L'uomo è indiscutibile. Uno che si è regalato e ci ha regalato abissi di mestizia, di decadenza, di allegria invelenita. Intimo di poeti e puttane, registi e pagliacci, marciapiedi e whiskey. Uno capace di governare con scellerata disinvoltura blues, jazz, swing e rock, di flirtare col rumore e disarticolare le forme, di blandirci e seviziarci, di ferirci ed incantarci per sempre. Senza con ciò venir meno ad una vita defilata, sobria, vera. L'uomo, dicevo, è indiscutibile.


Real Gone non aggiunge molto alla vicenda artistica di Waits, ma quel poco è la netta sensazione di una senilità indomita, irascibile e appassionata. Avvinghiata alla giugulare del presente come un vampiro pietoso. No, non siamo ai massimi livelli waitsiani, tuttavia ci sono un bel po' di motivi per considerarlo un disco credibile:
- per la cocciutaggine di mulo con cui tira le fila dei dischi passati senza negarsi il procedere;
- per la lucida coerenza, la graffiante asciuttezza, la qualità come minimo degna della scrittura, l'interpretazione ovviamente intensa;
- per come sa far balenare a un tempo i tumidi arcaicismi dell'ultimo Bob Dylan e le scellerate trasfigurazioni dei primi Blues Explosion;
- per quel suono da stanza traslocata, da vuoto che si riempie all’improvviso;
- per la chitarra elastica e fibrosa, per il banjo astruso, per gli odori e i dolori portati in dote dal rientrante Marc Ribot;
- per un figlio (Casey) che (forse) è pazzo come il padre;
- per quei blues trafitti dai tropici, per la follia che infebbra gli errebì, per l'agra mestizia dei folk;
- per i peccati e i cavalli ciechi, per i coltelli e il tabacco, per Dog Street e l'Hush Hotel, per il rossetto sul vetro e l'occhio buono di Roy Orbison, per gli orangutango e le pistole tatuate, per Caino, Abele e una Ford del '49, per Mike Tyson e Gesù di Nazareth;
- in particolare, per come il reggae e il blues si avvinghiano e stemperano finché non sai più dove termina uno e inizia l’altro in Sins of My Father, lunga e dolorosa come un funerale;
- per l’aria da James Brown sotto formalina nel laboratorio d’un pazzo risuscitatore di non-morti in Metropolitan Glide (le corde slabbrate, le percussioni come il timbro del buio, Casey che strapazza il giradischi);
- per il Leonard Cohen nella danza in filigrana di Dead And Lovely;
- per quel vento di melodia che spazza la pioggerella dal cuore in Trampled Rose;
- per il rock ingoiato e vomitato come pillola ruvida di Baby Gonna Leave Me;
- per come Day After Tomorrow c’insegna la differenza tra un semplice dopodomani e un giorno dopo domani, quello che tutti vorremmo (dovremmo) aspettare. Mi sembra abbastanza. (7.1/10)

Il recupero di alcune song già incise per colonne sonore, per il teatro e per altri progetti trovano per la prima volta spazio in un unico disco di Tom Waits, il triplo Orphans, insieme a pezzi inediti; 56 tracce di cui più della metà nuove, tripartite per generi: i blues e loro derivati in Brawlers, le ballad classiche, i valzer e relative deviazioni in Bawlers, gli esperimenti in Bastards.
Uno, nessuno, centomila: il senso di sottile vertigine che coglie l’ascoltatore a ogni nuovo parto del musicista californiano - mentre ci si chiede a quale delle versioni del Nostro è dato di assistere questa volta - è esemplificato al meglio da quest’ultimo album. Frammenti del primo Waits classicamente lirico (Bend Down The Branches e World Keeps Turning a blandire i cuori del sabato sera, Never Let Go per i losers di Blue Valentines) convivono con blues distorti (Lowdown, 2:19), egotici valzer straniti (Lucinda per sola voce e percussioni elettroniche) o normalizzati (la marziale e strappacuore Take Care of All My Children, dalla soundtrack di Long Gone, 1992), gospel (il traditional Lord I’ve Been Changed), ballad sghembe (Bottom of The World, Road To Piece), rock’n’roll/rockabilly (Lie To Me), cover personalissime (da Daniel Johnston in King Kong agli amati Weill/Brecht, - chiara ispirazione per il magistrale Rain Dogs – in What Keeps Mankind Alive – fino a Leadbelly in un’accorata Goodnight Irene).
“ With my voice, I can sound like a girl, the boogieman, a Theremin, a cherry bomb, a clown, a doctor, a murderer… I can be tribal. Ironic. Or disturbed. My voice is really my instrument”. Al centro la forza di una voce sciamanica e uno stuolo di musicisti (Marc Ribot, Dave Alvin, Larry Taylor, Mark Linkous, il figlio Casey, Les Claypool tra gli altri). Un compendio del melting pot sonoro e dell’incontenibile estro del Nostro, la cui qualità di scrittura continua a mantenersi costante nel tempo, tra alti e bassi, codificata in forme personali di musica “altra”, al di fuori di spazio e tempo. Non a caso la parte più interessante di Orphans è rappresentata dalle espressioni più sghembe e iperrealiste: i blues malati, le ballad storte, gli omaggi recitati nei racconti di Bukowski e Kerouac (Nirvana e Home I'll Never Be), gli esperimenti sonori tra rumore e teatro/cabaret espressionista. Personali rielaborazioni delle mille musiche di cui si è sempre nutrito avidamente.
Il resto è (per lui) ordinaria amministrazione. Ma quanto poco ordinaria, a ben pensarci. (7.2/10)