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Silver Apples

di Filippo Bordignon
Pop elettronico, techno, trance, disco-music, trip-hop, drum’n’bass… niente di tutto questo sarebbe forse stato possibile senza una band atipica e seminale (tuttavia scarsamente conosciuta) come i Silver Apples di Simeon Coxe. Ne abbiamo parlato con lui.
Foto: Silver Apples

Contatto proto-elettronico

New York, 1967: un gruppo di rock’n’roll (come potevano essercene a migliaia) decise di trarre dai versi del poeta William Butler Yeats il nome che li avrebbe caratterizzati; la composizione, titolata The wandering angus, recita all’incirca:

(…) “E percorrerò l’intricata macchia erbosa
e coglierò fino al termine del tempo
le mele argentee della Luna,
le mele auree del Sole.”

L’organico originale comprendeva Simeon Coxe alla voce, Dan Taylor alla batteria e ben tre chitarristi. Un giorno, invitato nell’appartamento di un amico direttore d’orchestra, Simeon rimase stupito ascoltando il suo anfitrione improvvisare con un oscillatore su un brano di Beethoven; rincasato con un oscillatore da cinque dollari scarsi pensò di ripetere l’esperimento suonando su un pezzo dei Rolling Stones. Di lì l’illuminazione: portare l’elettronica nella musica pop(olare). Partendo dalle proprie influenze musicali (tutt’altro che ‘colte’) e da ciò che la libertà degli anni ‘60 stimolava nella gente, Simeon iniziò a comporre ed arrangiare dei pezzi come non se n’erano mai sentiti. Un po’ alla volta decise di rinunciare al primo chitarrista, poi al secondo ed in breve lui e Dan optarono per una formazione che, in ambito rock, non conosceva precedenti: il duo. Il nuovo organico vedeva Dan sepolto dietro una batteria sovrabbondante (oltre ad ogni sorta di elemento percussivo immaginabile) ed il nostro al canto e al… ‘Simeon’.

Copertina: Silver Apples (1968)

Il ‘Simeon’, come poi riportato dalle note di copertina del loro primo LP, constava di un “meccanismo organico (?!) composto da 9 oscillatori e 86 controlli manovrabili attraverso mani, gomiti, ginocchia e piedi”. L’anno successivo esce il primo album (omonimo) dei Silver Apples che, strano a dirsi, ottiene un certo successo commerciale grazie a 9 canzoni che ancor oggi mantengono una straniante forza innovativa. Si tratta di pezzi che partono dal pop virando psichedelicamente verso lidi oscuri e atmosfere allucinate. Il classico ‘basso elettrico’ è qui sostituito da una pedaliera che altro non può fare se non generare suoni minimali e instancabilmente iterati. La funzione di Taylor è assolta accompagnando il flusso sonoro degli oscillatori attraverso ritmiche che non si discostano troppo dai soliti tempi pari ma che danno ad ogni brano una cadenza aliena fino ad allora completamente inedita. I ricami degli oscillatori poi, assicurano la costruzione di strutture spesso disinteressate a suggerire una melodia. Si tratta di riff ossessivi e, nel migliore dei casi (si ascolti Lovefingers) proto-robotici. In Program assistiamo ad una metabolizzazione naïf della Radio Music di John Cage ricontestualizzata in ambito ‘leggero’. L’introduzione di Whirly-Bird profetizza l’avvento della new-wave con dieci anni di anticipo. Dust è evocazione di un bad-trip attraverso una sperimentazione che sarebbe piaciuta ai primi Velvet Underground. Dancing Gods è un ritmo tribale su un drone elettronico algido e indifferente (formula ripresa ed esasperata da Suicide e Killing Joke). A chiudere la seconda facciata la fresca Misty Mountain: semplicemente (l’inconsapevole) teorizzazione del synth-pop alla Soft Cell. Tutto in un album.

