Culto tra gli appassionati del british folk, collocati storicamente poco prima della decadenza progressive, gli Alberi con la loro folkedelia dalle tinte ora hard ora raffinate suonano ancor freschi nella nostra epoca, a fronte di una parabola breve e sfortunata che li ha portati a restare nell’ombra.

Di norma critico puntuale e acuto, l’americano Richie Unterberger adotta un’inclemenza in fondo eccessiva nei confronti dei Trees. Li descrive come una formazione che non si faceva il minimo problema nello - citiamo testualmente - “scimmiottare l’approccio dei Fairport Convention”. Pur nella sostanziale correttezza dell’affermazione, non possiamo esimerci dal rilevare come il gruppo che faceva perno attorno a Celia Humphris (cantante cristallina con in testa i prototipi Denny e Dyble) e al poliedrico - bassista, chitarrista e all’occorrenza pianista - Tobias Boshell (pure autore principale quando non si attingeva dal pozzo infinito dei “traditional”) occupi tuttora una robusta posizione di culto. Essendo Unterberger conosciuto e stimato per l’abilità di rabdomante che leva la polvere da - e sono nuovamente parole sue - “sconosciute leggende del rock”- , tanta severità proprio non la comprendiamo. Soprattutto in virtù del fatto che, a voler spaccare il rituale capello in quattro, anche gli immensi Fairport possedevano iniziali referenti loro coevi del calibro di Jefferson Airplane e The Band. Roba confermata anche da Joe Boyd, intervistato sempre dal Richie medesimo, e pazienza se Richard Thompson e soci rapidamente trascesero i modelli entrando tra i maestri e i Trees no: a ben sentire, costoro non recitarono comunque da meri imitatori, pur agendo nell’ombra di colleghi più talentuosi e malgrado uno splendido LP in carniere. Fa pensare tutto ciò, più che al relativismo dei giudizi critici, a quanto il “rock” si muova in circolo senza che le sue correnti si distruggano mai, piuttosto si rigenerino all’infinito come accade per la chimica e nella natura. Per oscura, di culto o sotterranea che sia, prima o poi ogni cosa sistematicamente riaffiora, anche la più vergognosa e nefanda, trasmessa in eredità da amanuensi, artigiani o innovatori.
E quella del culto è, lo ribadiamo, la condizione dei Trees, da sempre nome che è patrimonio di club poco nutriti anche tra gli appassionati del “british folk”, e con tutto ciò degno di menzione per la loro folkedelia dalle tinte ora hard ora raffinate. Collocato storicamente poco prima della decadenza progressive, ma ancora in tempo per l’onda lunga dei modelli di cui diciamo sopra, il loro stile non si impantana nelle secche di una mera curiosità d’epoca, anzi suona (al pari di molti loro contemporanei) ancor più fresco nella nostra epoca. Ragione ultima e assai importante, che ne conferma la freschezza, quel celebratissimo e non ancora spento ritorno delle/alle sonorità folk nel panorama musicale odierno non solo indipendente, interpretate secondo le più disparate varianti, qualche volta “moderne” ma per la maggior parte “classiche” il giusto. Motivazione che, molto presumibilmente, sta a monte anche della recente ristampa digitale su Sony di On The Shore, espansa - rispetto a una prima invece rispettosa dell’originale - da un intero CD composto da un pugno di demo e inediti non irrinunciabili.

