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Scott Walker

di Antonio Puglia e Teresa Greco

 

Ormai abissalmente lontano dagli ambiti pop della prima parte della sua carriera verso uno spazio "altro", inaccessibile, irrimediabilmente oscuro.

 

Scott Walker 2006

 

 

  • Cossacks Are
  • Clara
  • Jesse
  • Jolson And Jones
  • Cue
  • Audience
  • Buzzers
  • Psoriatic
  • The Escape
  • A Lover Loves

The Drift (4AD / Self, 8 maggio 2006)

di Antonio Puglia e Teresa Greco

Erano in molti ad attendere il ritorno di Scott Walker, specialmente dopo un’opera ardita e irripetibile come quel Tilt che undici anni fa mise in scacco pubblico e critica. The Drift, approdo - per certi versi obbligato – del sessantatreenne artista americano alla 4AD, può considerarsi a tutti gli effetti il terzo tassello di un percorso che, a partire da Climate Of A Hunter (1984), conduce abissalmente lontano dagli ambiti pop della prima parte della sua carriera verso uno spazio altro, inaccessibile, irrimediabilmente oscuro.

Per affrontare questo nuovo lavoro bisogna così ripartire dal suo predecessore, di cui permangono mood e ambientazione sonora: il cantato è ugualmente espressionista, lirico, a tratti liturgico, con pochi accenni di melodia (Clara per pochi attimi riecheggia Scott 4, ma è una fatamorgana); le atmosfere sono sempre morbose, soffocanti, claustrofobiche, a loro modo cinematografiche (vedi l’uso narrativo dell’orchestra, della strumentazione minimale, o l’utilizzo funzionale dell’effetto sonoro, dell’onomatopea e della dissonanza). Ma se in apparenza il procedimento resta quello del songwriting, in The Drift si assiste a un’ulteriore destrutturazione ed estremizzazione di quel discorso: quelle che per comodità definiremmo canzoni sono in realtà momenti di un flusso ininterrotto, in cui suoni e parole assumono un’importanza cruciale nella definizione di un immaginario, di un universo poetico ancor prima che musicale.

Da una parte “blocchi di suono” che procedono per continue giustapposizioni e contrapposizioni, assenze fisiologiche di ritmo interrotte da assalti sonori (Hand Me Ups), sonorizzazioni di incubi (Jolson and Jones, la buckleyana Cue), illusori attimi di quiete (A Lover Loves) e frammenti di desolazione assoluta (un’ocarina, un corno francese, il canto di un muezzin, le frequenze di una radio). Dall’altra liriche astratte e apparentemente casuali, unite in cut up da nessi non consequenziali (Cossacks Are, Jolson And Jones), intrise di visioni orrorifiche (fame, carestie, guerra), di fisicità (malattie, ferite, lacerazioni, unghie, pelle, mani, cornee, dita, sangue, ossa), di riferimenti all’attualità (“been a pope like no other” ancora in Cossacks Are, o quelli all’11/9 in Jesse) e alla Storia (la vicenda Mussolini/Petacci in Clara, Milosevic in Cue); fotogrammi di uomini senza appigli, vittime di solitudini ed incomunicabilità consumate nei rapporti interpersonali prima che nella dimensione individuale (in Jesse Elvis Presley confida al fratello gemello: “I am the only one left alive”).

The Drift è quindi un’opera assolutamente contemporanea, che verte sulla tragicità della condizione umana, nutrendosi della fascinazione, sottile e profonda al tempo stesso, del dolore. Nella visione di Walker non c’è nessuna morale, nessuna consolazione, se non la pura constatazione della deriva – drift - di un’umanità chiusa nel suo eterno presente, in cui Storia e storie si mischiano, tra sogno e finzione, ricordo e delirio, previsioni e trasfigurazioni. La coscienza collettiva dei tempi oscuri che stiamo vivendo. Doloroso, ma necessario. (8.2/10)

  • Part 1
  • Part 2
  • Part 3
  • Part 4

And Who Shall Go To The Ball? And What Shall Go To The Ball ? (4AD / Self, 5 ottobre 2007)

di Teresa Greco

Reiterata sin dal titolo, And Who Shall Go To The Ball? And What Shall Go To The Ball? è una suite strumentale in quattro movimenti, scritta su commissione per una pièce di danza contemporanea della compagnia CandoCo (che comprende anche ballerini disabili) del coreografo Rafael Bonachela, e pubblicata in edizione limitata.

Walker non si allontana poi molto dallo sperimentalismo di The Drift (uscito l’anno scorso), procedendo per sottrazioni ed implosioni, strappi ed improvvise esplosioni, tra sinfonie irregolari per archi (conduce la London Sinfonietta) e percussioni sincopate, improvvise fughe ed esplosioni di archi, con rari momenti di quiete. In mezzo droni leggeri, sovrapposizioni in stile Philip Glass, e orchestrazioni che per alcuni momenti richiamano quelle di Bernard Herrmann. La sensazione è quella di trattenere a lungo il respiro per poi esplodere, e ricominciare ancora una volta. Un sottile gioco di equilibri/disequilibri.

Il concept dietro a musica e danza riflette la condizione umana in un mondo meccanizzato, la divisione e la conseguente frattura tra corpo e mente, e si trasmette ai movimenti irregolari dei danzatori, anche disabili, che sono come prigionieri in uno spazio chiuso. In mancanza della visione coreografata, la musica comunica eloquentemente lo stato di disagio e dolore di una condizione alienata e spezzata. Risultando quindi del tutto spiazzante. (7.2/10)