Dal mod revival in pieno ’77 al soul di Beat Surrender, passando attraverso un capolavoro come Sound Affects e una miriade di singoli memorabili. The Jam, la prima, stupefacente creatura di Mr. Paul Weller.

Non sono molte le band che possono vantare una carriera fulminante come quella dei Jam di Paul Weller. Ingiustamente misconosciuto dalle nostre parti (dove è toccata miglior sorte all’altra creatura welleriana, gli Style Council) ma ancora oggi una leggenda inossidabile in patria (basti fare un giro nei music store londinesi per rendersene conto), nei cinque anni dal 1977 al 1982 questo trio si è imposto come una delle realtà più significative della scena britannica alla stregua di leggende come Who, Kinks e Beatles. In piena esplosione punk, i Jam hanno (ri)portato alla ribalta una visione musicale fondata su un’estetica rigorosa tanto quanto quella dei contemporanei – quella mod -, riuscendo comunque a inserirsi nel solco della rivoluzione musicale in atto trovando linfa vitale nell’urgenza espressiva tipica della gioventù di quei tempi, sposandola con il disagio urbano della periferia inglese. Non deve troppo stupire che nell’era del no more heroes, della messa al bando dell’ego, i Jam siano diventati un vero fenomeno pop come non se ne vedeva dai tempi della Beatlemania: la potenza espressiva delle loro canzoni (tante, troppe quelle da ricordare: da Down In The Tube Station At Midnight a Beat Surrender, da Going Underground a When You’re Young, da That’s Entertainment a Town Called Malice) sublimata nel formato del 45 giri (ancora efficacissimo in Gran Bretagna, si pensi anche al fenomeno Smiths di qualche anno dopo), unita a precise istanze estetiche e musicali legate a una gloriosa era (i neanche troppo lontani ’60), non poteva non far breccia in quella parte della gioventù inglese del tempo che all’iconoclastia del punk preferiva Quadrophenia.

“This is the modern world, we don't need no one
To tell us what's right or wrong”
The Modern World, 1977
Eppure è proprio dal punk che Weller prende le mosse nel 1976 insieme a Bruce Foxton (suo fondamentale alter ego) e il batterista Rick Buckler: l’attitudine immediata e liberatoria di quella musica ha più di un punto in comune con l’essenza più pura e animalesca del rock and roll classico di Kinks e Who. Un assioma efficacemente dimostrato nei primi due album della band, In The City e This Is The Modern World (1977), ancora grezzi nella forma ma ben focalizzati in struttura e dinamiche: un micidiale power trio votato al pop-punk, tutto giocato negli incastri tra la chitarra squillante di Weller e il basso spigoloso di Foxton; in questa fase il formato più efficace è il classico brano singolo da 2/3 minuti condito da armonie vocali e testi immediati, permeati del tipico ribellismo dell’epoca (le due title tracks, Art School, le foxtoniane Carnaby Street e News Of The World). Per il fiorire di una vera e propria poetica che vada al di là della canzone in sé bisogna però aspettare All Mod Cons (1978) e ancor di più Setting Sons (1979): gradatamente, i testi di Weller si fanno più acuti e mirati (a livello politico e sociale, come in Little Boy Soldiers), il paesaggio musicale si fa più vario (il soul di Heat Wave, gli acquerelli acustici di English Rose e The Place I Love, il melodismo spiccato di In The Crowd), in un continuo gioco di rimandi nell’ossequiosa osservanza e devozione delle divinità del rock and roll (Marvin Gaye in Mr. Clean, i Kinks coverizzati di David Watts, il Townshend camuffato da McCartney di Smithers-Jones). una scrittura che fa della citazione un’arte (su tutte Fly, che riprende le figure di She Loves You), all’insegna di un revivalismo che è anzitutto amore incondizionato e profondo, non (solo) pedissequa e stilosa imitazione dei propri idoli: un’attitudine che accompagnerà Weller in tutta la sua carriera e ne sarà un aspetto fondante.

