

II Sonic Youth si formano nel 1981 per volontà del chitarrista Thurstone Moore. Le intenzioni sono fin da subito chiare: restituire il rock al delirio, all’incubo, all’orgia di sensi scentrati e alla sferzante decadenza di Captain Beefheart e Velvet Underground. I temi di Confusion Is Sex (1983) e del successivo Bad Moon Rising (1985) troveranno una prima devastante sistematizzazione in Evol (1986). Ma è Sister il primo epocale punto fermo della loro carriera, uno di quei dischi che separano il “prima” dal “dopo”, convincendoci che il rock racchiuda davvero il potere di cambiare le cose.
E’ il ghirigoro percussivo di Steve Shelley a fare gli onori di casa nel finto giardino di innocuità di Schizophrenia, subito falciato dai riff affilati di Moore e irrigato da un ritornello piano, sinuoso, quasi rassicurante, mentre Kim Gordon prima si impegna in subdole manovre di disturbo col suo tipico basso irriguardoso, poi presta voce e trepidazione all’attonito recitato centrale, fino all’ondeggiante e anarcoide coda del brano dove Lee Ranaldo – l’altra chitarra - alterna bordate aeree ad atterraggi obliqui, tra maligne serpentine elettriche ed un tiepido precipitare nel recinto ovattato del delirio (il tutto è ispirato ad un racconto di Philip K. Dick). Siamo solo alle prime battute, ma dopo pochi secondi di Catholic Block, con la sua struttura spiraliforme di scenari repentini, siamo già stesi: una spiazzante nebbiolina di feedback si apre d’un tratto su una bolgia di basso, batteria e pericolosi loop di schitarrate taglienti, tra l’alternarsi ubriacante di compressioni selvagge, dilatazioni improvvise ed il canto che spiove diabolicamente mellifluo…
Altrettanto sorprendente è Beauty Lies In The Eye, una breve ballata acustica (!) percorsa da un duplice fraseggio elettrico e dal recitato lunare della Gordon minaccioso fino al midollo, con una pulsazione secca sullo sfondo e un inquietante bestiario di arredi sonori: roba da incubo, da camera (oscura) di perdizione. Stereo Sanctity torna a schiacciare il pedale del ritmo e dello sgretolamento sonico, spinge la batteria a coagulare attorno ad una percussività involuta e primordiale, toglie le coordinate alle chitarre che incrociano fendenti al limite della decomposizione formale, per lasciarci infine soli e macerati nel lento dissolversi del suono ferito, in questo tramonto post-atomico sgranato di feedback opachi. Tiene alta la tensione Pipeline/Kill Time in virtù di un altro avvolgente delirio percussivo, il nervo scoperto di una chitarra velenosa assediata dall’ennesimo bordone di ritmica distorta e basso stregato, fino all’improvviso placarsi del canto e del brano: seguono due minuti di stasi nella bolgia di un suono che sembra colto nel suo stesso rinascere, vibrante, instabile, come incredulo di se stesso.
L’amore per la classica canzone rock riaffiora come un colpo di coda in Tuff Gnarl, perfettamente introdotta da un fraseggio addirittura toccante su cui montano in bello stile voce e batteria, seguiti via via dal resto della truppa in un accumularsi di materiale sonoro che poteva lasciar presagire un esito quasi canonico (si fa per dire), e che invece vira d’un tratto in una tipica deriva noise, con ogni strumento in parossistica fuga verso il proprio limite. Pacific Coast Highway ci schiaffeggia ben bene col reading stralunato di Kim (come una Patti Smith bionda e sconsacrata) su beat automatico e riff scarno, in realtà preludio al vero cuore del pezzo, uno sdilinquirsi strumentale quasi dimesso, una teoria orizzontale di melodie tese, un dialogo sinuoso e impervio di corde sull’orlo oscuro della dissoluzione.
