubblicazione del materiale era già iniziata nel 2002 con il quadruplo cofanetto Cut of Many Cupboards, ma evidentemente molto era rimasto da parte. Si tratta di tracce che farebbero invidia a qualunque gruppo in circolazione, superfluo ribadirne la qualità media.

Nei due ultimi CD della serie troviamo demo versions, live e alternate takes di pezzi editi (da Nonsuch, Apple Venus, Skylarking, Oranges & Lemons, The Big Express, Mummer), rarità tratte da compilation e divertissement del Nostro, con la consueta ironia dissacratoria. (“Si tratta di canzoni pop, jingle radiofonici, musica per film e tv, o semplicemente il prodotto del mio cincischiare in studio. Il materiale che noi abbiamo buttato via è migliore di quello con cui la maggior parte dei gruppi si è costruito una carriera”. Così Partridge a proposito dell’intera operazione).

Niente che non si conoscesse già dell’artista, certamente materiale prettamente per appassionati che non mancheranno di gradire. Come la psych-ballad Desert Island, b-side del periodo Mummer, la dissonante 2 Raimbeau Melt, la beatlesiana love-song Disque Bleu, l’improvvisazione per chitarra di Enjac In A Box e potremmo continuare. Ci aspettiamo ancora dell’altro. (7.2/10)