Copertina: Contact (1969)

Nel ‘69 i nostri tentarono di ripetere le fortunate intuizioni di Silver Apples. È proprio questo è il limite di Contact: non aggiunge nulla a quanto cantato un anno addietro. You and I gioca una volta in più la carta dell’allucinazione collettiva (oggi la chiameremo trance), I have known love si piega ad una melodia sintetica per cantarci in maniera (tra)sognante l’importanza dell’Amore Universale. In Ruby si tenta l’impiego di un banjo ed effettivamente l’operazione risulta tanto azzardata quanto riuscita. La copertina raffigura Simeon e Dan all’interno della cabina di pilotaggio di un aeroplano. Purtroppo la compagnia aerea non aveva autorizzato l’incursione dei nostri all’interno di una zona tanto ‘delicata’ e pensò bene di far causa al duo che, per sottrarsi ad un processo che non avrebbe potuto sostenere, decise di darsela a gambe e di sciogliere il loro connubio artistico. Per quasi vent’anni dei nostri non si sa più nulla. Finalmente, nel 1997, esce il terzo album a nome Silver Apples. Questa volta Simeon è affiancato alle tastiere da Xian Hawkins e dal batterista Michael Lerner; Dan Taylor non è più interessato ad entrare nello show-biz, ne tantomeno d’invischiarsi nella snervante tiritera dei live show.

Copertina: Beacon (1997)

Beacon contiene 3 riproposizioni dai primi due album e una manciata di inediti che, ancora una volta, non aggiungono nulla alla leggenda cementata tanti anni prima. The dance è sfacciatamente ballabile, Lovelights finisce per annoiare. Lo stesso anno viene distribuita una versione ‘remixed’ di Beacon (anche se alcuni pezzi sono ripresi dai soliti due album dei sixties) ad opera di alcuni DJ più o meno sconosciuti. Un nome però spicca su tutti ed è quello di Sonic Boom (alias Peter Kember, ex- Spacemen 3) con il quale Simeon realizzerà nell’98 il mini-album A lake of teardrops. Anche questo titolo, come il successivo album a nome Silver Apples titolato Decatur non saprà rinnovare un sound che è diventato vessillo del suo stesso mito ma non ha saputo attingere negli anni alle tante contaminazioni che egli stesso ha contribuito a generare (qualcosa del genere è capito anche ai Kraftwerk da Computer world ad oggi). Conclude il catalogo delle ‘mele argentee’, The garden, raccolta di materiale inedito risalente al periodo di Contact.

Oggi che le ristampe dei loro primi album sono finalmente disponibili su cd è tempo di rimpinguare la propria collezione con un tocco di proto-elettronica rock.

Intervista a Simeon Coxe

Foto: Simeon Coxe nel 2004 (Autore: Magic Theatre Music)
Gli artisti sono sempre diversi da come ce li aspettiamo: ascoltando la musica di Simeon Coxe e dei suoi Silver Apples immaginavo uno di quegli illuminati folletti figli dei sixties, uno spirito da un altro mondo, alla Daevid Allen, per farla breve. Ne esce invece la figura di un uomo che risponde per monosillabi, neanche troppo interessato ad approfondire argomenti che si credono scottanti per uno che con la musica ha influenzato tante menti talentuose poi divenute illustri. Gli parli di produzione, distribuzione e molt’altro (l’intervista sottostante è il sunto di un divagare ben più vasto) ma le risposte escono fuori sputacchiate e generiche, in bilico, diremmo noi, tra il burbero ed il faceto. Tuttavia proprio dal fosco ritratto che ne esce si può forse costruire un’immagine di Coxe, cioè quella di un tizio proiettato nel futuro al punto da non voler perdere tempo ricamandoci sopra, un tizio che nonostante un grave incidente automobilistico (che ne ha quasi compromesso la mobilità) ha una gran voglia di spassarsela come chiunque altro, uno che ha il coraggio e l’incoscienza di perseverare in un sound ormai sorpassato ma che non ha mai smesso di amare. Un puro, si direbbe, anche a discapito della propria leggenda.
Il giorno seguente la realizzazione di questa intervista (10 Marzo 2005) Simeon mi ha informato che Dan Taylor è deceduto improvvisamente in un ospedale di New York all’età di 56 anni.

- Simeon, all'epoca della prima uscita discografica coi Silver Apples quali erano i tuoi idoli musicali?

Il free-jazz della Sun Ra Arkestra, Jimi Hendrix, i Rolling Stones, Sam & Dave, il soul di Wilson Picket, Fats Domino e Big Joe Turner.

- Una volta un suonatore ambulante mi ha detto che "I sessionmen dovrebbero essere considerati fuorilegge poiché uccidono il concetto di essere NELLA musica al momento della sua registrazione": cosa ne pensi?

I sessionmen sono un po' come i membri di un orchestra: non c'è niente di male in loro a patto che li si consideri per ciò che sono, ossia dei mercenari. Io, nei momenti difficili, non ho mai avuto problemi nell'affrontare lavori di ripiego come il carpentiere o il barista. Non volevo confondere la mia figura di compositore suonando cose nelle quali magari non credevo.