Hot Wire My Heart coverizza un hit dei punk-garage Crime finendo col sembrare gli Stooges che jammano con dei Pixies aciduli, o se preferite il fantasma punk degli Stiff Little Fingers sorpreso a cospargere sale sulle ferite putride del rock’n’roll. La filastrocca wave-dark di Cotton Crown, cantata a due voci su un miracolo di tensione trattenuta, sul prodigio del basso che argina lo sgretolarsi del bordone chitarristico e sul fraseggio in libera uscita che contrappunta l’opaca linea melodica. Un ultimo sussulto tra solidità hard e furia punk (appena un ectoplasma) si manifesta in White Cross, gorgo di basso fibrillante attorniato da tutto quello che vi potete immaginare, compresa la prova vocale più slanciata di Moore, mentre con l’altra parte del cervello (o è la stessa?) definisce modi e forme chitarristiche del decennio a venire.
Gradita extra track troviamo la stupefacente Master=Dick, una specie di Beastie Boys ante litteram che rappa riferimenti ad una fantomatica “Ciccone” (Maria Luis?) mentre funkeggia sotto un cascame di scintille acidule, con la benedizione di un nervosissimo assolo hendrixiano messo a germogliare proprio accanto al pazzo rincorrersi di memorie distorte.
Un ascolto davvero appagante, nonostante – o grazie a - la preponderanza del “progetto Sonic Youth” sulle singole canzoni, violentate, stravolte, distorte, destrutturate, piegate e spiegazzate da un suono che lotta per districarsi dagli sviluppi ormai logori del classic-rock. Niente di ciò che verrà dopo il trittico Evol-Sister-Daydream Nation potrà prescindere da quelli, e anzi molto vi si ispirerà senza riserve per ripartire da lì. Prima della forma, sopra e oltre l’espressione, il suono.

Immaginatevi il tredicesimo ellepì dei Sonic Youth dopo 23 anni
di seminale (devastante, onoratissima) carriera. Se avrete tenuto in debita
considerazione il recente ingaggio a tempo pieno di Jim O'Rourke -
e scommetto che lo avete fatto - nella vostra testa si sarà formata
un'idea abbastanza vicina allessenza di Nurse. Che
potremmo descrivere come: i Sonic Youth impegnati a fare i Sonic Youth
nel 2004, quanto e come diversamente e meglio non potrebbero.
La domanda è: può un esercizio di stile giustificare l'acquisto
(il possesso) di un disco? Risposta: sì, e no. Ovvero, Nurse è un
disco inutile per chiunque possegga anche solo un terzo della sonica discografia,
soprattutto se pescata dal periodo aureo, intendo le annate che vanno dall'86
al '95. Tuttavia, è un buon disco nel quale questi quattro anzi cinque
individui prestati al rock dall'alluce alla nuca dimostrano di avere la carne
ancora soda e il nervo agile.
Gli schemi melodico-strutturali suonano già sentiti e al limite esausti,
eppure sono sempre capaci di sterzate deraglianti, di afferrare la potenza
per la collottola e rovesciarla in testa all'ascoltatore con buone probabilità di
tramortirlo. Esplica e riassume tutto Dripping Dream: parte come una
sorta di folk-rock tintinnante su sostrato di stridule distorsioni, quindi
muta agile su dinoccolati binari Rolling Stones per imbarcarsi in una
lunga digressione di chitarre a ondate, a squarci, a palpiti, sul filo di riff
frastagliati che si riallacciano infine al tema di partenza. Esercizio di stile,
certo, ma sciorinato con baldanza d'altissima scuola.
Così come l'espressionismo ombroso di una Paper Cup Exit si lascia
sì ammirare per la ragguardevole conduzione (sulla perizia di questi
ex-ragazzi non è il caso di discutere), ma ad un tempo si profila vetusta,
fiaccamente marziale, impeccabilmente scolpita (e fin troppo smussata) su antichi
modelli Daydream Nation.
