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Introduzione
Critica
Webografia

Tim Buckley

di AA.VV.
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  • Move With Me
  • Get On Top
  • Sweet Surrender
  • Nighthawkin'
  • Devil Eyes
  • Hong Kong Bar
  • Make It Right

Greetings From L.A. (Warner, 1972)

di Stefano Solventi

Una delle voci più coraggiose, estreme, stellari che abbiano mai attraversato membrana di altoparlante, si ritrovò in quel 1972 - appena venticinquenne - con almeno cinque capolavori alle spalle (le mirabilie folk blues di Goodbye And Hello, Happy Sad e Blue Afternoon, più le supreme trasfigurazioni “free” di Lorca e Starsailor) e due famiglie da sfamare, in un mondo che si voltava dall’altra parte, ne irrideva le intenzioni giudicandole astruse velleità. Risultato: pochi dollari in saccoccia, depressione strisciante, tossicodipendenza e alcolismo a mordergli i talloni. Comprensibile che alla lunga le insistenti blandizie del manager Herb Cohen e dei suoi discografici (tra cui lo stesso Frank Zappa, tra i titolari della Third Story) convincessero Tim ad abbandonare le prove tecniche d’assoluto per concedersi alle (bieche) sirene del mercato.

Questo per quanto riguarda le cronache. Poi c’è il resto, su cui – per fortuna - possiamo perlopiù fantasticare: ovvero, una strategia di mimetismo, un consapevole degrado, quel lasciarsi ingoiare da forme terrene, scavare nella polpa del mestiere senza mai soggiacergli, per poi – attenzione - cospirare da lì quelle traiettorie imprendibili, quelle architetture caustiche e celestiali, lo spasmo del corpo in rotta verso l’estasi. Tim insomma ingoiò il rospo di buon grado, capì la necessità di cambiare il livello dello scontro ed il campo di battaglia. Ciò che gli interessava era proseguire la sua guerra di confine: ecco quindi apparire sulla scena un Buckley inedito, insolitamente sobrio, puntuale ed efficiente durante le sessioni di Greetings From L.A. I nuovi compagni di viaggio erano session-man navigati come il chitarrista Joe Falsia e produttori occhiuti come Jerry Goldstein. La nuova calligrafia erano il rock, il soul, il rhythm and blues. Un progetto in cui Tim - evaporate le riluttanze iniziali - sembrò gettarsi con foga, coinvolgendosi fino all’ultima fibra, liberando una creatività scattante e furiosa, culminata nell’improvvisazione in studio di Hong Kong Bar, bluesone sordido che si protraeva per circa un’ora di cui fu stampato un riassunto di sette minuti e poco più. Da questa - che pure è la traccia più scarna di un programma che prevede arrangiamenti squillanti e ruffiani ai limiti del kitsch - si capiscono molte cose: Buckley insegue e ottiene una misura sconcertante, l’interpretazione si mantiene entro ranghi insospettabili, la voce - un’aquila in piccionaia - sembra tagliarsi le frequenze dalla gola. Insomma, pare proprio che Tim un po’ “ci faccia”, come nelle foto a francobollo del retro-copertina in cui – l’aria da dandy bohemién della west coast – si presta al ruolo dell’ecologista scazzato con tanto di maschera antigas. Che è comunque una maschera, e questo va tenuto presente.

Così come va tenuto presente che un disco di Buckley non è e mai sarà un disco qualsiasi. Basti sentire come nella conclusiva Make It Right arrivi a spennellare di soul spigoloso una melodia altrimenti destinata a soccombere sotto gli archi eccessivi, oppure con quale disarmante facilità riesca a schernire e lacerare la fregola marpiona di Get On Top, aspergendola di sensualità problematica e malsana, confondendo jodel, gospel e free jazz nella sclerotica improvvisazione centrale (in cui l’organo di Kevin Kelly proprio non riesce a tenere il passo). La maschera, dicevamo: proprio questo insistere su argomenti torbidi e dissoluti, spesso oltre il limite della cosiddetta decenza, ha tutto l’aspetto di una negazione premeditata, come volersi ancorare al terreno, stendersi una coperta di carne addosso, seppellire il navigatore di stelle in un sarcofago di eminente normalità. Buckley spinge il gioco fino in fondo, a costo di allibirci con quel pasticcio da B.B. King in sedicesimi che è Move With Me (con i suoi ottoni lascivi, i censurabili coretti femminili, il piano da club sfigato), e col funky soul automatico di Devil Eyes, o semplicemente di tediarci col boogie rock di Nighthawkin (una grinta sfocata, l’umoralità di plastilina tra congas e southern guitars).

