Un viaggio lisergico nel variegato universo space rock, dai prodromi a fine ’60 ai successivi sviluppi nei decenni successivi, attraverso progressive, corrieri cosmici, disco, DFA Records fino alla space disco di oggi, in un fenomeno in costante evoluzione.

La nascita dello space rock è questione riconducibile a due stagioni, che vanno dal 1967 al 1968. Sono quelli, infatti, gli anni dei Pink Floyd di Barrett ed è lì, in quei solchi di nero vinile che tracce quali Interstellar Overdrive e Set The Controls For The Heart Of The Sun battezzano la nascita del nuovo rock.
Certo, anche l’Hendrix di Third Stone From the Sun potrebbe assumersi la paternità del genere, ma quel coacervo di suoni dilatati, quelle liquide jam vergate di soluzioni “colte” quali l’uso del sintetizzatore e oscillatori (ricordiamo che nel ’68 irrompeva negli impianti stereo Rainbow In The Curved Air di Terry Riley, il disco che presentò ai giovani rocker l’avanguardia, come Space Is The Place di Sun Ra lì aprì a certo jazz) riuscirono nella non facile impresa di suonare originali laddove ogni istante profumava di novità.
Una musica urgente, sì imparentata con la coeva controcultura statunitense (specie coi Grateful Dead di Dark Star) ma genia di un iconografia misterica e per niente rassicurante. Non ancora l’idioma del genere quello dei Floyd (l’influenza del folk psichedelico ancora aleggiava), ma la lezione di Barrett & co. ed il loro modus fece sì che dalla perfida Albione un manipolo di druidi freak anti-establishment infiammasse la nuova gioventù spaced. Sostenitori di free concerts (famoso il gig gratuito in contemporanea al Bath Festival del 1970) quanto della nuova letteratura sci-fi di Philip Dick e Roger Zelazny, lo scrittore Michael Moorcock, ed il poeta underground Robert Calvert quali occasionali collaboratori, la comune Hawkwind capitanata da Dave Brock brutalizzò la lezione di Floyd e Deviants, prestandosi a furiose e veementi fughe proto-hard lisergiche e sballate. Dischi come In Search Of Space, che nell’edizione sagomata in vinile – nel cd molto del suo fascino andrà perso - contiene un approfondito diario di bordo redatto in stile science-fiction, e Space Ritual contribuiranno notevolmente a trasportare il fruitore in lande ignote e sinistre.
Con gli Hawkwind si apre un nuovo corso, quello dei primi seventies, e l’accademia inizialmente paventata pervade irrevocabilmente il rock nella sua fase progressive, un genere che fa proprie certe intuizioni dello space rock (vedi le tematiche fantasy nei testi) applicandole però su di un canovaccio cerebrale e prossimo a mordersi la coda. C’è però un’eccezione, un australiano abituato a fluttuare a mezz’aria tra Parigi e Canterbury che risponde al nome di Daevid Allen. Spalleggiato da Tim Blake (poi negli Hawkwind) e Steve Hillage, quale ideale trait d'union tra seriosità prog e virulenza space s’inventò la delirante trilogia Radio Gnome, goliardica pièce tra Zappa, jazz elettrico e funk liquido che nel suo atto conclusivo, You del 1974, mentre folletti, teiere volanti e prostitute spaziali ballavano a suon di una mirabile The Isle Of Everywhere, ritroverà – come vedremo in seguito - favori persino in anni tutt’altro che progressivi…

Nel primo lustro dei ’70, al di là della Manica, mentre lo space rock veniva per forza di cose risucchiato dal prog, si distinsero due scuole di pensiero progressivo: quella italiana e quella tedesca. Ma se la nostrana altro non era – fatta eccezione degli Area – che una prosecuzione carbonara di modelli preesistenti, la teutonica eludeva ogni tangenza britannica perché diverso il ceppo di provenienza.
La serie di eventi susseguitisi in Germania nel 1969 – i futuri Kraftwerk Florian Schneider e Ralf Hütter che si incontrano ad una esposizione di Terry Riley, la prima mondiale in quel di Monaco di Baviera del progetto Dream House di La Monte Young, nonché l’affermarsi dei primi Floyd e dei Velvet Underground con ancora Cale alla viola – creano un cortocircuito all’interno della neuen pop music locale che di lì a poco, dalle pagine del Melody Maker, non tarderà ad etichettarsi.