Storia assai lineare e in definitiva priva di aneddotica “rock” quella degli Alberi: il loro nucleo prende forma attorno ai due chitarristi David Costa e Barry Clarke, allorché - fuoriusciti dall’università nella Londra swingante dei ’60 - si imbattono in Tobias Boshell e Unwin Brown, batterista che non disdegna le armonie vocali. Un’amicizia tra Costa e la di lei sorella conduce Celia nei ranghi di una line-up ancora priva di cantante e in tal modo completata. Rimarrà quella definitiva, che l’esperto David introduce alle delizie del fervido circuito folk locale che da lungo tempo conosce e frequenta. La capitale britannica è al tempo un felice e ribollente calderone, in cui si può per caso vedere celebrità come Hendrix a passeggio per Portobello Road mentre si rincorre un contratto, tra concerti e sfacchinate per affilare il repertorio. In men che non si dica, il frutto di tanto brigare convince la prestigiosa Columbia a dare alle stampe il debutto The Garden Of Jane Delawney (1970; 7.3); pubblicato sul crinale cronologico cui abbiamo accennato, costituisce una presentazione discreta e un ruolo da egregia vetrina per le indubbie potenzialità del quintetto. Equamente diviso tra originali firmati Boshell e materiale di “pubblico dominio”, si inserisce a proprio agio nella media dei dischi susseguenti la pietra miliare chiamata Unhalfbricking, esibendo però tratti somatici anomali in assoli chitarristici più hard che psichedelici, nel plastico basso morbidamente melodico e nelle tastiere misurate che fanno a tratti capolino.
Col “nostro” senno di poi si percepisce che l’epoca è diversa da quella che partorì Pentangle o Incredibile String Band, come pure le susseguenti scadute nell’hippismo da cartolina dei Tyrannosaurus Rex, altresì adagiata su un fertile spartiacque tra le due. Per fortuna è ligio alla regola quanto si impone con forza sullo scenario strumentale, ovvero la vocalità trasparente della Humphris, un cristallo lucente che redime She Moves Through The Fair dal pegno pagato verso A Sailor’s Life e spolvera di meraviglia una title track immediatamente volata nel repertorio di Françoise Hardy. Tra il più che buono il resto, a tratti appesantito da qualche esitante lungaggine, The Great Silkie maneggia il tiro più adeguato. Come talvolta succede, il lavoro duro porta da qualche parte: l’attività concertistica affina l’amalgama e rafforza le intenzioni, ambedue presupposti della maturazione realizzata quello stesso autunno inoltrato nei solchi di On The Shore (Columbia; 8.0). Racchiuso in una fenomenale - e inquietante, in modo ineffabilmente inglese - confezione curata da Storm Thorgeson (boss dello studio Hypgnosis, arcinoto per le copertine dei Pink Floyd), regala una gemma dopo l’altra senza sbavatura alcuna, tra chitarre in solismo in cui affiorano tentazioni raga che risposano basso e batteria magistrale collante per le linee vocali. Autentica delizia, epidermica con Soldiers Three ma sferzante in Murdoch, riflessiva circa Polly On The Shore però debordante da Streets Of Derry. Altrove, While The Iron Is Hot si snoda tra intuizioni classicheggianti e furia elettrica, mentre la mesta rilettura del canovaccio Geordie contrappunta il folk rock corale incastonato di piano Fool e quello viceversa bagnato nel country Little Sadie. Capolavoro assoluto, a tutt’oggi non scalfito, si conservano i dieci minuti favolistici ed estaticamente sospesi sprigionati dal cuore di Sally Free And Easy. vi passerà per la mente la parola “punk”. Siamo nel 1972, in ogni caso.

Tanto incanto non andrà commercialmente lontano, malgrado palchi condivisi con Fleetwood Mac, Pink Floyd e la crema del folk rock d’Albione, causando logiche frizioni con la CBS che guastano l’unità interna della formazione. Essenzialmente un gruppo di amici entusiasti che condividevano passione per la musica, cadono senza replicare sotto i primi ostacoli concreti del business, sprovvisti come sono del cinismo adatto a reggersi nel gioco e controbattere. Costa e Brown sbattono la porta e se ne vanno, rimpiazzati da mediocri session men per un anno di coma letargico a posticipare il doveroso scioglimento. Mentre i due album vengono scambiati tra i collezionisti di vinile pregiato a ottime cifre fino all’avvento del CD, Costa si guadagna da vivere facendo il grafico, Clark diventa commerciante di gioielli e Boshell attraversa Settanta e Ottanta da apprezzato turnista in ambito pop.
Ci sarà un inutile tentativo di riesumare la ragione sociale nel ’73 da parte della Humphris con i soli Barry e David a farle compagnia, peraltro svanito per giustizia terrena senza lasciare tracce discografiche. Infine, a conferma di quanto i culti possano andare a - ehm… - radicarsi dove mai li stanerebbe, sappiate che i Gnarls Barkley hanno campionato in modo fugace e quasi impercettibile Geordie nella title-track del fortunato St. Elsewhere, contribuendo a un ritorno di interesse nei confronti dei Trees. E che, in virtù di quanto fin qui narrato, il quintetto si è negli ultimi tempi addirittura ritrovato per alcuni concerti. Tutto torna: ve l’avevamo detto, no?