Ma se è il prezzo da pagare affinché possiamo goderci Sweet Surrender, va benissimo: qui finalmente - tra torpori soul ed eccessi d’orchestrazione, in mezzo a una palpitazione esotica di congas e batteria - la voce arriva a palpare i confini del concepibile, sfarfallando inquieta, graffiando decolli acuminati, digrignando, sussultando, liberando indefinibili convulsioni. Non certo ai livelli toccati album addietro, ma - parlando di una tale voce in un tale contesto – comunque un’autentica meraviglia. E’ ironico quindi – a parte il senso di tragedia che si porta dentro – prendere atto del clamoroso fallimento commerciale di questo disco, accolto tiepidamente dalla stampa, boicottato dalle radio (ufficialmente a causa delle tematiche “troppo spinte”) e finanche esecrato dai fans della prima e della seconda ora, stizziti dal “tradimento” in chiave easy.

Becco e bastonato, Tim Buckley. A pochi passi dall’abisso, uomo incapace di quiete dietro l’artista in crisi, tenacemente rannicchiato in un bozzolo di regole e competenze, costretto ad inventarsi un’inedita umiltà quasi fosse l’ultima chance (lo era?) di un’anima troppo fragile e tempestosa. Un artista in crisi, certo. Eppure, quella voce: sbruffona e aliena, viscerale ed eterea, corpo e spirito una cosa sola, magnifico propellente d’inaudito. Trascurarla all’epoca fu uno dei soliti scherzi bastardi del destino. Farlo oggi, uno sbadato delitto tra i tanti.

  • Song to the Siren - The Monkees Show
  • No Man Can Find the War - Inside Pop
  • Morning Glory - Late Night Line Up
  • Happy Time - Late Night Line Up
  • Who Do You Love - Greenwich Village
  • Sing a Song for You - Dutch TV
  • Happy Time - Dutch TV
  • I Woke Up - The Show
  • Come Here Woman - The Show
  • Blue Melody - Boboquivari
  • Venice Beach (Music Boats by the Bay) - Boboquivari
  • Pleasant Street - The Christian Licorice Store
  • Sally Go Round the Roses - Music Video Live
  • Dolphins - Old Grey Whistle Test

Tim Buckley – My Fleeting House DVD (Manifesto, aprile 2007)

di Teresa Greco

My Fleeting House rende finalmente accessibili, al di fuori della ristrettissima cerchia di appassionati collezionisti, rare testimonianze video di Tim Buckley, protagonista dal 1967 al 1974 di sporadiche apparizioni TV promozionali; alcuni dei filmati si potevano finora vedere in streaming sul sito ufficiale timbuckley.com., mentre non si conosce l’esistenza di riprese video integrali di suoi concerti.

Il DVD è frutto del lavoro del produttore Rick Fuller, il quale ha messo insieme ogni spezzone a disposizione, accompagnandolo con il prezioso e filologico commento del chitarrista Lee Underwood, dell’amico e collaboratore Larry Beckett e del biografo ufficiale David Browne, autore del libro Dream Brother, bio incrociata dei Buckley padre e figlio.

Intervallati da illuminanti estratti di interviste inedite dell’epoca (Steve Allen Show del ’69 e WIFT’s The Show del ‘70), in cui Buckley si esprime su temi allora caldissimi, come la guerra in Vietnam, ecco le testimonianze tv, come l’ormai celebre apparizione al Monkees Tv Show del ’67 in cui Tim cantò una primitiva versione di Song To The Siren, le splendide performances alla tv europea del 1968 in trio con Lee Underwood e Carter CC Collins (periodo Happy/Sad), gli estratti della fase jazz insieme alla Starsailor Band, fino alla Dolphins di Fred Neil all’Old Grey Whistle Test del 1974, nel tardo periodo “normalizzato” della sua straordinaria quanto sfortunata carriera.

Finalmente dopo anni si vede Tim muoversi, parlare, cantare ed esibirsi live, tutte cose su cui si è sempre favoleggiato, ma che in pochissimi avevano avuto modo di vedere. Un percorso fulminante il suo - che come si sa non ha avuto riscontri in un vasto pubblico –, durante il quale ha abbracciato diversi stili, dal folk-rock degli inizi alla fase avant-jazz fino ai dischi “rock” con cui cercava di avere maggior fortuna commerciale. E che le testimonianze del DVD aiutano a decifrare meglio, chiudendo il cerchio su una parabola breve ma fondamentale, che sotterraneamente avrebbe avuto un culto devoto negli anni, poi ratificato con il successo del figlio Jeff, che aiutò anche la riscoperta del padre.

Concepito come un documentario crono-biografico, My Fleeting House segue, scandita dalle varie performance, la carriera di Buckley, con l’aiuto dei preziosi commenti, da Underwood, il più tecnico, a Beckett, che fornisce le testimonianze più toccanti, fino al biografo Browne, il più puntuale. Unica pecca la mancanza di sottotitoli, che ne avrebbe reso più agevole la fruizione. Di immenso valore le testimonianze risalenti al periodo 1970 di Starsailor, ispirato dal genio di Miles Davis, con I Woke Up, Come Here Woman in una versione alternativa e l’inedita Venice Beach (Music Boats By The Bay), episodi rivelatori su quanto si fosse ormai spinto al di là abbracciando l’improvvisazione del jazz e della musica contemporanea, anche vocalmente. Scelte artistiche che poi avrebbe duramente pagato, ma questa è un’altra storia.