Per alcuni trattasi di Krautrock, per altri, Rolf-Ulrich Kaiser, semplicemente musica dei corrieri cosmici. Per l’epoca, per tutte le epoche, un avveniristico approccio al classico: oscillatori, Moog e synth rimpiazzano, come rilievo, la triade basso-batteria-chitarra e le vedute che si captano sono di gran lunga più progressive dei progressivi stessi perché, nella maggior parte dei casi, ad attuarle erano colti frequentatori dell’avanguardia datesi al “rock” e non viceversa.
Nasce un nuovo ritmo, il motorik, dalle note di Neu! (Hallogallo docet); si prevede la futura new age con Popol Vuh, Tangerine Dream, Klaus Schulze e tardi Ash Ra Tempel; l’elettronica tutta a venire, Kraftwerk, e persino gli acculturati Can (Irmin Schmidt era un affermato direttore d’orchestra mentre Holger Czukay un insegnante di musica) dopo gli esordi memori di Velvet e Pink Floyd, virano verso un’audace forma di etno-funk che sarà poi propria, tra i tanti, dei Talking Heads con Eno. Gruppi diversi come diverso l’uso della voce: parlata, salmodiata in alcuni casi (vedi Damo Suzuki dei Can) e assente in altri; l’antitesi alle gesta di un Peter Gabriel o un Peter Hammill qualsiasi. Nei Kraftwerk invece l’accompagnamento vocale viene filtrato, da Ralf and Florian in poi, dal vocoder, un intuizione che andrà di pari passo con una formula sonora sempre più orecchiabile e kitsch e che sarà d’esempio per tutti, ambito dance compreso.

Fu Giorgio Moroder, italiano di Ortisei, a carpire la sensualità celata nei Kraftwerk e condurla nelle balere edonistiche di metà seventies. Spalleggiato dal collega Pete Bellotte, il riccioluto paisà sensualizzò la glaciale mise di Schneider e Hütter e pose le basi per la furente stagione disco.
I Feel Love del 1977, epica muraglia di synth cinta da una Donna Summer in delirio ormonale, inventò house, techno, italo, euro-disco e embrione – si ascolti anche il Cerrone di Supernature – della space-disco. Tutto nel giro di sei cosmicospaziali minuti. Tutto mentre il krautrock continuava a licenziare dischi notevoli e il prog pachidermico – Yes, Genesis, Emerson, Lake & Palmer – veniva schiaffeggiato dai Sex Pistols.
Anni transitori dove il rock tedesco non solo rigava petto in fuori, ma in alcuni casi (tipo la shockante intervista di John Lydon presso Radio Capital dove si confessa fan dei Can…) l’influenza teutonica sulle nuove generazioni fu palpabile e palese: la world-music mutante dei Can, il pop robotico dei Kraftwerk, le elegiache trame dei rinnovati Ash Ra Tempel, tutti, a diverso titolo, ebbero qualcosa da dire anche al tramonto dei seventies.
La creatura di Manuel Göttsching ad esempio, orfana di Klaus Schulze e non particolarmente in forma come un tempo, ribattezzandosi Ashra registrò tre dischi, New Age Of Earth, Blackouts e Correlations, che da ottimi – all’apparenza – esercizi di new age ante litteram si rivelarono in realtà preludio al capolavoro.

È la storia di un miracolo, di un amicizia ritrovata. Klaus Schulze e Manuel Göttsching sono reduci da una serie di concerti in coppia. Alle porte del 1982, il chitarrista è nel suo studio di registrazione armato di synth e chitarra. Suona e registra. Sulle prime non si ritrova, ma il giudizio di Schulze lo incoraggia. 1984: E2 E4 è il miracolo, cinquantotto minuti di estasi che vorresti non finissero mai. House e techno si inchinano. Tutti si inchinano.