- E chi sono le persone con cui suoni? Di chi ti piace circondarti?

Ultimamente sto collaborando con un giovane musicista, Adam Daedalus. È veramente un talento a trecentosessanta gradi; sto producendo un suo album e i suoi video.

- Il progresso tecnologico fornisce nuovi stimoli alle giovani leve dell'elettronica o ne indebolisce la creatività?

Fornisce certamente nuovi stimoli. Arte e tecnologia devono percorrere lo stesso cammino mano nella mano.

- Un artista potrà mai dirsi realmente indipendente? Le etichette indie lo sono per davvero? Qual è la tua esperienza a proposito?

Il fatto di essere 'indipendenti' è più che altro uno stato mentale, un'attitudine del tipo: "Non me ne frega un cazzo" e, in questo senso, nessuna etichetta può dirsi indipendente fino in fondo. La mia esperienza a riguardo non può che essere positiva dato che non mi sono mai aspettato un granché dalle case di produzione e di distribuzione.

- E qual è allora il destino delle così dette 'major'?

L'inferno.

- Cosa consiglieresti ad un giovane musicista, prudenza o ardimento?

Prudenza se si vuole condurre una vita tranquilla, serena. Ardimento nel caso voglia mantenere acceso il fuoco della propria ispirazione.

- Qual è il tuo obiettivo musicale?

Mi piacerebbe migliorare tecnicamente.

- Le idee riguardo alla tua musica hanno subito un mutamento nel corso del tempo?

Non ho mai avuto una visione concreta riguardo a come la mia musica avrebbe dovuto suonare: m'interessa solo ch'essa continui a sorprendermi. Mi curo solo che mi proietti 'fuori' da me stesso.

- Della Top Ten cosa mi dici? Ne può uscire qualcosa di meritevole?

I tipici fenomeni pop rivolti agli adolescenti sono il goffo risultato dello show business. Ma di tanto in tanto qualche artista genuino riesce a rompere questa monotonia emergendo dalla massa. I Blur sono un esempio calzante, e anche Snoop Dogg.

- La mediocrità è un buon propellente?

Pare proprio di sì.

- Cosa ti rende appagato?

Un pranzo a base di amore.

- Il peggior consiglio che ti abbiano dato?

"Non provarci con una ragazza al primo appuntamento".

- Sarà possibile una nuova rivoluzione elettronica?

Sta accadendo proprio ora.

- Quando non sei impegnato con i tuoi progetti musicali cosa ti piace fare?

Mi piace produrre certe cose figurative, divertirmi sfrenatamente, amare. cose di questo tipo.

- Cosa non canteresti mai in una canzone?

Non scriverei nulla che suggerisse come impiegare il proprio tempo per evitare la noia. Ne scriverei mai nulla che prevedesse l'utilizzo del Theremin.

- E a chi non dedicheresti mai una canzone?

Alla mamma.

- Musica a parte, quali sono le cose che ti eccitano di più nella vita?

Fare l'amore e mangiare pesce gatto.

- Sei superstizioso?

No.

- Cosa successe dopo la pubblicazione di Contact, il secondo album dei Silver Apples?

Siamo stati denunciati da una compagnia aerea (che non aveva autorizzato l'immagine di copertina che raffigurava Simeon e Danny all'interno della cabina di pilotaggio di un loro aereo, n.d.a.); ne abbiamo passate delle belle ed è purtroppo stato necessario sciogliere il duo.

- Ti consideri un uomo fortunato?

Sì, poiché in fondo sono un sopravvissuto.

Foto: i Silver Apples in studio nei '60

- C’è un errore, nella tua carriera, che non ti perdonerai mai?

Sì. Una volta la mia insegnante di biologia rivolse una domanda ad una certa Mary Ellen ed io, distratto dai miei sogni ad occhi aperti, risposi a voce alta al posto suo. L’insegnante mi apostrofò col nome ‘Mary Ellen’ per i sei mesi successivi.

- L’umana ricerca della bellezza reca all’uomo più soddisfazioni o più amarezza?

Può guidarti dritto a sentimenti di gioia ed amore, cosa che comunque non esclude un retrogusto amaro. E può pure farti incappare nel dolore, e naturalmente anche quella conquista è riempita di amarezza. Ma è un viaggio che si deve intraprendere!

- Cosa ti piace ascoltare in questo periodo?

Tutto ciò che mi passa per le mani.

- La tua musica l’ascolti spesso?

No.

- I dubbi sono maggiormente leciti nella vita o nell’arte?