Vivono insomma di questo essere ineguagliabilmente loro stessi, i Sonic Youth,
per quanto ormai diversi da ciò che furono. Ora li sorprendi impegnati
a rosicchiare la silouhette di certe crepitazioni strutturate seventies che
ne fanno una specie di versione modernista & modernizzata di Neil Young & Crazy
Horse (quella Unmade Bed che sembra provenire in linea diretta da Freedom),
ora a dissipare/reiterare/sgretolare angolosi fantasmi new wave (l'impeto radente
di New Hampshire, le asprezze cinematiche di Mariah Carey And The
Arthur Doyle Hand Creme), ora ad infilzare sequenze robotiche di riff secchi,
brevi, taglienti come un kraut rock spampanato (la tesa Pattern Recognition).
Non nascondono certo il peso degli anni, non giocano a sembrarsi ragazzini,
anzi affilano il gusto su fragranze più quiete, lasciano che il peso
specifico di Jim O'Rourke spedisca la fisionomia sonica a farsi un giro dalle
parti di certa AOR volatile (è il caso di Peace Attack), mettono
il cappello senza scrupolo alcuno su vaporose soluzioni d'arredo Yo La Tengo (evidenti
nella sordida I Love You Golden Blue).
A proposito di quest'ultimo pezzo, la Gordon si rivela in grado di mettere
sul piatto un tiepido "aspirato sabbioso" da qualche parte tra Georgia
Hubley e Nico, senza dimenticare il solito impareggiabile "strozzato
gutturale" capace di epifanie rock come riesce a poche agguerrite eredi
(basti la disinvoltura nevrastenica della scellerata - e succitata - Mariah
Carey And The Arthur Doyle Hand Creme).
Un sospetto: che la "normale" produzione Sonic Youth serva vieppiù a
raggranellare fondi per i loro progetti più "off" e - quindi
- meno remunerativi. E una certezza: nonostante tutto (gli anni, l'abitudine...)
continuano a piacermi, cazzo. (6.6/10)

Ripartiti da quattro dopo l’abbandono di Jim O’Rourke, i Sonic Youth approdano al quattordicesimo album in studio che, senza troppi giri di parole, è il loro lavoro più diretto, semplice e pop di sempre.
Una realtà che, nell’incessante girandola di attività dei Nostri (un tour de force che definire stacanovista sarebbe eufemistico, tanto che, anche da parte di certa critica, sono sempre più frequenti crisi di rigetto per sovraesposizione), rischia di passare inosservata. A torto, perché se qualcuno volesse cercare una sorta di evoluzione nel percorso artistico dei Sonic Youth (per quanto questo concetto possa avere un senso), dovrebbe partire da Rather Ripped. Mentre lo scorso Sonic Nurse macinava gli elementi base costitutivi del sonic sound in un frullatore post-moderno, stavolta si parte proprio dalla canzone, dalla melodia, similmente a quanto già fatto in Murray Street, ma lasciando qui in secondo piano stratificazioni sonore e arrangiamenti complessi, riducendo il noise da elemento base a puro contorno. A pensarci, una sorta di rivoluzione copernicana (almeno sulla carta), che nei fatti si traduce in un songwriting vicino più al cantautorato che alla wave (vedi Do You Believe In Rapture?, che pare uscita dalla penna del Neil Young più romantico) e nell’impiego - ostentato e non casuale - di elementi base del rock classico come backing vocals, progressioni armoniche convenzionali, riff (la stooges-iana Sleepin’ Around) e addirittura in qualche caso assoli (per certi versi, delle novità assolute nel repertorio della band).