Larry Levan, Dio Levan, ritaglia frammenti di E2 E4 e li incunea nelle session al Paradise Garage. La eco di quella crosta tardo krauta arriva ovunque; anche in Italia, dove nel 1989 un team di produttori, i Dfc, piazzandoci sopra un beat leggermente più sostenuto e una voce soft-porno donerà il secondo inatteso miracolo. “Sueño, che me lo das…” canta Carolina Damas, musa prescelta da Riki Persi, Claudino Collino e Andrea Gemolotto per l’inno italo Sueño Latino che oltre a riempire le piste di mezzo globo sarà una delle attrazioni del rilassante Mondo Di Oz…
The Land Of Oz, nel celebre romanzo di Frank Baum una città di smeraldo, ma nelle idee di Paul Oakenford è una serata house all’interno dell’Heaven, locale disco nel centro di Londra. È il 1989 e l’estate dell’amore londinese – che vide in Oakenford uno dei suoi iniziatori – vibra ancora nell’aria e nelle strade, nei pensieri e nei club. Anche nei corridoi dell’Heaven risuonano quelle edonistiche vibrazioni, ma se si saliva al piano superiore, magari munito di una forte raccomandazione, potevi ritagliarti un rilassante spazio nella White Room. Lì ci potevi ascoltare, in sedanti dosi, Pink Floyd e Brian Eno, Mike Oldfield e 10 CC. In un lunedì, uno dei tanti nei sei mesi di esistenza delle serate Oz, vi capitò anche un interessato Steve Hillage (si, proprio la chitarra dei Gong) curioso nel riascoltarsi dalle note del suo Rainbow Dome Musik che il dj Alex Paterson missava tra una Sueño Latino e Pacific State degli 808 State. Era nato un nuovo modo di intendere la musica elettronica da ballo. Anzi, un mo(n)do fittizio di isolarsi all’interno del ritmo: una musica che esiste per rapportarci alla quiete ed eludere i beat della techno. Del mondo.

Paterson – con un passato da roadie per i Killing Joke e A&R presso la Eg Records – stretta amicizia con Hillage e forte di un apparizione non accreditata nel programmatico Chill Out dei Klf (in copertina una satirica interpretazione di Atom Heart Mother dei Pink Floyd…i nodi cominciano a rinvenire) convince l’ex Gong a prendere parte alle sedute di Adventures Beyond the Ultraworld degli Orb.
Un po’ il Pet Sounds della nuova era (quei suoni di animali sparsi, quell’atmosfera pastorale…) un po’ estensione del detto Chill Out, Adventures Beyond… richiama in diversi frangenti l’aura visionaria di andati act kosmik e space, vuoi per modalità (brani lunghi dai quindici ai diciotto minuti, il formato doppio vinile come un tempo), vuoi per propensione al “viaggio” in lenti battiti al minuto. Lo space rock ritorna e con esso la dance (intelligente) apre ai salotti nella compilation Artificial Intelligence (in copertina, un robot con tanto di joint giace su di una poltrona mentre sul pavimento circostante si notano i vinili di The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd e Autobahn dei Kraftwerk).
Su questa ritrovata scia Hillage allestisce i System 7, compagine simil Orb (infatti c’è anche Paterson) che chiuderà il decennio. L’anno è il 1997, lo stesso di You Remixed, omaggio della scena elettronica al classico disco dei Gong che vedrà lo stesso chitarrista affiancato da gente come Graham Massey degli 808 State e The Shamen tra gli altri.
Sempre nel 1997 nei negozi di dischi si presenta un oggetto dallo sfondo nero con logo arancione. La dicitura dice Daft Punk. Protagonisti due giovani francesi, Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, battezzatisi con nuova ragione sociale in virtù di una non lusinghiera recensione apparsa sul Melody Maker del loro precedente progetto, i Darlin. Homework è un seminale pastiche di singulti house/techno e disinvoltura pop, scorie tardo kraftwerk-iane e groove electro funk (La techno sono George Clinton e i Kraftwerk chiusi insieme in ascensore, diceva Derrick May).