“Waking up at 6 a.m. on a cool warm morning -
Opening the windows and breathing in petrol -
An amateur band rehearsing in a nearby yard -
Watching the tele and thinking about your holidays”
That's Entertainment - 1980
Anche se a detta di molti i Jam continuano a rendere al meglio nel formato singolo ancor prima che su Lp (la formidabile Going Underground, il sunto di una carriera), in Sound Affects (1980) i tre appaiono finalmente maturi e snocciolano una scaletta impressionante. La Pretty Green posta in apertura mostra la raggiunta completezza sia in fatto d'arredamento strumentale, sia per pulizia sonora, laddove i dischi precedenti a livello produttivo lasciano trasparire un (pur simpatico) pressapochismo: è così che l'ibrido mod-punk di Weller acquista la tensione epica intrinseca nel decennio che stava per spalancarsi e rende universale il britannicismo che lo sottende, facendolo rappresentante di tre epoche assai distanti tra loro (quella beat, quella punk e quella yuppie). Start ruba il riff a Taxman dei Beatles e lo schianta su una
chitarra in levare, esaltandosi nel contrasto fra l'apoteosi funk della sezione ritmica e le echeggianti
raffinatezze beat dei cori. That'sEntertainment, testamento del Weller più arcigno, disintegra la
way-of-life inglese con un potere scenografico secondo solo a quello di Ray Davies e, come accadeva a questo, finisce col creare una cristallina discrepanza fra il sarcasmo del testo e la gentilezza della ballata scelta come sfondo. Brano troppo spesso sottovalutato è Set The House Ablaze, che alterna un paio di stacchi vitali e profumati (i Jam standard, per capirci), a momenti di soffocante cupezza, con chitarre aspramente distorte, batteria pressante e marziale, fischiettii inquietanti che vengono inghiottiti nel caos circostante e un finale che manda il crescendo strumentale a morire fra le braccia di Weller, allucinato, con gli occhi spalancati innanzi a
questo mostro che egli stesso è incredulo di aver creato, a urlare un improbabile la la la. Se nel
rock chi lascia il segno è chi riesce a negarsi, Set The House Ablaze consegna Weller all'eternità,
riflette la voglia di vivere che solitamente traspare dalle sue composizioni in uno specchio deformante, rappresenta quel ritratto capace di mantenerlo giovane alla modica cifra della sua anima. E porta in gloria un disco che, al di là della qualità elevatissima dei singoli episodi (Monday, Boy About Town, But I’m Different Now..), risulta compendio di una carriera e inietta nel talento compositivo di Weller quella sacralità propria dei classici.
Sound Affects avrebbe potuto essere il trampolino di lancio verso il successo mondiale, ma Weller preferisce fare un passo indietro. Come scrive John Reed nelle note della riedizione del 1997: “Alla fine del 1980 i Jam erano la band più popolare in Gran Bretagna. Tutti i polls li vedevano trionfatori: miglior gruppo, cantante, autore, bassista, chitarrista, singolo, album, cover art. Nel 1981, i Jam avrebbero potuto diventare un gruppo da stadio, e facilmente conquistare gli States. Al contrario, Paul Weller divenne sempre più scostante nelle interviste, aspramente critico sia nei confronti del music biz, sia dei suoi fan più intransigenti. Fu l’inizio della fine”.
“Fill my heart with joy and gladness
I’ve lived too long in shadows of sadness”
Beat Surrender – 1982

Il “futuro” si chiama The Gift (1982), il canto del cigno dei Jam: una raccolta invero discontinua di brani pop, in cui la band si avventura nei sentieri musicali più disparati alla ricerca di un nuovo suono, dirigendosi decisamente verso sonorità più black (la funky-disco di Precious e il quasi ska di Circus);tuttavia, la formula è ancora imprecisa: non a caso, troneggia su tutto il disco la strepitosa Motown di Town Called Malice, a tutti gli effetti, l’addio dei vecchi Jam, ma già miraggio di qualcos’altro. Forse – sicuramente – il futuro (di Weller) si chiama Beat Surrender, singolone che prelude già alla controversa svolta soul degli Style Council; alle tastiere c’è un certo Mick Talbot, e nell’immaginario di Weller cominciano a delinearsi solitari e fumosi cafè francesi. Un tradimento per molti, una gradita novità per altri, una logica conseguenza del percorso già intrapreso per altri ancora. Ma questa è già un’altra storia.
(si ringrazia Federico Romagnoli per Sound Affects)