L’uno-due iniziale Reena e Incinerate non lascia scampo, spandendo particelle di un college pop sorprendentemente maturo ed orecchiabile, spogliato com’è delle asprezze punky del passato (quelle di Dirty o Experimental Jet Set, Trash And No Star), così come Turquoise Boy, The Neutral, Or e Lights Out, tutte giocate sulla leggerezza delle melodie e le sospensioni piuttosto che sull’impatto sonoro; beninteso, il sound resta pur sempre inconfondibile, e l’alone di già sentito è di conseguenza inevitabile (Jam Runs Free e What A Waste potrebbero stare su Dirty, Pink Steam su A Thousand Leaves, e anche il contributo di Ranaldo, Rats), ma a conti fatti prevalgono i colpi andati a segno. Prevale soprattutto lo spirito che caratterizza da sempre i Sonic Youth, ovvero l’intendere la musica come esigenza espressiva inderogabile, a costo di risultare ripetitivi o, come in questo caso, di aggiungere con successo un nuovo tassello ad un mosaico già abbondantemente definito. Che poi è il loro massimo pregio, o, se volete, il loro peggior difetto. (6.8/10)

Pochi al mondo possono vantare un catalogo di extra come quello dei Sonic Youth: com’è noto, tra b-sides, compilation, colonne sonore, pubblicazioni esclusive su vinile e rarità assortite - tralasciando i side-project, ovviamente - c’è letteralmente da perdersi, anche per il più accanito dei fan. La raccolta in questione, che prende il nome da un brano apparso sul retro del singolo Sugar Kane (qui non incluso, tanto per confondere ancor più le acque), non si propone però l’ingrato compito di mettere ordine in una babele di tali proporzioni ma, più semplicemente, raccoglie alcune chicche assortite dal 1990 in poi (il periodo Geffen, insomma) più qualche inedita assoluta.
Ad essere prediletta è in particolare la fase che ha visto Jim O’ Rourke tra le fila della band newyorkese, a partire dall’iniziale Fire Engine Dream, un’outtake di Sonic Nurse (di cui sono presenti anche due bonus track dall’edizione giapponese), passando per il glitch di Campfire, fino ad un paio di interessanti estratti dalle Noho Furniture Sessions del 2001; a completare il quadro b-side classiche come Razor Blade (blues acustico della Gordon, dall’ormai lontano 1994) e una versione alternativa - anche più spaziale dell’originale – di The Diamond Sea, la suite che chiudeva Washing Machine.
Solo per fan? Sicuramente, ma va detto che oltre ad essere di qualità più che apprezzabile (su tutte la sognante Blink, dalla soundtrack di Pola X del 1999), queste undici tracce hanno il pregio di fornire anche all’ascoltatore occasionale un ritratto abbastanza fedele dei Sonici “sotterranei”, inusuali rispetto ciò che si sente su album eppure come sempre inconfondibili (si ascoltino le primissime note di Fauxhemians, il migliore dei blind test possibili). (6.6/10)

Diciannove anni dopo, la potenza iconica della candela di Gerhard Richter – l’autore di Kerze, il quadro di copertina - non si è affatto affievolita. Quando l’immagine compare dietro ai quattro musicisti sul finale degli attuali concerti-evento (Sonic Youth performing Daydream Nation, visto in anteprima al Primavera Sound di Barcellona), è tutto un fiorire di significati eccezionalmente forti e prorompenti. E di certo l’effetto si ripeterà sugli scaffali dei negozi, adesso che la magnum opus della Gioventù Sonica giova del trattamento deluxe già riservato a Dirty e Goo, corredata di una versione live del disco (esibizioni tratte dal tour promozionale), più un interessante demo di Eric’s Trip e quattro sfiziose cover tratte da coevi tributi e collaborazioni (Neil Young, Beatles, Cpt. Beefheart, Mudhoney).
E nient’altro, perché è stato già detto tutto nei monumentali 70 minuti delle quattro facciate viniliche. Nel 1988, Moore, Gordon, Ranaldo e Shelley sono ormai pienamente consci del loro ruolo all’interno della cosiddetta scena “underground”, e dello status di semi-divinità che ne deriva. C’è voluto qualche anno - e lavori cruciali come Bad Moon Rising, Evol, Sister - prima di maturare pienamente una coscienza in tal senso e, con i ’90 sempre più vicini e l’aria di cambiamento che soffia forte da tutte le province dell’impero indie, è il momento di dire qualcosa di importante. Di fare un disco che sia uno statement, sotto molteplici punti di vista.