Un po’ come successo per E2 E4, anche Homework attecchirà da più parti, guadagnandosi i favori del Cbgb’s come della più ortodossa frangia dancereccia. E lo canterà, in toni molto Mark E Smith, James Murphy nel singolo di debutto dei suoi LCD Soundsystem, storia di eventi (il primo live dei Can a Colonia, Larry Levan, gli stessi Daft Punk che risuonano al Cbgb’s) dagli occhi di un redentore sonico. Lui, messia retronuevo, artefice col collega Tim Goldsworthy della DFA Records rievoca le vecchie vibrazioni punk-funk come anche idiomi dance d’antan: la Pretentious Version di Yeah ad esempio è un classico motorik krautfunk tinto di neuronali spezie dancey che al basso ventre difficilmente sfuggirà.

Come DFA, la coppia si è specializzata in produzioni (Rapture), remix per conto terzi raccolti nei due volumi The DFA Remixes e crogiolo di nuovi talenti dove si distinguono Delia Gonzalez & Gavin Russom, un duo di freak fuori tempo massimo che in proprio sembra un satellite Tangerine Dream, ma non appena il tocco DFA li bacia – il remix di Relevee del 2006 – la definizione space disco pare l’unica possibile. Anche i Metro Area di Morgan Geist (imperdibile anche il suo Unclassics del 2004) e Darshan Jesrani hanno subito un DFA trattamento, Orange Alert, e lo stesso Murphy nelle vesti LCD si è visto remixare, nel 2005, da un tale norvegese di nome Hans-Peter Lindstrøm.
È la metà del duo Lindstrøm & Prins Thomas, sinergia made in Norway che grazie ad un album e una serie di uscite tra ep e singoli ha ripreso il suffisso space per rinnovarlo ad un millennio dalla prima volta. Come scrivemmo tempo addietro, il duo è solo la punta di un foltissimo iceberg che miscela e riprende di tutto: house primigenia e italo-disco, electrofunk e visioni spaziocosmiche.
Se la compilation Prima Norsk 3 - The Space Disco Edition stende una panoramica sulla nutrita scena norvegese (Sternklang, Todd Terje, Lindstrøm & Prins Thomas), è il lavoro della coppia datato 2005 il principio di tutto: funk meccanici (Sykkelsesong), rilassanti pose baleariche (Horseback), perfezione – forse un po’ ampollosa - à la Alan Parsons Project (Boney M Down) e space anthem visionari (Turkish Delight, Run); episodi che anche da diversa prospettiva (vedi il recente Reinterpretations) palesano inclinazioni verso i Can terminali (la ripresa di Mighty Girl) nonché rigore pink floyd-iano epoca Dark Side Of The Moon (d’altronde citando Alan Parson…).
Un equilibrio magico il loro - schivo e riflessivo Prins Thomas, esuberante e pacione Lindstrom – che anche in proprio (il sentito omaggio di Prins Thomas, Göttsching, al chitarrista degli Ash Ra Tempel e It's a Feedelity Affair di Lindstrøm) sembra rigenerarsi anziché lenirsi.
Chi invece si è rigenerato col tempo è la compagine inglese Fujiya & Miyagi. Partiti come dei Zero 7 di seconda mano nel debutto del 2002, il finto duo del Sussex – Steve “Fujiya” Lewis, David “Miyagi” Best e Matt Hainsby - ha poi ripiegato in un ballabile e friendly appeal krauto à la Can (Photocopier, Sucker Punch) e Neu! (Conductor 71, Cassettesingle e Ankle Injuries) che al di là dei referenti anzidetti, evidenzia movenze simili ad un notorio fan dei Can, Damon Albarn, quando giocava a fare il teutonico (Music Is My Radar era).
Asse Norvegia-Inghilterra per i due gruppi che – personalmente – incarnano le due anime della space disco, ossia quella dance che vuole essere rock (Lindstrøm & Prins Thomas) e l’esatto contrario (Fujiya & Miyagi), ma le filazioni si stendono in giro per l’Europa tra etichette specializzate (la Feedelity di Lindstrom e la Full Pupp del collega Prins Thomas, la belga Eskimo, l'inglese Tirk) e piccole realtà – per lo più legate alla scena dance tout court - come Spirit Catcher (dal Belgio con Moroder e Daft Punk nel cuore), Lordy (ancora Inghilterra, come dei Gang Of Four su Stax), Ilya Santana e tanti altri che nel momento in cui scriviamo, forse, stanno già pianificando le strategie per il prossimo inverno.
Vi terremo aggiornati…