Non dovrebbe esistere una differenza sostanziale tra arte e vita. Eppoi un artista dovrebbe, più degli altri, mettere in dubbio ogni sistema vigente.

- Chi è un borghese?

Una persona sul genere di Calvin Klein o Andy Warhol.

- Cosa riesce ad intristirti?

Una banana sbucciata.

- Perché la maggior parte delle persone hanno bisogno di un'‘etichetta’, di un ‘genere’ per accettare un nuovo modo di concepire la musica?

Beh, ci si dovrebbe accostare all’esperienza artistica a mente aperta. Certa gente invece, non avendo mai acquisito questa predisposizione fondamentale, ha bisogno di etichettare le cose.

- Credi che gli anni ‘60 siano riusciti ad insegnare qualcosa alla gente o ritieni che la Storia sia un fatto ciclico e che l’Uomo è destinato a ripetere eternamente gli stessi errori?

La Storia è ciclica al pari di una donna, ma certi uomini sono in grado di imparare dai propri errori (probabilmente molte donne non saranno d’accordo…).

- Qual è il requisito indispensabile per un compositore?

La passione.

- Quali sono i progetti futuri a nome Silver Apples?

Il mio unico programma è quello di continuare a fare ciò che sto facendo.

- Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Condividere la propria connessione con le forze cosmiche insieme agli altri.

  • I Don't Care About What The People Say
  • Tabouli Noodle
  • Walkin'
  • Cannonball Noodle
  • John Hardy
  • Cockroach Noodle
  • The Owl
  • Swamp Noodle
  • Mustang Sally
  • Anasazi Noodle
  • Again
  • Starlight Noodle
  • Mad Man Blues
  • Fire Ant Noodle
  • The Lady And The Clown (Prev Unreleased Soundtrack Material From 1969)
  • Mad Man Blues (Pre. Unreleased Outtake)

The Garden (Whirlybird, 1998 / Bully Records, 2006)

di Massimo Padalino

Simeon Coxe e Dan Taylor. Elettronica, percussioni e voce solista. New York è sempre stata terra di “pauperisti estremisti”. Ben un decennio prima dei Suicide, a dire il vero, i Silver Apples seppero perfettamente condensare, in due soli album ufficiali - Silver Apples (Kapp, 1968) e Contact (Kapp, 1969) - , e con tanto di paradosso spazio-temporale, quanto di meglio gli anni '90 post-rock abbiano mai prodotto. Gli Stereolab devono, in termini di riconoscenza artistica, moltissimo ad un brano quale Oscillations, opener dell'albo eponimo su Kapp.

The Garden, terzo album ufficiale del duo, non fece però in tempo a vedere la luce all'epoca. Coxe e Taylor furono per quasi vent'anni risucchiati via nel vortice di quell'anonimato che, i Silver Apples in vita, forse non erano mai riusciti ad evitare definitivamente. Una musica fatta di poco la loro, eppure così suggestiva. Percussioni roteanti ed ipnotiche, oscillatori compulsivi oppure imbizzarriti (utilizzati sia come solisti che some semplice “basso continuo”), ed ancora tracce di trance music, delicatissimi mandala indianeggianti, pow wow pellerossa, recitativi dimessi ed uterini a mezza voce. Il contenuto del disco è così riassumibile: sette complete registrazioni del 1969 cui si affiancano altri sette strumentali di Taylor datati 1968 e qualche altra perla, più tarda, a queste tracce frammischiata. Gli intermezzi puramente strumentali sono tutti nominati “noodle” qualcosa...ad esempio: Starlight Noodle o Fire Ant Noodle. Essi non sono per nulla inferiori alle canzoni cui fanno da diversivo.

Basti pensare a Cannonball Noodle (potrebbe benissimo uscire da uno dei primissimi dischi dei Laika) o l'ossessione percussiva, impastata di dense nebulose elettroniche, in Swamp Noodle (i Pere Ubu con più di un un quinquennio di anticipo). Le canzoni, affianco cotanta lussureggiante arte instrumental, non sfigurano punto. I Don't Care About What The People Say, che apre gli ascolti, è una superba cavalcata della voce recitante su fitte trame di repetizioni electro-percussive, le quali potrebbero tanto anticipare il trip hop degli anni '90 quanto riassumere perfettamente la filosofia della psichedelia lisergico-rumoristica dei Red Crayola. Il resto è davvero tutto da (ri)scoprire. Sedici composizioni stupende, che se proprio non raggiungono le vette sublimi dell'esordio, sicuramente ci vanno di molto vicino. (7.0/10)