Anzitutto quello musicale, nel consolidare una formula di per sé eversiva su basi fortemente rock, in un ideale continuum con la tradizione (chiaramente quella punk, garage, hard rock, hardcore, con Stooges, VU e perfino ZZ Top - cui è dedicata Eliminator Jr. - a benedire dall’alto). Il suono è monolitico, con le chitarre di Thurston e Lee a rincorrersi ed intrecciarsi in rocciose sinfonie metropolitane, in un profluvio di frasi ricorrenti, call and response di riff, distorsioni, wah, violente code noise ad effetto (replicate spettacolarmente dal vivo). Ce n’è per un’intera enciclopedia della sei corde, nonché per un ipotetico manuale della perfetta canzone indie rock. Cos’altro è Teenage Riot, in cui tutto – proprio tutto – è al suo posto (riff+melodia+distorsione)? Candle, Total Trash, Eric’s Trip non sono certo da meno, e se le concessioni al “pop” potrebbero sembrare eccessive, a controbilanciare c’è sempre l’aggressiva sensualità di Kim, regina incontrastata di Cross The Breeze, The Sprawl, Kissability, i momenti più intensi accanto alla Trilogy finale. Nel complesso, un trionfo di sintesi espressiva, un traguardo artistico fondamentale.
Ma non solo. Anche se ai tempi della release la decade orribile di Rambo e Madonna volge ormai al termine, il divario fra diverse correnti di pensiero, culturali e politiche - detto altrimenti, fra mainstream e underground - che ha solcato la nazione negli ’80 è ormai difficile da ignorare. E allora, a Ronald Reagan e ai “suoi” USA i Sonic Youth rispondono: rock and roll for president, immaginando che alla Casa Bianca ci sia J. Mascis in cima alle sue marshall stacks (ecco, la vera Teenage Riot). DaydreamNation è, de facto, l’atto di fondazione di un’altra America, di una coscienza musicale – politica? certo – realmente diversa.
Cosa sia rimasto oggi di quella nazione alternativa, è difficile dirlo. Dopo gli atti cannibalistici di MTV e delle multinazionali dai ’90 in poi, dopo la crisi dell’industria e l’avvento di My Space, dopo il disperdersi dell’universo indie in tanti, innumerevoli microcosmi (e altrettante coscienze?), il senso primario dell’album dei SY resta comunque intatto, per nulla scalfito dal tempo. Nel suo significato profondo, Daydream Nation è un’opera contemporanea in modo assoluto, aldilà di fin troppo facili effetti nostalgia.
2007, the year punk broke (again) , insomma. Non è un caso che i quattro Sonici abbiano anticipato il ventennale del disco per coincidere con il ritorno in grande stile del Dinosauro di JayLouMurph, né che si siano imbarcati nel tour trionfale citato a inizio recensione. Questo è l’anno del ricordo, della festa, della celebrazione dell’indie rock. Un (macro)genere che vive di una mitologia e agiografia tutta sua, di cui Daydream è la summa, essendo il disco più importante della band più importante. Ma è anche l’anno di una sua ideale rifondazione, proprio da parte di coloro che di quella stagione furono gli attori principali. Basti in questo senso la sequenza iniziale del clip di Been There All The Time dei Dinosaur Jr., con lo scambio di battute fra Thurston e la band di ragazzini (che include sua figlia Coco): “Conoscete la canzone dei Dinosaur Jr?’; ‘Quale?’, ‘Quella nuova!’. Ok, il messaggio è retorico quanto volete, ma è reale e sentito. E, a pensarci, è bellissimo. (10/10)
Già la data lasciava presagire qualcosa di magico, con tutti i riferimenti escatologici e/o cabalistici del caso, ma la convergenza di due enormi pezzi di storia ci ha lasciati esterrefatti. In primis, la Storia con la S maiuscola ossia quella della location: il teatro romano di Ostia antica. L’altra, anch’essa da S maiuscola, è quella del gruppo che più di ogni altro ha saputo codificare un genere lungo un trentennio di rispettabile carriera. Mai scelta fu più giusta, verrebbe da dire, tanto da farci sentire all’incrocio della storia, partecipi di quello che a tutti gli effetti si presenta come un evento difficilmente ripetibile.
L’anfiteatro romano evoca suggestioni antiche; il percorso per raggiungere il luogo è un viaggio a ritroso nel tempo tra scavi e resti di antichi trionfi mai come stasera silenti testimoni della Storia. Ma l’impressione è quella di andare doppiamente indietro nel tempo: per migliaia di anni, attraverso i ruderi romani, e per almeno un ventennio verso quel monolite di storia della musica che fu Daydream Nation. Pezzo di storia sul serio, tanto da meritarsi l’ingresso ufficiale nella National Recording Registry, la sezione musicale della Library of Congress.
Dà principio alla serata il trio padrone di casa. Sono le 21 in punto e proprio per fare gli onori di casa, come ogni bravo ospite farebbe, gli ostiensi Zu sparano una risicata mezzora di furibondi assalti jazz-core. Come altro definire la musica del benemerito trio Mai-Pupillo-Battaglia? Ad accompagnarci verso l’evento il tramonto rosato, la lieve brezza marina, i resti del colonnato romano… e le sfuriate al limite del noise dei tre. Cosa chiedere di più dalla vita? Gli Zu ormai non sono solo un gruppo rock, ma una rodata macchina da guerra sonora e non mi meraviglierei se qualche antico guerriero romano fosse stato risvegliato dagli assalti dei tre.
Neanche una mezz’ora di attesa e quattro nerds di 50 anni entrano sul palco. Alla nostra destra Moore in camicia e capelli bianchi saltella come un bambino in gita premio; al centro Kim Gordon intubata in un vestitino bianco più da Dolce Vita che da concerto rock; all’altro lato del palco Lee Ranaldo che al massimo della nerditudine scatta foto al pubblico! L’unico con le phisiquedurole della rockstar distaccata e fredda è Shelley che si dirige silenzioso e pacioso verso quel drum-kit che non smetterà di percuotere come un ossesso per le successive due ore.
L’attacco è di quelli da infarto per chi ha consumato la copia in vinile di Daydream Nation: l’arpeggio di TeenageRiot è una chiamata alle armi cui rispondono tutti i fan sul prato, mentre i quattro sembrano viaggiare all’unisono, quasi fossero un solo musicista che tocca un solo strumento. Come dire, l’affiatamento pluridecennale c’è e si vede. Subito dopo il tran tran del consueto cambio di chitarre (e chi conosce i sonici non avrà bisogno di spiegazioni) attacca SilverRocket e il proverbiale ghiaccio è rotto. Di lì in poi scorrono tutti i pezzi dell’album secondo la scaletta originale con i quattro a rispettare tempi e coordinate, limitandosi ad aggiungere qualche coda un po’ più rumorosa o qualche lieve deviazione dal canovaccio. Non è da concerti di questo tipo che bisogna aspettarsi delle sorprese, ma la bellezza metronomica e la capacità filologica dei quattro ci sorprende alquanto. Ogni suono, ogni passaggio di Daydream Nation è rivisitato perfettamente, con l’aggiunta di un impianto imponente e di una acustica pressoché perfetta. Così pezzi epocali come Eric’s Trip, Hey Joni, Candle o la lunga cavalcata di ’Cross The Breeze mantengono intatta la loro forza grazie anche all’amplificazione vintage che, secondo l’occhio clinico di un mio compagno d’avventura, potrebbe essere quella dell’epoca delle registrazioni. A pensarci bene, ciò non stupisce affatto; sarebbe l’ennesima dimostrazione che in questa calda serata romana il tempo si è realmente fermato.
Ultima nota di merito per i visuals che col loro stendersi sul colonnato romano che fa da sfondo naturale all’esibizione dei quattro donano ulteriore suggestione all’insieme. Le due ore di concerto, comprensive di mezzora di bis, tris, ecc. estratti dall’ultimo RatherRipped e tutto sommato inutili e fuori luogo, scivolano via magicamente confermando la sensazione iniziale: quella di aver assistito ad un evento irripetibile.

Sin dai tempi di Winner’s Blues, apertura di Experimental Jet Set, Trash & No Star, o dall’insospettata traduzione di Superstar dei Carpenters (entrambe risalenti all’anno di grazia 1994), l’ abito acustico in fondo l’avevamo sempre visto bene indosso alle canzoni di Thurston. Quel senso spiccato ed elementare della melodia, retto su progressioni di accordi, figure ed intrecci per accordature aperte, è stato l’asso nella manica delle songs - per forza di cose elettriche - che ha regalato ai Sonic Youth recenti, da A Thousand Leaves all’apice pop di Rather Ripped. A coloro che hanno saputo cogliere ed apprezzare tutto ciò, oggi questo ragazzone di 49 anni fa il più bello dei regali. Undici canzoni - la dodicesima fa storia a sé (una cartolina dal passato, un esperimento dadaista parlato risalente ai suoi tredici anni) – suonate in prevalenza sulla sua chitarra folk, concepite, cullate e coccolate con cura in una dimensione il più possibile casalinga ed intima.
Facile pensare che il regalo soprattutto Thurston l’abbia fatto a se stesso, concedendosi sfizi che, immaginiamo, stavano lì ad aspettare da un po’: duettare con la voce celestiale di Christina Carter in Honest James, avvalersi all’occorrenza della solista cafona di J. Mascis – peraltro titolare dello studio in cui è stato registrato il tutto, ovvero la soffitta della sua casa ad Amherst -, fare intessere i suoi drones dal violino ancestrale di Samara Lubelski, perfino suonare il basso in tutte le tracce; la presenza di John Agnello al mixer e dell’immancabile Steve Shelley dietro i tamburi poi è il presupposto necessario per mantenere l’aria rilassata e familiare.
Non è un disco perfetto, Trees Outside The Academy, per quanto il concetto di “folk sonico” sia indicibilmente intrigante e, in molte di queste canzoni – su tutte Frozen Guitar, Fri/End, Never Light -, riesce a materializzarsi, dispensando generosamente suggestioni talvolta preziose (vedi la title track, strumentale eponimo che bisbiglia all’orecchio lontane discendenze concettuali con la Bryter Layter di Drake – se concedete una buona dose di immaginazione a chi scrive); questo album è piuttosto lo specchio in cui l’artista oggi vuole vedersi riflesso. Diverso sì, ma non troppo, e le scosse elettriche, gli inserti noise, i ghiribizzi avant e infilati qua e là (American Coffin, Wonderful Witches, Free Noise Amongst Friends) stanno a dimostrarlo. Più che un capriccio, un’esigenza. A cui partecipare con gusto, se vi va. (7.0/10)

Le Free Kitten di Kim Gordon e Julie Cafritz (Pussy Galore) tornano dopo parecchi anni di assenza e continua a restare il mistero di un progetto che continua a ricalcare lo stile dei Sonic Youth. Il nuovo disco del duo, Inherit, altro non è che un pugno di brani sonici dalla calligrafica aderenza al modello originale. Spazio dunque sia ai blues malati dei SY ultimo periodo che alle frustate rock che sembrano b-side di album come Dirty e Goo. Il tutto condito con i sospiri erotici della Gordon. Ma qui abbiamo troppo rispetto di Kim (della sua storia, di ciò che ha fatto, del genio assoluto che è) per non restare delusi da quello che pare il lavoro di un’artista che si limita a fare il verso a se stessa. (5.0/10)